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Un paesaggio marziano, spiegato dalla Nasa

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La fotografia panoramica più grande e ad alta risoluzione presa dal rover Curiosity della Nasa sulla superficie di Marte. È questo che mostra il video che vi mostriamo (credit Nasa/Jpl-Caltech/Msss), con le parole di spiegazione (in inglese) di Ashwin Vasavada, Project scientist del Progetto Curiosity.

Siamo nella regione denominata “Glen Torridon”, alle pendici del Monte Sharp (ufficialmente Aeolis Mons), dove appunto è atterrato il rover il 6 agosto 2012. L’immagine descritta nel video, invece, è stata presa tra il 24 novembre e l’1 dicembre 2019, durante la festività americana del Ringraziamento (Thanksgiving). Approfittando, appunto, di una pausa degli scienziati, Curiosity ha scattato una serie di oltre mille foto dalla postazione in cui si trovava. Le immagini sono state poi assemblate nei mesi successivi, fino a comporre una panoramica di quasi 1,8 miliardi di pixel, che ci consente un’immersione unica nel paesaggio marziano.

Per saperne di più
Sul rover marziano Curiosity: il sito della Nasa.
Un viaggio tra i geyser marziani.

La magia delle luci del Nord

La buia e interminabile notte polare è a volte rischiarata come per incanto da nastri colorati che compaiono, danzano e svaniscono nel cielo come spiriti o divinità che aleggiano sui paesaggi imbiancati. Quelle luci ineffabili sono generate da invisibili flussi di particelle provenienti dal sole che, guidate dal campo magnetico terrestre, si riversano sull’atmosfera ed eccitano gli atomi che la compongono, rendendoli luminosi. Così, per esempio, l’ossigeno alle quote più alte produce le più rare luci rosse, mentre a quote inferiori lo stesso ossigeno emette luce verde, che poi è la più abbondante e caratteristica, e anche quella che i nostri occhi meglio rilevano. L’azoto, dal canto suo, a seconda delle circostanze può anch’esso emettere luce blu, viola o rossa. La aurore boreali, come anche si chiamano le luci del Nord, sono a tutti gli effetti una danza di particelle, atomi, campi magnetici e colori.

Dentro la foto

Questa straordinaria foto scattata dall’italiano Giulio Cobianchi alle isole Lofoten, in Norvegia, cattura un raffinato gioco di luci naturali e artificiali. L’aurora boreale è l’arco colorato che illumina la parte destra dell’immagine, al quale sembra appoggiarsi l’ultima stella del Gran Carro, Alkaid. A sinistra, a riempire l’altra metà della scena, la grande striscia della Via Lattea (la nostra galassia), ma non solo. Accanto alla capanna illuminata, poco sopra l’orizzonte, c’è un puntino rossastro: è Marte. E più in alto, proprio sopra la capanna, la galassia Andromeda. Non li riconoscete? Potete aiutarvi con il supporto grafico fornito dalla Nasa a questo link, dove sono pubblicate le “foto astronomiche del giorno” come questa. Che poi, in realtà, non è una foto semplice, ma la composizione di 18 scatti per formare un panorama a 360°.

“Mentre scattavo ho fatto davvero fatica a restare concentrato, non riuscivo staccare gli occhi dal cielo”

Giulio Cobianchi, l’autore della foto, è nato nei pressi delle Dolomiti e vive attualmente con la moglie nelle isole Lofoten, un arcipelago con paesaggi da cartolina situato oltre il Circolo Polare Artico. Qui ha effettuato molte foto di aurore, di cui vi presentiamo una selezione nella gallery qui sotto (insieme a una foto delle Tre Cime di Lavaredo, che testimonia le origini altoatesine dell’autore): cliccateci sopra per vederle meglio, ne vale la pena. Cobianchi organizza viaggi e workshop fotografici, insegna fotografia anche online e più di 84mila le persone lo seguono su Instagram (@giulio_cobianchi_photo). «La stagione invernale 2020/2021 sta andando molto bene», ci racconta. «Sopratutto il 2021 è iniziato con tanta attività solare e cieli piuttosto limpidi».

