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Un paesaggio marziano, spiegato dalla Nasa

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La fotografia panoramica più grande e ad alta risoluzione presa dal rover Curiosity della Nasa sulla superficie di Marte. È questo che mostra il video che vi mostriamo (credit Nasa/Jpl-Caltech/Msss), con le parole di spiegazione (in inglese) di Ashwin Vasavada, Project scientist del Progetto Curiosity.

Siamo nella regione denominata “Glen Torridon”, alle pendici del Monte Sharp (ufficialmente Aeolis Mons), dove appunto è atterrato il rover il 6 agosto 2012. L’immagine descritta nel video, invece, è stata presa tra il 24 novembre e l’1 dicembre 2019, durante la festività americana del Ringraziamento (Thanksgiving). Approfittando, appunto, di una pausa degli scienziati, Curiosity ha scattato una serie di oltre mille foto dalla postazione in cui si trovava. Le immagini sono state poi assemblate nei mesi successivi, fino a comporre una panoramica di quasi 1,8 miliardi di pixel, che ci consente un’immersione unica nel paesaggio marziano.

Per saperne di più
Sul rover marziano Curiosity: il sito della Nasa.
Un viaggio tra i geyser marziani.

La magia delle luci del Nord

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La buia e interminabile notte polare è a volte rischiarata come per incanto da nastri colorati che compaiono, danzano e svaniscono nel cielo come spiriti o divinità che aleggiano sui paesaggi imbiancati. Quelle luci ineffabili sono generate da invisibili flussi di particelle provenienti dal sole che, guidate dal campo magnetico terrestre, si riversano sull’atmosfera ed eccitano gli atomi che la compongono, rendendoli luminosi. Così, per esempio, l’ossigeno alle quote più alte produce le più rare luci rosse, mentre a quote inferiori lo stesso ossigeno emette luce verde, che poi è la più abbondante e caratteristica, e anche quella che i nostri occhi meglio rilevano. L’azoto, dal canto suo, a seconda delle circostanze può anch’esso emettere luce blu, viola o rossa. La aurore boreali, come anche si chiamano le luci del Nord, sono a tutti gli effetti una danza di particelle, atomi, campi magnetici e colori.

Dentro la foto

Questa straordinaria foto scattata dall’italiano Giulio Cobianchi alle isole Lofoten, in Norvegia, cattura un raffinato gioco di luci naturali e artificiali. L’aurora boreale è l’arco colorato che illumina la parte destra dell’immagine, al quale sembra appoggiarsi l’ultima stella del Gran Carro, Alkaid. A sinistra, a riempire l’altra metà della scena, la grande striscia della Via Lattea (la nostra galassia), ma non solo. Accanto alla capanna illuminata, poco sopra l’orizzonte, c’è un puntino rossastro: è Marte. E più in alto, proprio sopra la capanna, la galassia Andromeda. Non li riconoscete? Potete aiutarvi con il supporto grafico fornito dalla Nasa a questo link, dove sono pubblicate le “foto astronomiche del giorno” come questa. Che poi, in realtà, non è una foto semplice, ma la composizione di 18 scatti per formare un panorama a 360°.

“Mentre scattavo ho fatto davvero fatica a restare concentrato, non riuscivo staccare gli occhi dal cielo”

Giulio Cobianchi, l’autore della foto, è nato nei pressi delle Dolomiti e vive attualmente con la moglie nelle isole Lofoten, un arcipelago con paesaggi da cartolina situato oltre il Circolo Polare Artico. Qui ha effettuato molte foto di aurore, di cui vi presentiamo una selezione nella gallery qui sotto (insieme a una foto delle Tre Cime di Lavaredo, che testimonia le origini altoatesine dell’autore): cliccateci sopra per vederle meglio, ne vale la pena. Cobianchi organizza viaggi e workshop fotografici, insegna fotografia anche online e più di 84mila le persone lo seguono su Instagram (@giulio_cobianchi_photo). «La stagione invernale 2020/2021 sta andando molto bene», ci racconta. «Sopratutto il 2021 è iniziato con tanta attività solare e cieli piuttosto limpidi».

In tenda, tra le montagne

Scattare foto come queste richiede, oltre che abilità tecnica, pazienza e dedizione. «La mia passione per “vivere” la natura mi porta a passare molte notti da solo, in tenda in mezzo alle montagne. Non c’è modo migliore per sentirsi in perfetta simbiosi con essa», ha dichiarato recentemente Cobianchi a Media Inaf. E poi, riguardo alla foto ripresa dalla Nasa: «A essere sincero mentre scattavo ho fatto davvero fatica a restare concentrato, non riuscivo staccare gli occhi dal cielo. Avevo alla mia destra l’aurora e alla mia sinistra la nostra galassia, è stata un’emozione incredibile, una delle migliori notti sotto alle stelle che abbia mai vissuto».

 

Per saperne di più

• Il sito dell’Astronomy Picture of the Day della Nasa. 
• L’intervista di Cobianchi su Media Inaf.
• Il sito di Cobianchi.

 

Viaggio in una stella di neutroni

Già dagli anni ’30 del Novecento, dopo la scoperta dell’esistenza dei neutroni, si riteneva possibile in via teorica l’esistenza di un oggetto stellare composto solo da queste particelle elettricamente neutre. L’idea fu proposta da Walter Baade e Fritz Zwicky, in una nota a pie’ di pagina di un articolo del 1934 che si è rivelato uno dei più lungimiranti in astrofisica e che prevedeva anche l’esistenza delle supernove.

Una sfera perfetta. Una stella di neutroni è infatti quel che resta di un’esplosione di supernova, un fenomeno catastrofico che segna la morte di una stella massiccia, con massa pari a decine di volte il sole. In estrema sintesi, una stella di neutroni è un oggetto con un diametro di circa venti chilometri, con una massa superiore a quella dell’intero Sistema solare, che può ruotare al ritmo di 700 rivoluzioni al secondo ed è così sferico che la sua imperfezione più “vistosa” è al di sotto del millimetro.

Una stella di neutroni a confronto con la città di Monaco di Baviera, in Germania (ESO/ESRI World Imagery, L. Calçada). La massa di questi corpi celesti è superiore a quella del Sole, ma è compressa in volumi molto più piccoli.

Quello che dovete provare a visualizzare è un corpo celeste che abbia le dimensioni di una città come Francoforte o Milano, ma la cui massa è semplicemente enorme e la cui densità è assolutamente inimmaginabile per il nostro senso delle scale fisiche. Stiamo parlando di densità che sono un milione di miliardi di volte quella dell’acqua; un solo centimetro cubo di materiale proveniente da una stella di neutroni – vale a dire quanto una zolletta di zucchero – contiene una massa pari all’intera catena alpina, dalle Alpi Liguri a quelle Friulane.

Un cucchiaio di materia di una stella di neutroni ha la stessa massa di tutte le Alpi

Se già, dunque, facciamo fatica a immaginarle, come sono fatte al loro interno le stelle di neutroni? In realtà non lo sappiamo, ma ci sono alcuni aspetti della loro composizione sui quali tutti concordano. Per esempio, è abbastanza chiaro che una stella di neutroni non è fatta di soli neutroni, e contiene al suo interno anche altre particelle, sebbene in quantità ridotte. Ci sono di certo altri costituenti degli atomi come i protoni e gli elettroni, e proprio questi ultimi, con altre particelle cariche leggere, sono in grado di produrre le enormi correnti elettriche necessarie a generare gli imponenti campi magnetici che osserviamo. Inoltre, è abbastanza chiaro che la struttura di una stella di neutroni debba essere caratterizzata da alcune zone, i cui spessori ci sono noti con una certa precisione.

Luciano Rezzolla
Luciano Rezzolla è direttore dell’Istituto di fisica teorica alla Goethe Universität di Francoforte e membro del comitato scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT), che ha realizzato la prima foto di un buco nero.

Sottile atmosfera. Immaginiamo dunque di “entrare” in uno di questi corpi celesti, partendo dalla superficie e muovendoci verso il centro.­ Fare questo viaggio è in realtà impossibile perché le forze mareali a cui saremmo sottoposti ci distruggerebbero ben prima di avvicinarci alla superficie della stella. Possiamo tuttavia fare un viaggio con la mente, e in questo caso il primo strato che incontreremmo è una sorta di atmosfera: una buccia sottilissima, di spessore non superiore al centimetro, composta da atomi estremamente pesanti e con una densità miliardi di volte superiore a quella della nostra atmosfera. Per quanto estreme, le proprietà di questa atmosfera sono abbastanza chiare, e la sua fisica è relativamente ben testata, tanto che la riteniamo un elemento “noto”. Per quanto paradossale, l’unica parte di un oggetto con un raggio di una dozzina di chilometri che pensiamo di conoscere in dettaglio, a livello di proprietà, ha uno spessore di non più di un centimetro.

Come la Terra, anche una stella di neutroni ha una struttura a cipolla, con un’atmosfera, una crosta e un nucleo

Una “crosta” morbida. Muovendoci verso il centro, al di sotto dell’atmosfera troveremo quella che viene chiamata la crosta, vale a dire uno strato con uno spessore di circa uno o due chilometri, che contiene una serie di ioni pesanti – ossia con grande massa atomica – ma anche elettroni dall’energia estremamente elevata. È bene sottolineare che il termine “crosta” può esser fuorviante, in quanto si tratta in realtà di un materiale elastico e deformabile, simile piuttosto a una sostanza plastica estremamente densa. Parte della materia della crosta presenterà una struttura periodica e regolare in cui gli ioni sono a distanze precise e gli elettroni sono liberi di muoversi negli spazi lasciati vuoti. Questo tipo di struttura a reticolo è quello che incontriamo usualmente nei metalli e nei cristalli, ed è responsabile delle loro proprietà meccaniche.

Nebulosa del Granchio
La Nebulosa del Granchio, nella costellazione del Toro, a circa 6 mila anni luce da noi. È quel che resta di un’esplosione di supernova, e ospita al suo centro una stella di neutroni che ruota 30 volte al secondo attorno al suo asse (ESO).

Verso i misteri del nucleo. Al di sotto della crosta – in uno strato che potrebbe estendersi per sei o sette chilometri – incontreremo quello che viene e definito il nucleo esterno; lì la densità raggiunge le migliaia o decine di migliaia di miliardi (insomma, 1013 o 1014) di grammi per centimetro cubo. Una densità enorme, ma non quella massima, che si incontrerà spostandosi verso la zona centrale, il nucleo interno, che ha anch’esso uno spessore di sei o sette chilometri. Le proprietà della materia nel nucleo interno rimangono sconosciute e rappresentano una sfida teorica eccezionale, con la quale i fisici nucleari si confrontano ormai da quasi quarant’anni. Forse l’interrogativo più importante riguarda la presenza di particelle esotiche come gli iperoni, o addirittura quark liberi (sono le particelle elementari che compongono neutroni e protoni).

Forse nel loro nucleo esiste in forma stabile la materia che era presente nelle prime fasi di vita dell’universo

In un mare di quark. In altre parole, è possibile che al centro di una stella di neutroni – in conseguenza della densità elevatissima raggiunta nel suo nocciolo più interno, il cui raggio non supera il paio di chilometri – i quark siano così addossati gli uni agli altri da diventare “liberi”, ossia da non essere più confinati all’interno di un neutrone o protone, e formino una cosiddetta zuppa di quark. Quest’ipotesi è particolarmente affascinante, perché sappiamo che una zuppa di questo genere doveva esser presente nei primissimi istanti di vita dell’universo, fino a un centesimo di secondo, e si produce per tempi brevissimi quando facciamo collidere ioni pesanti negli acceleratori di particelle. L’idea che questa zuppa sia presente invece in maniera stabile all’interno delle stelle di neutroni e possa essere in qualche modo rivelata – magari tramite l’emissione di onde gravitazionali – apre dunque spazi di ricerca che coinvolgono scienziati di tutto il mondo, me compreso.

Luciano Rezzolla

Luciano Rezzolla è direttore dell’Istituto di fisica teorica alla Goethe Universität di Francoforte e membro del comitato scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT), che ha realizzato la prima foto di un buco nero (Qui un suo Ted sulla scoperta).

Recentemente, ha pubblicato il libro L’irresistibile attrazione della gravità (Rizzoli), di cui questo brano è un estratto, adattato alla linea editoriale del sito.

Viaggio all’interno del cuore

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Se immaginassimo di tuffarci in un viaggio all’interno del corpo umano, il modo migliore per farlo sarebbe attraverso il nostro sistema circolatorio, una rete di arterie, capillari e vene in grado di raggiungere ogni angolo dell’organismo per ossigenarlo e nutrirlo. Per attivare una circolazione che si estende per centomila chilometri, circa due volte e mezzo la circonferenza della Terra, occorre una pompa straordinaria, capace di adattarsi alle circostanze e di funzionare ininterrottamente per tutta la nostra vita. A farci da guida e a spiegarci come funziona il cuore è Gianfranco Parati, direttore scientifico dell’Istituto Auxologico, docente all’Università Milano Bicocca e presidente della lega mondiale dell’ipertensione, mentre le immagini a corredo sono le simulazioni matematiche di iHeart simulator, sviluppato da un team internazionale guidato dal Politecnico di Milano.

Il battito cardiaco di una persona sana (EmilyHopeS, CC BY-SA 4.0 DEED).

In tutte le culture, il cuore non è un organo come gli altri, ma è considerato la sede delle emozioni, dell’anima… Perché il cuore è così straordinario?

Il cuore è veramente un miracolo di ingegneria biologica, perché non è solo una pompa, sarebbe riduttivo chiamarlo così. È una pompa intelligente che si adatta alle nostre esigenze. Per vivere, infatti, abbiamo bisogno che il sangue porti l’ossigeno e le sostanze nutritive a tutti gli organi nel nostro organismo; innanzitutto al cervello, ma anche ai reni, al fegato, al cuore stesso. Dunque, il cuore ha questo compito fondamentale di distribuire i flussi che portano ossigeno e sostanze nutritive, ma anche di asportare le scorie e farle eliminare dai reni, nutrendo al tempo stesso i reni e sé stesso. Questa è un’altra cosa molto intelligente: non è facile che una pompa si automantenga. Lui si nutre. E non finisce qui. Il cuore è una pompa intelligente soprattutto perché la sua attività è continuamente modulata in funzione delle nostre necessità. Non è come un motore, che gira a una certa velocità e potenza. Il cuore si adatta continuamente in modo automatico, perché è collegato a una serie infinita di sensori che si trovano in diverse parti del corpo e che rilevano la pressione periferica, i flussi, la presenza o meno di ossigeno, la distensione di alcune camere del cuore stesso e così via. Di questi messaggi, alcuni arrivano al cuore in via diretta, in quanto sono portati da neuroni specifici che generano riflessi immediati di reazione; altri sono invece mediati e modulati dal sistema nervoso centrale.