In tenda, tra le montagne

Scattare foto come queste richiede, oltre che abilità tecnica, pazienza e dedizione. «La mia passione per “vivere” la natura mi porta a passare molte notti da solo, in tenda in mezzo alle montagne. Non c’è modo migliore per sentirsi in perfetta simbiosi con essa», ha dichiarato recentemente Cobianchi a Media Inaf. E poi, riguardo alla foto ripresa dalla Nasa: «A essere sincero mentre scattavo ho fatto davvero fatica a restare concentrato, non riuscivo staccare gli occhi dal cielo. Avevo alla mia destra l’aurora e alla mia sinistra la nostra galassia, è stata un’emozione incredibile, una delle migliori notti sotto alle stelle che abbia mai vissuto».

 

Per saperne di più

• Il sito dell’Astronomy Picture of the Day della Nasa. 
• L’intervista di Cobianchi su Media Inaf.
• Il sito di Cobianchi.

 

Viaggio in una stella di neutroni

Già dagli anni ’30 del Novecento, dopo la scoperta dell’esistenza dei neutroni, si riteneva possibile in via teorica l’esistenza di un oggetto stellare composto solo da queste particelle elettricamente neutre. L’idea fu proposta da Walter Baade e Fritz Zwicky, in una nota a pie’ di pagina di un articolo del 1934 che si è rivelato uno dei più lungimiranti in astrofisica e che prevedeva anche l’esistenza delle supernove.

Una sfera perfetta. Una stella di neutroni è infatti quel che resta di un’esplosione di supernova, un fenomeno catastrofico che segna la morte di una stella massiccia, con massa pari a decine di volte il sole. In estrema sintesi, una stella di neutroni è un oggetto con un diametro di circa venti chilometri, con una massa superiore a quella dell’intero Sistema solare, che può ruotare al ritmo di 700 rivoluzioni al secondo ed è così sferico che la sua imperfezione più “vistosa” è al di sotto del millimetro.

Una stella di neutroni a confronto con la città di Monaco di Baviera, in Germania (ESO/ESRI World Imagery, L. Calçada). La massa di questi corpi celesti è superiore a quella del Sole, ma è compressa in volumi molto più piccoli.

Quello che dovete provare a visualizzare è un corpo celeste che abbia le dimensioni di una città come Francoforte o Milano, ma la cui massa è semplicemente enorme e la cui densità è assolutamente inimmaginabile per il nostro senso delle scale fisiche. Stiamo parlando di densità che sono un milione di miliardi di volte quella dell’acqua; un solo centimetro cubo di materiale proveniente da una stella di neutroni – vale a dire quanto una zolletta di zucchero – contiene una massa pari all’intera catena alpina, dalle Alpi Liguri a quelle Friulane.

Un cucchiaio di materia di una stella di neutroni ha la stessa massa di tutte le Alpi

Se già, dunque, facciamo fatica a immaginarle, come sono fatte al loro interno le stelle di neutroni? In realtà non lo sappiamo, ma ci sono alcuni aspetti della loro composizione sui quali tutti concordano. Per esempio, è abbastanza chiaro che una stella di neutroni non è fatta di soli neutroni, e contiene al suo interno anche altre particelle, sebbene in quantità ridotte. Ci sono di certo altri costituenti degli atomi come i protoni e gli elettroni, e proprio questi ultimi, con altre particelle cariche leggere, sono in grado di produrre le enormi correnti elettriche necessarie a generare gli imponenti campi magnetici che osserviamo. Inoltre, è abbastanza chiaro che la struttura di una stella di neutroni debba essere caratterizzata da alcune zone, i cui spessori ci sono noti con una certa precisione.

Luciano Rezzolla
Luciano Rezzolla è direttore dell’Istituto di fisica teorica alla Goethe Universität di Francoforte e membro del comitato scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT), che ha realizzato la prima foto di un buco nero.