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Circolazione del sangue all’interno degli atri e dei ventricoli, ricostruita con iHeart Simulator. I colori e le frecce indicano rispettivamente le velocità e le direzioni dei flussi (Foto iHEART Simulator Team).

Può fare un esempio concreto di situazioni in cui questo meccanismo si attiva?

Immaginiamo che la pressione scenda. Il sensore, in questo caso il barocettore che sta nelle carotidi o nell’aorta, avverte il calo e reagisce. Che cosa fa il sistema, allora? Modifica l’attività del cuore, che accelera per dare più spinta e aumenta la potenza per dare più pressione, e nello stesso tempo va a stringere le arterie in periferia, sempre per aumentare le resistenze e far salire la pressione. Non finisce qui. Tutto questo è integrato dal sistema nervoso centrale, che tiene conto del fatto che magari sto dormendo, o che invece sono sveglio e sto camminando più o meno velocemente. Il sistema nervoso centrale tiene conto anche della relazione con i livelli esistenti di pressione, di frequenza e di altre funzioni, e alla fine modula questa regolazione cercando un equilibrio. Questa è l’omeostasi. Il termine deriva dal greco “quasi simile”, perché non è mai uguale a sé stessa ma tende a essere simile, in quanto gestisce una dinamicità estrema. Poi ci sono anche tutte le regolazioni ormonali, che sono in parte legate al sistema nervoso centrale, in parte a ghiandole che hanno una loro regolazione che tiene conto di aspetti metabolici, di elettroliti e a volte anche di fattori ambientali come la luce: i sensori che abbiamo nella retina ci dicono se è giorno o se è notte, e attivano una serie di ormoni che vanno a modulare il sonno e quindi anche l’attività cardiaca.

38 milioni è il numero di battiti del cuore in un anno

Dunque, il cuore non è una pompa banale. È una pompa supersofisticata che comincia a battere quando si forma il feto nell’utero della madre e non smette più per il resto della nostra esistenza. Considerando che abbiamo circa 70 battiti al minuto, in un giorno fa 100 mila, 3 milioni in un mese e 1,8 miliardi di battiti in cinquant’anni di vita. Senza contare che quando ci muoviamo il numero di battiti aumenta. Ora, un sistema di questo tipo, che dura tutta la vita, deve essere fatto non bene, benissimo. Non conosco nessuna macchina che non si rompa prima.

Immaginiamo ora di metterci in un viaggio in sella a un globulo rosso. Che cosa vedremmo?

Partiamo dal cuore. Quando il nostro globulo rosso esce dall’organo, si trova davanti a diverse possibilità, perché il sangue va nei vari organi, nei tessuti. Allora, se esce dall’aorta, andrà a portare in periferia l’ossigeno legato alla sua molecola di emoglobina. Raggiunto l’organo di destinazione – che può essere il cervello, la milza, il rene o il cuore stesso –, entra nei capillari e cede l’ossigeno e le altre sostanze nutritive. Nel far questo, si carica anche delle scorie, soprattutto anidride carbonica. E a questo punto compie il viaggio all’inverso, sempre grazie alla spinta del cuore che continua, trasmessa nei vasi anche con l’aiuto della muscolatura liscia del nostro apparato circolatorio che accompagna il movimento (altro esempio straordinario di ingegneria biologica) e quindi ritorna ancora una volta al cuore. A questo punto, il flusso viene diretto diversamente e va ai polmoni: è sempre il cuore che fa questo lavoro. Così il nostro globulo rosso impoverito di ossigeno va verso i polmoni che lo ricaricano e poi torna ancora una volta al cuore; che lo rimanda in periferia. Così il ciclo continua.

Apparato circolatorio
Schema dell’apparato circolatorio umano. In rosso, il cuore e le arterie; in blu, le vene (Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay).

Andiamo a guardare più nel dettaglio. Come si sviluppano i battiti cardiaci all’interno dell’organo?

Il cuore nella sua complessità ha un sistema di autoregolazione che si basa sull’attività elettrica cardiaca, che funziona anche se non ce ne accorgiamo. È tutto automatico, c’è un sistema sofisticato di cellule fatte in modo tale per cui a un certo punto viene raggiunto un livello di potenziale elettrico che fa scattare un impulso elettrico. L’impulso viene poi inviato a un’altra serie di cellule specializzate nella conduzione – simili a piccoli cavi elettrici – che lo trasmettono attraverso l’organo seguendo un percorso ben definito, in modo da attivare elettricamente le cellule che hanno il compito principale di fungere da pompa. Infatti, le cellule del cuore si possono dividere in due grandi categorie: da una parte ci sono quelle che funzionano da generatore elettrico e da trasmettitore dell’impulso, dall’altro ci sono quelle che ricevono questo impulso e si contraggono, perché sono cellule muscolari. Questo meccanismo è distribuito in maniera intelligente e sequenziale tra le diverse camere che costituiscono il cuore, per cui prima si attivano gli atri, che sono le camere dove il sangue arriva dalle vene (periferiche o polmonari), poi i ventricoli.

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Schema di un cuore, con atri, ventricoli e valvole (Foto di burlesonmatthew da Pixabay).

Quindi il sangue entra negli atri che si riempiono, si contraggono e lo mandano nei ventricoli, i quali a loro volta si riempiono, si contraggono e spingono il sangue in giro, in periferia o nei polmoni, a seconda delle due circolazioni di cui abbiamo già parlato. Tutto questo è automatico; ma a sua volta è legato ai sistemi di regolazione. Il cuore funziona anche se lo metto da solo in un vaso, perché ha un suo sistema elettrico dotato di cellule pacemaker naturali, ma essendo collegato agli altri sistemi modula questa spontanea generazione di impulsi in funzione delle necessità. Quindi accelera quando serve dare più potenza e rallenta quando ci riposiamo. Il tutto è regolato anche da alcune valvole, perché è indispensabile, per il corretto funzionamento della pompa, che il flusso sia indirizzato nella giusta direzione.

Il cuore è una macchina perfetta, ma purtroppo ogni tanto qualcosa non funziona come dovrebbe. Quali sono gli inconvenienti più comuni?