Sottile atmosfera. Immaginiamo dunque di “entrare” in uno di questi corpi celesti, partendo dalla superficie e muovendoci verso il centro.­ Fare questo viaggio è in realtà impossibile perché le forze mareali a cui saremmo sottoposti ci distruggerebbero ben prima di avvicinarci alla superficie della stella. Possiamo tuttavia fare un viaggio con la mente, e in questo caso il primo strato che incontreremmo è una sorta di atmosfera: una buccia sottilissima, di spessore non superiore al centimetro, composta da atomi estremamente pesanti e con una densità miliardi di volte superiore a quella della nostra atmosfera. Per quanto estreme, le proprietà di questa atmosfera sono abbastanza chiare, e la sua fisica è relativamente ben testata, tanto che la riteniamo un elemento “noto”. Per quanto paradossale, l’unica parte di un oggetto con un raggio di una dozzina di chilometri che pensiamo di conoscere in dettaglio, a livello di proprietà, ha uno spessore di non più di un centimetro.

Come la Terra, anche una stella di neutroni ha una struttura a cipolla, con un’atmosfera, una crosta e un nucleo

Una “crosta” morbida. Muovendoci verso il centro, al di sotto dell’atmosfera troveremo quella che viene chiamata la crosta, vale a dire uno strato con uno spessore di circa uno o due chilometri, che contiene una serie di ioni pesanti – ossia con grande massa atomica – ma anche elettroni dall’energia estremamente elevata. È bene sottolineare che il termine “crosta” può esser fuorviante, in quanto si tratta in realtà di un materiale elastico e deformabile, simile piuttosto a una sostanza plastica estremamente densa. Parte della materia della crosta presenterà una struttura periodica e regolare in cui gli ioni sono a distanze precise e gli elettroni sono liberi di muoversi negli spazi lasciati vuoti. Questo tipo di struttura a reticolo è quello che incontriamo usualmente nei metalli e nei cristalli, ed è responsabile delle loro proprietà meccaniche.

Nebulosa del Granchio
La Nebulosa del Granchio, nella costellazione del Toro, a circa 6 mila anni luce da noi. È quel che resta di un’esplosione di supernova, e ospita al suo centro una stella di neutroni che ruota 30 volte al secondo attorno al suo asse (ESO).

Verso i misteri del nucleo. Al di sotto della crosta – in uno strato che potrebbe estendersi per sei o sette chilometri – incontreremo quello che viene e definito il nucleo esterno; lì la densità raggiunge le migliaia o decine di migliaia di miliardi (insomma, 1013 o 1014) di grammi per centimetro cubo. Una densità enorme, ma non quella massima, che si incontrerà spostandosi verso la zona centrale, il nucleo interno, che ha anch’esso uno spessore di sei o sette chilometri. Le proprietà della materia nel nucleo interno rimangono sconosciute e rappresentano una sfida teorica eccezionale, con la quale i fisici nucleari si confrontano ormai da quasi quarant’anni. Forse l’interrogativo più importante riguarda la presenza di particelle esotiche come gli iperoni, o addirittura quark liberi (sono le particelle elementari che compongono neutroni e protoni).

Forse nel loro nucleo esiste in forma stabile la materia che era presente nelle prime fasi di vita dell’universo

In un mare di quark. In altre parole, è possibile che al centro di una stella di neutroni – in conseguenza della densità elevatissima raggiunta nel suo nocciolo più interno, il cui raggio non supera il paio di chilometri – i quark siano così addossati gli uni agli altri da diventare “liberi”, ossia da non essere più confinati all’interno di un neutrone o protone, e formino una cosiddetta zuppa di quark. Quest’ipotesi è particolarmente affascinante, perché sappiamo che una zuppa di questo genere doveva esser presente nei primissimi istanti di vita dell’universo, fino a un centesimo di secondo, e si produce per tempi brevissimi quando facciamo collidere ioni pesanti negli acceleratori di particelle. L’idea che questa zuppa sia presente invece in maniera stabile all’interno delle stelle di neutroni e possa essere in qualche modo rivelata – magari tramite l’emissione di onde gravitazionali – apre dunque spazi di ricerca che coinvolgono scienziati di tutto il mondo, me compreso.

Luciano Rezzolla

Luciano Rezzolla è direttore dell’Istituto di fisica teorica alla Goethe Universität di Francoforte e membro del comitato scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT), che ha realizzato la prima foto di un buco nero (Qui un suo Ted sulla scoperta).

Recentemente, ha pubblicato il libro L’irresistibile attrazione della gravità (Rizzoli), di cui questo brano è un estratto, adattato alla linea editoriale del sito.

Come si progetta uno spazio acustico?

L’esperienza inizia nella camera riverberante, una stanza bianca dalle pareti lucide e diseguali, in cui basta esclamare “Uh!” per rimanere assordati dal rumore. Poi si passa nell’adiacente camera anecoica, ed è come sprofondare in un buco nero che assorbe ogni suono, anche il più violento, confinandolo nel breve arco temporale in cui si sviluppa come una spugna che assorba ogni riverbero. Due ambienti acustici opposti, ed entrambi lontani dalla nostra esperienza: il primo super riflettente, il secondo ultra assorbente. L’uno accanto all’altro, separati da una parete studiata in ogni dettaglio per disaccoppiare ogni possibile interferenza.

Camera riverberante Caimi
L’autore nella camera riverberante, con un generatore di rumore. I microfoni servono a registrare i suoni che si diffondono nell’ambiente, per misurare l’assorbimento degli oggetti presenti. Le pareti sono asimmetriche, per evitare direzioni privilegiate.

Dalla caffettiera al design d’autore

Siamo nei laboratori di Caimi Brevetti, azienda di Novate Milanese che ha una linea dedicata a elementi di design – come tende e pannelli – per realizzare spazi sonori, una nicchia di eccellenza in un settore che attira sempre più attenzione per l’aumentato interesse nei confronti del benessere e per l’aumentata consapevolezza dei problemi relativi all’inquinamento acustico. A guidarci è Giorgio Caimi, responsabile dell’attività di ricerca e sviluppo e padre delle due camere che abbiamo appena visitato. Giorgio è uno dei quattro figli di Renato Caimi, che nell’immediato dopoguerra fondò l’azienda mettendo a frutto l’esperienza in ambito industriale che aveva maturato lavorando prima nel settore del ciclo (con la Bianchi) e poi dell’automobile (con Autobianchi). «All’inizio non aveva grandi disponibilità, quindi ha cominciato con oggetti di piccole dimensioni, come una caffettiera, la prima schiscetta industriale, un posacenere, la prima pentola con lo scolapasta integrato», racconta Giorgio. «Poi cominciò a interessarsi al settore dell’ufficio e, dal 1992, ad avviare collaborazioni con designer esterni come Carlo Bellini e Mark Sadler».

Nel video, alcune delle attività no-profit che si sono svolte nella camera anecoica. Nell’ordine, il “Progetto Italia” dello scultore Alberto Gianfreda, un’incisione di un brano di Bach del Maestro Fabio Montomoli, una performance con sculture sonore di Pinuccio Sciola da parte del musicista Andrea Granitzio e una performance con diapason e tamburo sciamanico dell’artista Alberto Nigro.

La svolta acustica

L’acustica arrivò dopo, nel 2009, in seguito alla crisi economica innescata dal crollo di Lehman Brothers. «Bisognava inventare qualcosa di nuovo», continua Giorgio Caimi. «E mio fratello Franco tirò fuori l’idea. All’epoca, in Italia c’erano tante aziende – ne avevo contate più di 200 – che vendevano materiali da tagliare su misura. Ma noi non siamo sarti, siamo un’industria. Produciamo in serie. E allora abbiamo puntato a sconvolgere le regole del mercato: abbiamo lanciato un pannello fonoassorbente in poliestere, disegnato da Michele de Lucchi, proposto in 4 colori. A quel punto, per chi pensa lo spazio, la progettazione è molto più semplice: non occorre più valutare i metri quadri di materiale necessario, non occorre una progettazione sartoriale, basta indicare il numero di pannelli. E quella è stata la chiave del successo».

Progettazione e ricerca

Il successo ha portato anche allo sviluppo di competenze sempre più specialistiche di ingegneria del suono, in modo da poter fornire alle aziende non solo il prodotto, ma anche il servizio di progettazione. E per sviluppare le competenze è stata avviata anche un’attività di ricerca e sviluppo (l’azienda, per esempio, collabora con l’Università di Ferrara). Le camere anecoica e riverberante che abbiamo visitato, infatti, servono a testare i materiali e i prodotti. Ma vengono anche messe a disposizione di università, enti e artisti per attività di ricerca, per esempio in ambito medico, neurologico o semplicemente esperienziale.