Andiamo per ordine. Ci possono essere problemi sul sistema elettrico, innanzitutto, in particolare nel sistema di generazione e trasmissione degli impulsi, e i problemi possono essere nei due sensi. In genere l’impulso elettrico nasce nel nodo del seno, segue determinate vie di conduzione e arriva fino alle cellule periferiche. A comandare il ritmo è questo pacemaker naturale, che è più veloce e tiene tutto sotto controllo. Ci possono però essere alcune cellule che si eccitano spontaneamente, generando un impulso fuori dal ritmo. Sono le extrasistoli, tipicamente, che possono essere isolate, a gruppi, oppure possono essere ahimé organizzate in sequenze veloci, le cosiddette tachicardie, che possono andare fino alla più importante, la fibrillazione, quando il cuore va in caos totale. E se la fibrillazione avviene a livello dei ventricoli, può essere causa di morte.

iHeart simulator usa 700 miliardi di variabili e 4 ore di calcolo con un supercomputer per ricostruire un battito cardiaco

Oppure può esserci un problema elettrico opposto, quando l’impulso non viene generato a una frequenza sufficiente. Questo avviene di solito negli anziani, o quando c’è un blocco nella diffusione – detto “blocco di conduzione” – per danni anche qui al sistema elettrico. Sono problemi tipici dell’età avanzata, ma qualche volta possono interessare anche i giovani come conseguenza di malattie infiammatorie.

Il secondo tipo di problemi riguarda la pompa, e chiaramente una pompa che funziona tutta la vita ha anche diritto a stancarsi un po’, a un certo punto. Qualche volta si può stancare prima, però, se viene danneggiata. E a danneggiarla sono le malattie infiammatorie, in particolare le miocarditi, che possono colpire anche i bambini. La causa possono essere i virus, anche il Covid ci ha dato parecchi esempi di questo tipo. Oppure la pompa si può danneggiare per un danno al sistema metabolico delle cellule cardiache, ed è quello che succede con l’ischemia: quando per qualche motivo non arriva abbastanza sangue per nutrire il cuore, tipicamente perché ci sono placche di colesterolo che ostruiscono le coronarie, abbiamo l’angina o l’infarto. In entrambi i casi, la causa è una sofferenza delle cellule dovuta alla carenza di ossigeno e sostanze nutritive. Se la sofferenza è temporanea, si verifica un’angina, che passa e poi riprende. Se la sofferenza prosegue per un certo numero di minuti o di ore, ahimé, le cellule muoiono e si ha un infarto. Poi abbiamo una serie di altre malattie come l’amiloidosi, che fanno depositare nel cuore sostanze proteiche o lipidiche che si accumulano per cause genetiche, metaboliche o infiammatorie.

Messe tutte insieme, le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte al mondo

Oppure ancora abbiamo problemi che riguardano le valvole, che possono alterarsi anche qui per problemi di natura infiammatoria: possono essere i banali reumatismi dei bambini, o le tonsilliti, che però se mal curati continuano a stimolare la risposta di anticorpi da parte del sistema immunitario; e questi anticorpi, ahimè, non hanno una buona vista e possono andare a colpire anche il cuore perché identificano lì gli stessi antigeni. Il risultato sono danni di natura infiammatoria da autoimmunità, tipici di questi disturbi. E poi abbiamo le forme infettive: germi che vanno a colpire le valvole e le alterano.

Anche lo scompenso rientra in questo quadro?

Lo scompenso è il risultato finale. Si parte con i danni al sistema elettrico e al sistema meccanico; quando le cellule sono danneggiate e non riescono più a funzionare bene, abbiamo come conseguenza che la pompa non riesce più a fare il suo lavoro. E questo è lo scompenso.

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iHeart Simulator permette di simulare un cuore umano nei suoi dettagli, per mezzo di equazioni matematiche che descrivono la dinamica del tessuto cardiaco, le sue fibre (raffigurate nella parte posteriore di questa immagine), le valvole (in semitrasparenza), e la complessa dinamica del sangue all’interno delle camere. Il sangue arterioso è rappresentato qui in rosso, quello venoso in blu (the iHEART Simulator Team).

In questi casi atri e ventricoli arrivano a cambiare forma?

Sì, può succedere. A volte il cuore diventa asimmetrico, se c’è stato un danno solo a una parete dopo un infarto laterale, per esempio; e poi con gli anni piano piano si può allargare. Oppure lo scompenso può interessare il cuore in modo globale. Il cuore perde potenza, e magari per un po’ resiste, ma piano piano si sfianca. Questo vale anche nel caso delle valvole: se non funzionano bene, ci può essere un apporto di sangue che, invece di andare sempre nella stessa direzione, in parte torna indietro da una camera all’altra. E il cuore deve gestire questa quota parassita che va avanti e indietro, insieme a quella che arriva continuamente dalla circolazione e viene spinta in avanti. Ce la fa, perché è una pompa stupenda. Quindi come fa? Per un po’ di tempo si allarga, per poter gestire un volume maggiore, però il prezzo è che dopo un po’ si stanca e perde potenza. Lo scompenso cardiaco è l’atto finale verso cui confluiscono diverse malattie.

Uno dei grandi problemi cardiovascolari è l’ipertensione, che è stato definito un “killer silenzioso”. Come nasce questo fenomeno e che conseguenze ha?

L’ipertensione è un problema che riguarda il mantenimento della pressione nelle arterie. La pressione come tale serve per vivere: non possiamo farne a meno. Infatti, in fisica, la pressione è quella che il cuore esercita sulle pareti dei vasi per spingere il sangue. E dipende dalla spinta del cuore e dalle resistenze a valle. Come in un sistema idraulico, se si aumenta la potenza della pompa o se si diminuiscono le dimensioni di un tubo, la pressione aumenta. Per il cuore vale più o meno la stessa cosa. È un meccanismo un po’ più sofisticato, dinamico, ma è quello che succede. Quindi, quando si parla di “pressione alta”?  Quando la pressione supera le necessità della circolazione ed è maggiore di quella che serve a far circolare il sangue. Questa spinta aggiuntiva alla fine danneggia le stesse arterie, un po’ come quando i tubi si rompono se c’è troppa pressione.

L’alta pressione, però, danneggia anche il cuore…

Infatti, perché il cuore si stanca di più, tanto che l’ipertensione è forse la principale causa di scompenso. Con la Lega Mondiale dell’Ipertensione, di cui sono presidente eletto, abbiamo contribuito all’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in cui abbiamo cercato di dare un segnale chiarissimo: l’ipertensione è un killer. È un killer silenzioso, perché non dà disturbi se non in pochi (fortunati) casi in cui si manifesta con mal di testa, sangue dal naso, vampate e palpitazioni. Ma la maggior parte delle persone non se ne accorge e se non misura la pressione non lo sa. E questo danneggia piano piano l’apparato circolatorio, fino a portare a guai come ictus, infarto, scompenso e così via. Ecco, l’ipertensione è proprio una disregolazione di questo sofisticato sistema circolatorio, che dipende da tante cause: alimentazione, attività fisica, fumo, sonno e così via; c’è anche una componente genetica. Alla fine, una persona su tre nel mondo è ipertesa, e se si va sopra i 60 anni anche una su due, perché con il passare degli anni aumenta la prevalenza. Tutto questo preoccupa l’Oms, perché nel mondo chi uccide di più non è il Covid, non sono i tumori, ma sono soprattutto le conseguenze dell’ipertensione e quindi le cardiopatie e i danni cardiovascolari causati da questo killer che purtroppo non siamo ancora capaci di debellare, proprio perché non ci spaventa abbastanza, diciamo così, per farci prestare tutta l’attenzione che invece meriterebbe.

Link e approfondimenti

• Il sito di iHeart, progetto di ricerca ERC, di cui il Politecnico di Milano è stato capofila, che ha portato alle simulazioni presentate in queste pagine.
• Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’ipertensione.

 

Il castello di Tagliolo Monferrato raccontato dal marchese che lo abita

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Nell’Alto Monferrato, a due passi da Ovada, c’è un piccolo borgo cresciuto attorno a un castello che vale la pena di visitare, perché è l’unico della zona ad aver mantenuto una continuità diretta con il passato. Siamo in provincia di Alessandria, nelle terre del Dolcetto – il nome viene dal “dusset”, le dolci colline che caratterizzano il paesaggio – e a raccontarci la storia di questo gioiello è il suo proprietario, il marchese Luca Pinelli Gentile.

Origini medievali

«Il castello è nato nel decimo secolo come torre di avvistamento antisaracena; poi nel ’300 è stata aggiunta una parte a scopo militare e nel ’600 è diventato una dimora residenziale», racconta il marchese. «La nostra famiglia vi è arrivata nel 1498 per via matrimoniale, come avveniva all’epoca: un mio antenato sposò Battistina Doria, che portò in dote il castello. La nostra era una famiglia genovese, quella dei Gentile, che nel 1750 è diventata dei Pinelli Gentile in seguito a un altro matrimonio: le due famiglie si sono fuse e hanno unito anche i cognomi e gli stemmi (v. foto sotto). Mi piace sottolineare il fatto che oggi ci sono tantissimi castelli nell’Ovadese, anzi è una delle zone più altamente castellate d’Italia, ma il nostro è l’unico ad aver mantenuto l’attività produttiva con le vigne e la cantina dentro il castello. Siamo rimasti dunque l’unico castello attivo, con un’attività legata alla famiglia tutto l’anno. Oltre a questo, da una trentina d’anni ospitiamo eventi – soprattutto matrimoni o eventi istituzionali e corporate – nella sala della bigattiera, dove anticamente c’erano i bachi da seta (“bigat”). E poi nel borgo medievale adiacente al castello, che fa parte della nostra proprietà, ospitiamo sette famiglie che vivono qui tutto l’anno e abbiamo alcuni spazi – una trentina di posti letto – che diamo in affitto prevalentemente a stranieri».

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Gli stemmi delle famiglie Pinelli (a sinistra) e Pinelli (a destra), nella sala della bigattiera del castello di Tagliolo (Foto Josway).

Due vagoni di terra da Bordeaux

Il castello si trova a circa 300 metri di altitudine ed è circondato da 12 ettari di vigneto, dedicato alla produzione di Dolcetto, Pinot Nero, Barbera e Cortese. «La mia famiglia è qui da 5 secoli e abbiamo sempre prodotto vino», dice il marchese. «A seconda delle generazioni, c’è stato chi ha dato più o meno importanza a questa attività. Mio nonno, per esempio, nel periodo delle due guerre mondiali non se ne è preoccupato tanto. I miei bisnonni, invece, erano talmente appassionati che hanno presentato i nostri vini sia all’Expo di Parigi del 1889, sia a Bordeaux nel 1895. Arrivarono a comprare due vagoni di terra da un vigneto di Bordeaux e li portarono con il treno a Ovada, dove il carico fu traferito su carri trainati da buoi fino al castello».

Protetti da San Carlo

In cinque secoli, il castello ha visto di tutto: oltre a vino e matrimoni, anche guerre e pestilenze. «Nel 1630, i dintorni di Tagliolo erano flagellati dalla peste, perciò la popolazione locale con il sindaco e con il mio antenato di allora fecero un voto a San Carlo Borromeo, al quale tra l’altro è dedicata la chiesa parrocchiale», racconta Pinelli Gentile. «In quell’occasione San Carlo intervenne e aiutò Tagliolo; infatti il paese fu in gran parte risparmiato da questo flagello. Durante la Seconda guerra mondiale, invece, i tedeschi hanno occupato il castello per un paio d’anni. Mio nonno fu pregato di allontanarsi, ma prima di farlo riuscì a custodire tutti i beni più preziosi in nascondigli sotterranei, così che non venissero saccheggiati. Fortunatamente questa non era comunque una zona di combattimenti, era soltanto un presidio, quindi il castello riuscì a superare indenne il periodo dell’occupazione».

Link e approfondimenti

• Il sito del Castello di Tagliolo.

 

L’arte, la scienza e la comune ricerca delle origini

In principio era il vuoto, una minuscola bollicina di vuoto che a un certo punto cominciò a espandersi, per mezzo di una metamorfosi che la scienza ha appena cominciato comprendere. Guido Tonelli, fisico tra i protagonisti della scoperta del bosone di Higgs al Cern di Ginevra e autore della trilogia Genesi, Tempo e Materia (Feltrinelli), spiega così l’origine dell’universo, secondo quello che definisce “il grande racconto delle origini” della scienza moderna. «C’è un consenso generale su questo», afferma. «Tutte le misure astrofisiche, che sono oramai misure di precisione, e tutto quello che sappiamo del mondo delle particelle elementari ci confermano che l’universo è nato da una fluttuazione quantistica del vuoto e che è ancora in uno stato di vuoto, che è la cosa più sorprendente. Si tratta però di uno stato di vuoto che ha subito una trasformazione, e che ha preso una forma diversa, per cui noi, che ne facciamo parte, lo interpretiamo come pieno di pianeti, pieno di stelle, pieno di galassie e così via».

La natura del vuoto

Non è sorprendente che un tema così profondo, oggetto di discussione filosofica fin dall’antichità e sul quale la scienza apre oggi le porte a nuovi scenari, tocchi ogni essere umano e in primo luogo gli artisti. Abbiamo perciò chiesto a Tonelli, che nei suoi libri fa spesso riferimento alla grande tradizione artistica e letteraria, di dirci che cosa ne pensa. E per comprendere a pieno le sue parole, facciamo una piccola premessa per chiarire il ruolo del bosone di Higgs in questo contesto. Questa particella è importante perché testimonia un passaggio chiave nella storia del cosmo: un momento in cui il vuoto ha cambiato natura.

Metamorfosi cosmica

È successo circa 10-12 secondi dopo il Big Bang (un miliardesimo di millisecondo). Prima di questo istante il vuoto aveva una struttura diversa da ora e anche il cosmo era completamente diverso: le particelle non avevano massa e si muovevano tutte alla velocità della luce, quindi non potevano esistere stati materiali persistenti. Poi – a causa dell’espansione e del raffreddamento dell’universo – la struttura del vuoto è cambiata bruscamente, come un liquido che all’improvviso congeli. Il vuoto si è riempito di una sorta di fluido uniforme detto campo di Higgs. E la forza elettrodebole, che prima era un’unica forza, si separò nella forza elettromagnetica e nella forza nucleare debole. «In quel momento», spiega Tonelli, «il vuoto acquista una proprietà dinamica e diventa un elemento vivo. Le particelle che lo attraversano si differenziano tra loro acquistando masse diverse. Ed è così che si possono costruire forme materiali persistenti come i protoni, i neutroni e gli atomi che costituiscono noi stessi e il mondo in cui viviamo».