Laboratori Caimi
Le due porte, nei laboratori di Caimi Brevetti, che portano alla camera anecoica (porta a sinistra) e riverberante (porta a destra). Le due stanze, adiacenti, sono disaccoppiate da una struttra in metallo che serve a ridurre il rumore al minimo nella camera anecoica (Foto A.Parlangeli).

L’intervista

Giorgio mi guarda, siamo arrivati al dunque. Dopo aver fatto il giro dei laboratori e dopo aver avuto un’infarinatura sull’azienda di famiglia, sono finalmente pronto per entrare nel tema di questo articolo. È il momento dell’intervista.

Abbiamo visitato i laboratori, abbiamo visto i materiali. Ma andando nel concreto, dalle abitazioni agli spazi pubblici, come si progetta un ambiente acustico?

Innanzitutto bisogna capire in quale ambiente ci troviamo e qual è il tipo di esigenza. Perché gli uffici hanno alcune caratteristiche, le biblioteche ne hanno altre, le mense e i ristoranti altre ancora. Sulla base di questo, abbiamo sviluppato un software che è in grado di calcolare quanto materiale bisogna mettere all’interno di una stanza per ottenere il risultato desiderato. 

Microscopio Caimi
Ingrandimento al microscopio di una tenda fonoassorbente. La fibra usata è il poliestere (Foto A.Parlangeli).

Che cosa si cerca di fare, in genere? Eliminare il riverbero?

Sì, bisogna intervenire sul riverbero, ma senza eliminarlo del tutto. Perché con un riverbero pari a zero è come essere in una camera anecoica, e non per tutti è una buona esperienza. Anzi. L’assenza di riverbero elimina la spazialità della stanza. Nella progettazione, il riverbero deve essere tenuto sotto controllo e bisogna dare il giusto riverbero a ogni stanza.

In una camera anecoica è come essere in cima al Monte Bianco, attorniati da neve, in totale assenza di vento, perfettamente fermi e senza aerei nel raggio di 40 km. 

Ricordiamo che cos’è il riverbero?

Il riverbero è quanto tempo persiste il rumore, dopo che è stato generato, all’interno di un ambiente. Prendiamo lo scoppio di un palloncino: il rumore in sé è immediato, quello che sentiamo dopo è tutto riverbero (la differenza si sente molto bene in una camera anecoica, ndr). Il tempo di riverbero ottimale dipende dall’ambiente in cui ci troviamo. In un ufficio, per esempio, è di 0,8 secondi. In altre situazioni possono esserci tempi di riverbero più alti, per esempio in alcuni locali pubblici, o molto più stretti, se si parla di ambienti di ascolto di qualità, dove si arriva a 0,3 secondi. In nessun caso si arriva a zero. 

E in un appartamento qual è il livello ideale di riverbero?

Dipende dalle stanze. Dove si dorme, più basso è e meglio è. In cucina, invece, non c’è motivo di tenere sotto controllo il riverbero. Chi ha un home theatre, invece, dovrebbe farlo. E per gli audiofili è molto importante.

Come mai c’è un riverbero ideale per ogni ambiente? È per come ci siamo evoluti?

Penso di sì; ma poi entrano in gioco tanti fattori. Per esempio, in una classe scolastica, va bene tenere sotto controllo il riverbero… ma senza esagerare, perché altrimenti si rende la vita difficile all’insegnante, che deve gridare per farsi sentire. 

Lab Caimi
L’autore ripreso da una telecamera che mette in evidenza le sorgenti dei rumori, in questo caso la voce (Foto A.Parlangeli).

E in un teatro?

In un teatro sono basilari le prime riflessioni; infatti la parte superiore del teatro, normalmente definita a specchio, serve proprio a portare il suono il più possibile verso le ultime file. E poi, in fondo, c’è il materiale fonoassorbente. In passato si usava il velluto, oggi la scelta dei materiali è molto più ampia. Un altro accorgimento era quello di avere le prime file di spettatori molto staccate dal palco, perché così il suono poteva rimbalzare sul pavimento sempre per raggiungere le ultime file. La stessa cosa si può fare in ambito scolastico, per facilitare la vita agli insegnanti. Non è un fattore da sottovalutare, se si considera che il 35% dei docenti italiani a fine carriera ha problemi alla gola. 