Guido Tonelli
Guido Tonelli al CERN. Alle sue spalle, il rivelatore di particelle Compact Muon Solenoid (CMS) dell’acceleratore LHC, di cui lo scienziato è stato portavoce al momento della scoperta del bosone di Higgs, nel 2012.

 

Guido Tonelli, in seguito alla tua esperienza, in che rapporto reciproco sono l’arte e la scienza?

Per me l’arte e la scienza sono due modi diversi di porsi domande molto simili. In realtà, a prima vista, a colpire sono soprattutto le differenze. In campo scientifico, si lavora con migliaia di persone, si usano strumenti tecnologici raffinatissimi, si usa la ragione alla massima potenza cercando di mantenere il controllo più totale delle intuizioni e delle emozioni. Tutto viene sottoposto a una verifica stringente. In campo artistico, invece, c’è tipicamente una persona o un piccolo gruppo di persone che svolgono anch’essi una ricerca su base estetica, intuitiva, confrontandosi tra loro. Ma dietro le differenze, che sono enormi, tra scienza e arte ci sono molti punti di contatto, perché in realtà sono due modi diversi di cercare qualcosa di essenziale. Noi scienziati ricerchiamo una spiegazione dei fenomeni materiali, ma alla fine siamo interessati a sviluppare un racconto delle origini, quindi cerchiamo uno strumento che ci spieghi da dove viene tutto questo, e perché siamo qui. La domanda che si fanno gli artisti veri, che siano poeti o artisti figurativi, è abbastanza simile, in quanto anche loro cercano una base fondamentale dell’esistenza. Cercano la bellezza, spingendo i criteri estetici fino al limite. Cercano un nuovo senso. E in questo siamo molto vicini.

Un altro punto di contatto è l’estremo rigore. Un grande artista conosce tutte le opere del passato e cerca di creare qualcosa che si colleghi alla tradizione ma senza riprodurla, va oltre. E lo stesso facciamo noi. Noi conosciamo tutte le teorie scientifiche del passato e cerchiamo qualcosa di nuovo, qualcosa di inaspettato, qualcosa che faccia crollare la visione del mondo che si è avuta fino a quel momento per costruirne una nuova.

Il punto in comune più forte tra arte e scienza, secondo me, è però il fatto che sono entrambe attività fondamentali per tenere insieme la comunità umana. Lo vediamo già con gli uomini primitivi, quando nel paleolitico producevano le prime amigdale, preoccupandosi non solo che avessero i bordi taglienti, cioè che fossero funzionali, ma anche che fossero strumenti bifacciali, simmetrici, ben fatti e belli a vedersi. Lo vediamo anche nelle grotte dipinte che ci hanno lasciato… Tutto questo nasce da un’unica spinta, cioè dall’esigenza di una comunità umana che costruisce simboli, legami. Una comunità che costruisce in ultima analisi un racconto che tiene assieme, che è il racconto mitologico delle origini che diventerà filosofia, religione, scienza e che quindi in questo non differisce sostanzialmente dal racconto estetico di un artista o di un protoartista che affrescò una grotta in un ambiente lontano nel tempo.

Pistoletto
Michelangelo Pistoletto, QR-Code possession – Autoritratto, 2019-2023 (Foto Damiano Andreotti I Courtesy Cittadellarte e Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino).

Che cosa può dare l’arte alla scienza e che cosa la scienza all’arte?

Posso rispondere a titolo personale, raccontando la mia esperienza. Sono un grande appassionato di scienza, ovviamente, è il mio lavoro. Ma sono anche appassionato di arte, di musica, di balletto, di opera, di arti figurative e tanto altro. Quello che noto è che il contatto con gli artisti e con le loro opere mi spinge a esplorare nuove strade: ogni volta che vedo qualcosa di nuovo che mi impressiona, mi emoziona, mi fa piangere e muove le corde della mia sensibilità – questa è la potenza dell’arte, no? – è come se la mia parte razionale, quella che uso nel mio lavoro, si arricchisse di qualcosa che penso abbia un ruolo anche nel produrre uno scarto, nel generare una deviazione, nell’uscire da alcuni sentieri già tracciati. Questo è un aspetto fondamentale del nostro lavoro. Perché alla fine gli scienziati cercano in primo luogo di battere strade mai percorse prima, e il contatto con gli artisti ci permette di assorbire stimoli utili per la ricerca di vie alternative, o di invenzioni, o di scarti rispetto al percorso principale.

Dal punto di vista degli artisti, posso citare senza pretesa di generalità il rapporto fecondo con ho avuto recentemente con Michelangelo Pistoletto, che come artista si pone esattamente gli stessi problemi che mi pongo io: Da dove siamo nati? Da dove veniamo? Secondo lui, l’arte è scienza. Cioè l’arte è una forma con cui l’artista cerca di far vedere, di mostrare alla comunità che cosa dice la scienza. Infatti una delle sue opere che mi ha colpito di più è Autoritratto di stelle, una scultura che rappresenta una figura umana – l’artista stesso, lui – tratteggiata con punti che sono galassie. L’opera è stata ispirata dal tappeto di galassie ripreso da Hubble, l’Hubble Deep Field, che ha impressionato l’artista. E vi ho trovato, con gli occhi di scienziato, anche un dato scientifico, cioè il fatto che i nostri atomi, i nuclei, tutto quello di cui siamo fatti in realtà sono stati prodotti all’interno delle stelle, a cominciare dalle grandi stelle delle generazioni precedenti il Sole, che hanno generato il calcio, il ferro, il fosforo, l’ossigeno, cioè tutto ciò che compone il nostro corpo e il pianeta che abitiamo.

Michelangelo Pistoletto traccia il segno del Terzo Paradiso, da lui ideato, in occasione del Rebirth Day.

Il punto più alto della fisica contemporanea mi sembra sia stato toccato nella seconda metà del ’900 con la teoria quantistica dei campi, quando si è arrivati a una visione dell’universo in termini di simmetria, e alla storia dell’universo in termini di successive rotture di simmetria (alcune ipotetiche, altre dimostrate). Cioè si parte da una simmetria iniziale molto ampia, che poi via via si restringe spontaneamente per dare vita alle svariate forme del cosmo. L’universo, in un certo senso, mentre prende vita diventa sempre più “imperfetto”. Tu stesso hai scritto un libro che si intitola La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli). Qual è il tuo punto di vista?

Sono d’accordo, infatti una delle cose che accomuna noi scienziati agli artisti è il fatto che ricerchiamo simmetrie. E le simmetrie sono uno strumento potente di indagine che ci ha permesso di scoprire leggi di conservazione, principi della natura incredibili. Fin dal Rinascimento, e prima ancora nella Grecia antica, anche gli artisti hanno sempre cercato simmetrie. Quindi c’è un enorme punto di contatto perché le leggi della fisica non sono solo potenti, ma in alcune formulazioni sono anche esteticamente belle. È bello non solo il concetto che esprimono, ma anche la loro formulazione, per la capacità che hanno di condensare in pochi simboli – vedi?, tornano ancora i simboli – un’enorme quantità di fenomeni. Basti pensare all’equazione di campo della Relatività generale di Einstein, in cui è condensato un universo in pochi simboli… assomiglia a un’opera d’arte, o no?

Gioconda
Il sorriso, leggermente asimmetrico, della Gioconda (Foto Wikipedia).

E poi c’è la questione della rottura della simmetria, che è ancora più intrigante perché anche lì gli antichi – basti pensare ai grandissimi, a Michelangelo, a Leonardo – avevano capito da tempo immemorabile che la simmetria perfetta, per quanto interessante, bella, rende un’opera noiosa e piatta; e quindi introducono spesso con grande consapevolezza elementi di rottura della simmetria grafica. In un mio libro faccio l’esempio di Giorgione e della sua Pala di Castelfranco, in cui è raffigurata una lancia che viene inserita di traverso al quadro, ma ci sono infiniti esempi, a partire dalla Gioconda con il suo sorriso e quella lieve asimmetria ai due lati del viso molto studiata dagli storici dell’arte. La rottura di simmetria rende infatti più intrigante e interessante, più coinvolgente, un quadro. E la cosa che mi ha sempre intrigato è l’idea che noi al Cern, fino alla scoperta recente del bosone di Higgs, abbiamo lavorato proprio per capire la rottura della simmetria elettrodebole. Siamo riusciti a capire qualcosa di fondamentale nel mondo da quando abbiamo messo a fuoco e trovato una spiegazione convincente di questa anomalia che spiega la differenza tra un fotone (portatore della forza elettromagnetica, ndr) e una particella W o Z (portatrici della forza debole, ndr), che altrimenti sarebbero assolutamente equivalenti. Ecco, investigando su questa rottura di simmetria siamo arrivati a capire qualcosa di fondamentale dell’universo. La stessa speranza abbiamo ancora ora. Stiamo investigando, e speriamo di scoprire, la supersimmetria, cioè una simmetria ancora più ampia che si sarebbe rotta nei primissimi istanti dell’universo e che magari ci permetterà di scoprire nuove interazioni, nuove particelle elementari fino a spiegare l’origine della materia oscura, uno dei gradi misteri della fisica contemporanea. Quindi il percorso di ricerca di simmetrie e di bellezza, e insieme quello di ricerca della rottura di simmetria, cioè di quelle che chiamiamo catastrofi o trasformazioni, nella scienza contemporanea è estremamente vitale.

Link e approfondimenti

Materia
La copertina dell’ultimo libro di Guido Tonelli, Materia (Feltrinelli).

• Il libro La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli) e la trilogia Genesi, Tempo e Materia (Feltrinelli) di Guido Tonelli. In Materia (a destra), in particolare, si parla del confronto tra l’autore e l’artista Michelangelo Pistoletto.

• La mostra Michelangelo Pistoletto. Molti di uno (2 novembre 2023 –25 febbraio 2024) al Castello di Rivoli (To).

• Le opere Autoritratto di stelle e Il terzo paradiso di Michelangelo Pistoletto.

• Il sito della Fondazione Pistoletto, Cittadellarte, TerzoParadiso.org.

• L’intervista su Josway su Arte&Scienza a Stavros Katsanevas.

 

 

 

Colpiti da un flash di raggi gamma

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Una violenta ondata di raggi gamma, le radiazioni più energetiche e penetranti che si possano immaginare, ha colpito la Terra il 9 ottobre 2022 alle 15:21, causando un disturbo significativo nell’alta atmosfera. Di solito, disturbi di questo tipo sono generati dal Sole; in questo caso è stata l’esplosione di una stella a quasi 2 miliardi di anni luce di distanza. Uno studio appena pubblicato descrive il fenomeno e conferma l’idea che esplosioni di questo genere potrebbero causare e aver causato estinzioni di massa sulla Terra.

Una volta ogni 10 mila anni

Ad accorgersi del fiotto anomalo di raggi gamma, che è stato chiamato GRB 221009A, erano stati i satelliti in orbita, tra cui Integral dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Un tempo i lampi di raggi gamma erano eventi misteriosi, oggi si sa che a causarli sono le esplosioni di stelle chiamate supernovae oppure le collisioni tra due stelle di neutroni. «Misuriamo i lampi di raggi gamma dagli anni ’60, e questo è il più forte di tutti», dice Pietro Ubertini dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, coautore dello studio. Statisticamente, un lampo gamma (in inglese, gamma ray burst, o Grb) potente come GRB 221009A arriva sulla Terra solo una volta ogni 10 mila anni.

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Il lampo gamma GRB 221009A osservato dal satellire XMM-Newton
(Foto ESA/XMM-Newton/M. Rigoselli – Inaf).

Influssi globali

Durante gli 800 secondi in cui si è verificato, il fenomeno ha sviluppato un’energia sufficiente ad attivare i rilevatori di fulmini in India, e anche in Germania gli strumenti hanno osservato un disturbo della ionosfera per diverse ore dall’esplosione.

La ionosfera è lo strato dell’atmosfera superiore della Terra e contiene gas elettricamente carichi chiamati plasma. Si estende da circa 50 km a 950 km di altezza, sopra la stratosfera, ed è così tenue che i veicoli spaziali possono attraversarla mantenendosi in orbita, senza perdere quota per attrito, nella maggior parte dei casi.

Con la Cina

Uno di questi satelliti è il China Seismo-Electromagnetic Satellite (Cses), noto anche come Zhangheng, una missione spaziale italo-cinese. Cses stato lanciato nel 2018 e monitora la parte superiore della ionosfera per rilevare eventuali cambiamenti nel suo comportamento elettromagnetico. La sua missione principale è studiare i possibili collegamenti tra questa zona dell’atmosfera e il verificarsi di eventi sismici come i terremoti, ma può anche studiare l’impatto dell’attività solare.

Pietro Ubertini fa parte del team scientifico di Cses e con i suoi colleghi si è reso conto che se il lampo gamma avesse creato un disturbo, il Cses avrebbe dovuto vederlo. «Avevamo cercato questo effetto con altri lampi gamma in passato, ma non avevamo visto nulla», ammette. Questa volta, invece, l’effetto è stato evidente e forte.

lampo gamma
La spiegazione, in inglese, di come si genera un lampo gamma (Immagine NASA’s Goddard Space Flight Center).

Lontanissimo

GRB 221009A ha avuto luogo in una galassia distante quasi 2 miliardi di anni luce – quindi lontanissima – eppure aveva ancora abbastanza energia per influenzare la Terra. Anzi, ha addirittura attivato strumenti generalmente riservati allo studio di immense esplosioni solari dette brillamenti. «Ha avuto un impatto sugli strati più bassi della ionosfera, situati a poche decine di chilometri sopra la superficie del nostro pianeta, lasciando un’impronta paragonabile a quella di un grande brillamento solare», afferma Laura Hayes, ricercatrice dell’Esa. «Possiamo dire che la ionosfera si è “spostata” verso quote più basse, e lo abbiamo rilevato con le onde radio».

Pericolo ozono

Nell’articolo appena pubblicato, gli scienziati notano che se un evento del genere fosse avvenuto nella nostra galassia avrebbe avuto conseguenze per noi molto più gravi, fino a danneggiare lo strato di ozono che ci protegge dalle pericolose radiazioni ultraviolette del Sole. Si sospetta che un fenomeno di questo tipo abbia potuto causare alcune delle estinzioni di massa avvenute sulla Terra in passato, e i dati raccolti in questa occasione aiuteranno il team ad approfondire ulteriormente le ricerche.