Oltre ai pannelli, voi producete anche tende che assorbono il rumore. Quali sono le caratteristiche che le contraddistinguono?

I tessuti hanno caratteristiche diverse da quelle dei pannelli. In generale, abbattono il riverbero e possono essere modulati. Una tenda ondulata, per esempio, assorbe tutte le frequenze acustiche; mentre se è dritta, tesa, tende a eliminare soprattutto alcune frequenze. In base alla distanza dalla parete su cui vengono poste, le tende possono assorbire basse frequenze, medie frequenze o alte frequenze. 

Noi siamo in grado di dare un supporto alla progettazione acustica degli ambienti, per esempio in modo da eliminare – se serve – alcune frequenze, che possono essere legate a un impianto di ventilazione o al traffico stradale, per esempio. I pannelli, invece, in generale devono essere orientati in tutte le direzioni e ne bastano pochi: la loro caratteristica è che riducono il riverbero senza alterare il colore del suono.  

Link e approfondimenti

• Il sito di Caimi Brevetti e le attività no-profit nella camera anecoica.
• Un’installazione presso ADI Design Museum.
• L’articolo di Josway sulla camera anecoica dell’Università di Ferrara.
• L’articolo di Josway sulla sonosfera di David Monacchi.

 

Il coro perfetto? È nella foresta

Si entra ed è come varcare la soglia di una macchina del tempo che ci riporta a emozioni antiche di milioni di anni, quanto eravamo una specie come le altre nel coro dei viventi. Ma siamo nel cuore di Milano, nella Sonosfera allestita da David Monacchi nel Cortile d’Onore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione del Salone del Mobile. Tra le tante opere effimere della design week milanese, la sua si distingue come un’esperienza che lascia il segno, perché nasce dalla tenacia e dalla passione che solo i pionieri conoscono. E già in quanto tale è unica al mondo. 

Testimonianze

Così, quando nel ventre della sfera si spengono le luci, ci ritroviamo nel crepuscolo della foresta del Borneo, la più antica del pianeta. Si comincia con il basso continuo delle rane, dei grilli e delle cicale; poi subentrano gli uccelli. Quindi si passa all’Amazzonia, e sembra di sentirla più giovane, come in effetti è, con le vocalizzazioni di rospi, rane, scimmie, caimani. Infine siamo in Africa, nel bacino del Congo, dove la scena appare subito più dinamica per il passaggio di grandi mammiferi come elefanti e forse mandrilli, oppure scimpanzé. Ne percepiamo la presenza e il movimento, come se fossero lì. Ma al momento della magia segue quello della denuncia, con una sfilza di dati che documentano in modo inequivocabile la devastazione portata dall’uomo con il suo impatto sul clima e sugli ecosistemi. Perché queste registrazioni hanno anche valore di documento, testimoni di una meraviglia che tra non molto rischia di non esserci più.

Trailer del documentario “Dusk Corus” (2018), che racconta il progetto “Fragments of Extinction” di David Monacchi.

L’intervista

Quando usciamo, ancora frastornati da ciò che abbiamo vissuto, un’altra emozione ci attende. Di fronte a noi c’è un uomo gentile e riservato, con una folta barba brizzolata. È David Monacchi, l’autore dell’installazione e delle registrazioni acustiche. Quasi sorprende a vederlo qui, nella civilissima Milano, con abiti eleganti e l’aspetto curato. Ma a lui sta a cuore seguire lo spettacolo dalla cabina di regia e parlare con il suo pubblico, carpirne le reazioni. La sua è una storia davvero fuori dal comune.

Lei viene dal mondo della musica, come è nata l’idea di andare nelle foreste a registrare suoni?

È una passione che è nata subito, quando ho cominciato a studiare composizione in conservatorio. In quel periodo ho avviato le prime campagne d’ascolto e di registrazione nei boschi dell’Italia Centrale. Eravamo intorno al 1990-91, e ho cominciato con i primi registratori digitali. Fin da subito non ero interessato ai singoli versi degli animali, ma all’intero paesaggio sonoro. 

Quanto ha influito questa esperienza sui suoi studi sulla composizione?