Tutti pazzi per il tartufo d’Alba

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L’autunno è il periodo più ambito per visitare le Langhe e il Monferrato: le botti nelle cantine sono piene, i boschi come i vigneti si tingono di rosso e oro, i funghi inondano le tavole dei ristoranti e, con i funghi, arriva anche il vero protagonista dello spettacolo, sua maestà il tartufo.

Da tutto il mondo

Non a caso in questo periodo nelle colline di Alba e dintorni si riversa una valanga di visitatori. «Negli ultimi anni, siamo arrivati a 600 mila persone secondo i dati dell’Osservatorio Langhe Monferrato Roero», rivela Stefano Mosca, direttore generale della Fiera Internazionale Tartufo Bianco d’Alba, l’evento di maggior richiamo della regione. «Di questi, oltre 100 mila entrano nella Fiera, e arrivano anche da lontano: Svizzera innanzitutto, poi Germania, Francia, Paesi Bassi, fino a Stati Uniti, Hong Kong, Giappone, Australia, Corea. I numeri sono ancora in crescita». Del resto, qui le attrazioni non mancano: oltre alla fiera, ad Alba è stato aperto un nuovo museo del tartufo, mentre tra gli eventi di maggior richiamo figura l’asta mondiale al castello di Grinzane Cavour, dove i tartufi più belli sono venduti non di rado a più di 100 mila euro a scopo di beneficenza.

Tante curiosità

Ma che cosa sono i tartufi? Perché valgono tanto? E quali sono i più grandi che si possono trovare? Ecco una piccola guida per rispondere a tutti i possibili dubbi o quasi che possono avere grandi e piccini nei confronti di questo prezioso fungo ipogeo.

Castello Grinzane
Il castello di Grinzane Cavour, durante l’asta mondiale del tartufo bianco (Foto Maurizio Milanesio e Beppe Malò).

Il tartufo è un fungo?

Sì, è un fungo ipogeo appunto, che – a differenza di quelli epigei come porcini e ovuli – cresce sottoterra, tipicamente a 10-30 cm di profondità. Appartiene alla famiglia delle Tuberacee perché ha forma di tubero, ma non è un tubero come le patate. Il tartufo, infatti, come tutti i funghi si riproduce tramite spore ed è privo di clorofilla, perciò non usa la fotosintesi e si nutre attaccandosi alle radici degli alberi con cui vive in simbiosi, tra cui querce, salici, pioppi, tigli, lecci e noccioli.

Profumato per necessità

I cercatori di tartufi, che nelle Langhe si chiamano trifolai, giurano che il periodo migliore per raccoglierli è il novilunio. «C’è qui un detto, “luna piena, tasche vuote”», racconta Emanuele Bolla, assessore al turismo di Alba. A differenza dei funghi epigei, che per riprodursi affidano al vento la dispersione delle spore, i tartufi hanno sviluppato un forte odore per attirare insetti e mammiferi. I quali, cibandosene, provvedono ad assolvere lo stesso compito: diffondere le spore.

Quanti tipi di tartufo esistono e dove si trovano?

Ci sono diversi tipi di tartufi: il tartufo bianco d’Alba (Tuber magnatum), il bianchetto, il nero pregiato (Tuber melanosporum), lo scorzone (Tuber aestivum), il nero invernale, il nero liscio, quello di Bagnoli… esistono anche diverse specie non commestibili.

Il più pregiato di tutti è il Tuber magnatum (Pico 1788) che si trova nelle Langhe e nel Monferrato ma anche in altre parti d’Italia, in Francia e in Croazia. Tra i principali centri di produzione, oltre ad Alba in Piemonte, ci sono Acqualagna nelle Marche, Norcia in Umbria e San Miniato in Toscana.

Tartufo
Primo piano del tartufo battuto all’asta quest’anno per 130 mila euro (Foto Maurizio Milanesio e Beppe Malò).

Quanto può arrivare a costare un tartufo?

Il prezzo di mercato di un tartufo bianco d’Alba può variare più o meno da 300 a 500 euro l’etto, dipende da molti fattori tra cui la qualità e la pezzatura: più grandi sono, più costano in proporzione. E a volte, per la loro unicità o per quello che rappresentano, possono essere venduti a prezzi anche molto maggiori. All’Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba, un evento di richiamo che si tiene a scopo di beneficenza da oltre vent’anni al Castello di Grinzane Cavour, quest’anno un tartufo di 1004 grammi (in realtà si trattava di due trifole gemelle, v. foto sopra) è stato battuto al prezzo di 130 mila euro. Nel Guinness dei Primati, però, figura un tartufo di 1,3 kg, trovato a Pisa il 23 novembre del 2007 e battuto al prezzo di 330 mila dollari l’1 dicembre dello stesso anno, sempre a scopo di beneficenza.

Qual è il tartufo più grande mai trovato?

Per il Guinness dei primati, il tartufo più grande registrato è un Tuber magnatum di 1,890 kg, proveniente dall’Italia Centrale, che fu venduto all’asta da Sotheby’s il 6 dicembre 2014 per 61.250 dollari. Esistono però testimonianze di un tartufo bianco ancora più grande, ben 2.250 kg, trovato nel 1951 dal cercatore Arturo Gallerini detto Bego con il suo cane Parigi. Il fungo, che aveva un valore di 75.000 lire, fu regalato al presidente degli Stati Uniti Harry Truman.

Fiera del tartufo bianco d'alba
Tartufi esposti alla fiera internazionale di Alba (Josway).

Come influisce il cambiamento climatico sui tartufi?

Le temperature che salgono e le precipitazioni sempre più rare e violente a causa dei mutamenti del clima hanno un forte impatto su tutte le specie viventi. «Il tartufo è un indicatore molto sensibile allo stato di salute dell’ambiente in cui cresce», spiega il direttore della fiera del tartufo di Alba Stefano Mosca. «Notiamo infatti che la stagione in cui cresce si sta spostando sempre più avanti; l’anno scorso abbiamo avuto a gennaio tartufi di ottima qualità, quasi i migliori dell’anno (di solito la stagione si chiude a dicembre). Il tartufo, d’altra parte, cresce bene nella terra fredda, infatti vorremmo spostare in avanti l’inizio della stagione della cerca, almeno all’1 ottobre». La data d’inizio dipende da regione a regione e finora, in Piemonte, era il 21 settembre. «Il tartufo c’è sempre, ma notiamo un impatto sulla quantità e sulla qualità», continua Mosca. «Quest’anno le condizioni sono state favorevoli, ma in generale se la terra è calda il tartufo perde in qualità (come i porcini) e spesso lo si trova già mangiato dagli animali. C’è anche bisogno di umidità, perché il tartufo cresce sottoterra e la pioggerellina di superficie (che pure fa crescere i funghi in superficie) può non bastare. Per questo siamo preoccupati e abbiamo cominciato ad agire: come Ente Fiera, destiniamo parte del ricavato per la piantumazione di nuovi alberi. Un’altra cosa che si può fare è migliorare ulteriormente la manutenzione dei boschi e degli ambienti adatti ai tartufi».

Link e approfondimenti