Gradualmente, questa attività ha sostituito la composizione stessa, perché trovavo alcuni sistemi d’ordine che non era il caso di manipolare. E quindi in questo senso, durante l’arco di almeno un quindicennio, mi sono tolto del tutto come mano creativa da ciò che registravo. 

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David Monacchi durante le registrazioni nella foresta del Borneo (Foto Alex D’Emilia).

Come è passato dalle foreste dell’Italia Centrale a quelle equatoriali?

Nel 1998 ho letto un articolo di Edward Osborne Wilson che mi ha molto colpito. Parlava di una possibile sesta estinzione di massa, causata dall’uomo. All’epoca ero un attivista di Greenpeace e avevo appena concluso un master alla Simon Fraser University, in Canada, nel gruppo di Murray Schafer dedicato al World Soundscape Project. In quelle notti di dicembre misi insieme le mie competenze di ingegneria del suono e di composizione elettroacustica con il mio interesse per gli habitat forestali. Ed è così che è nato questo progetto, con il suo titolo, Fragments of Extinction. Mi è stato immediatamente chiaro che se in habitat antropizzati da tanto tempo come quelli dell’Italia Centrale si potevano rintracciare sistemi d’ordine, allora chissà che cosa poteva succedere ad accendere un microfono in una foresta primaria mai toccata dall’uomo, dove la biodiversità è molto più ampia e molto più antica. Quell’intuizione è stata confermata viaggio dopo viaggio. La prima volta che ho aperto un sistema di registrazione tridimensionale in Amazzonia nel 2002 ho capito che la mia vita sarebbe cambiata. 

Qual è lo scopo principale delle sue campagne di registrazione?

Voglio creare un archivio sempre più ampio di paesaggi sonori dei diversi ecosistemi, basato su un protocollo di registrazione tridimensionale per 24 ore continue. Più che allo studio scientifico del suono, sono interessato alla patrimonializzazione dei cicli circadiani di questi luoghi antichissimi ed estremamente biodiversi, a beneficio delle generazioni future. Allo stesso tempo, fin dall’inizio ho sentito il bisogno di condividere le esperienze e le emozioni che provavo con il pubblico più ampio possibile, e per questo ci voleva uno spazio apposito. Per questo ho creato la sonosfera. 

David Monacchi 2
Un altro momento nella foresta del Borneo (Foto Alex D’Emilia).

Come è stato il suo primo impatto con la foresta amazzonica?

È stato molto forte. La prima notte, alle cinque e un quarto di mattina, mentre dormivo nella mia amaca in una posta sul Rio Negro, arrivarono – come lì accade tutte le mattine – le scimmie urlatrici. Vocalizzavano in tre gruppi da tre settori diversi della foresta, era un concerto di rumore bianco modulato, una cosa stupenda. E per me fu tanta l’eccitazione che tirai fuori il microfono in modo impulsivo, nel buio misi le pile al contrario e bruciai il preamplificatore. Per fortuna bastò cambiare alcuni fusibili e non ci fu bisogno di tornare a Manaus; ma quella registrazione saltò e ci rimasi un po’ male. 

E qual è stata l’emozione più forte?

La sera dopo, quando aprii i microfoni sul coro del crepuscolo nella foresta allagata. Fu incredibile. Mi trovai di fronte a centinaia di specie che vocalizzavano contemporaneamente in una specie di orgia acustica. Non era organizzata, in quel caso era una festa. Era proprio una festa. L’Amazzonia è una foresta relativamente giovane rispetto ai paleotropici del Sudest asiatico. Pertanto, quello che scoprii dopo nel Borneo mi fece rendere conto di quanto in realtà ogni foresta abbia la sua firma, che è data appunto da vari elementi: la biodiversità, l’evoluzione, l’età, l’habitat, la stagione, sebbene all’Equatore tutti i cicli circadiani siano uguali. Hanno sempre 12 ore di notte e 12 ore di giorno, quindi i ritmi acustici delle specie sono estremamente regolari. Ed è per questo che con Fragments of Extinctions abbiamo lavorato sempre all’Equatore, per documentare la regolarità di questi sistemi.    

Link e approfondimenti

Nelle stanze di David Lynch

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Come Dale Cooper e Laura Palmer in Twin Peaks, o come Fred Madison in Strade Perdute, si entra nel mondo di David Lynch attraverso una tenda rossa di velluto. Qui siamo però in carne ed ossa, al Salone del mobile di Milano, per visitare l’installazione Interiors by David Lynch. A Thinking Room, firmata da David Lynch e realizzata in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano. Siamo pronti a immergerci in una (doppia) esperienza di cui ancora non sappiamo niente, e che – nell’attesa – ci piace immaginare. Così il pensiero si trova a fantasticare di trovarsi in uno spazio buio, introspettivo, illuminato con luci tenui e calde, decorato con una statua di Venere, un grammofono, un divano in pelle rossa, vinile, ottoni. Intanto sono in coda con una trentina di persone. L’attesa sembra lunga. Vedo entrare chi è di turno, un po’ alla volta, ci vorrà una mezzoretta prima di arrivare.

Twin room
Le indicazioni alle due installazioni gemelle ideate da David Lynch, al Salone del Mobile di Milano (foto A. Parlangeli).

In attesa

La prima parte dell’attesa è più noiosa, non vedo l’ora che arrivi il mio turno e vorrei saltare in testa alla coda. Ma devo aver pazienza, e aspetto dando uno sguardo all’ambiente che mi circonda, alle persone in attesa, ai quadri appesi alle pareti di velluto.

Pensiero, non meditazione

L’attesa si fa più leggera quando, a metà strada, raggiungo uno schermo in cui parla David Lynch intervistato da Antonio Monda, il curatore dell’installazione. «Questa è una stanza unica», dice il cineasta americano. «Non ci sarà nessun’altra stanza come questa». La curiosità aumenta, Lynch sa come tenere alte le aspettative. L’intervista continua. Lynch spiega che quest’opera non ha niente a che fare con i suoi film o con il cinema in generale. E non è nemmeno una stanza per meditare, bensì per pensare. Ma in modo quasi ipnotico ci trascina proprio lì, nella meditazione trascendentale, di cui è un fedele adepto fin da giovane. «Questa sarebbe un’ottima stanza in cui meditare», ammette, «perché è molto tranquilla. Pratico la meditazione trascendentale ed è una tecnica nella quale ti immergi. E immergendosi molte persone hanno idee diverse su dove sia il “dentro” e che cosa sia il “dentro”. Il “dentro” è un campo della coscienza, dentro ogni essere umano al livello più profondo c’è un oceano di pura coscienza (…). C’è chi l’ha chiamato l’Essere, chi l’ha chiamato il “campo unificato”, chi il regno del Paradiso (…). Questo campo è la coscienza ed è un campo di intelligenza, di creatività, di gioia, di energia, di amore e di pace senza confini». Lo trovo un discorso molto bello e poetico, con una precisazione però. Anzi due. Anzi, forse anche tre o quattro, se non di più…

Thinking rooms
Una delle “thinking rooms” vista dall’esterno (foto A. Parlangeli).

Considerazione 1

Lynch implicitamente assume che tramite la meditazione si possa raggiungere, attraverso un’azione soggettiva, uno stato oggettivo, una coscienza condivisa universale. Questo mi sembra un salto logico eccessivo, diciamo che è un atto di fede. Per di più, identificare questo stato mentale con la coscienza è un ulteriore volo pindarico. Però è vero che gli stati mentali che si raggiungono con la meditazione sono probabilmente i più oggettivi tra gli stati mentali. In altre parole, tutti quelli che riescono a raggiungerli provano la stessa esperienza.

Considerazione 2

David Lynch fa poi un passo ulteriore, anzi due, entrambi molto azzardati: identifica lo stato più profondo che si raggiunge con la meditazione con il “campo unificato” della fisica. Qui ci sono altre due trappole logiche. Innanzitutto identificare uno stato mentale con uno stato non solo oggettivo, ma anche fisico, implica un ulteriore salto logico. Come dire che se guardiamo nel vuoto dentro di noi accediamo al vuoto quantistico dello spazio esterno: è un atto di fede. In secondo luogo, nel vuoto quantistico che conosciamo ci sono molti campi, non uno. Il campo unificato a cui allude Lynch è una tra le tante possibilità indagate dalla fisica teorica, ma è un’ipotesi di cui ancora non esiste nemmeno una teoria completa, figuriamoci una prova sperimentale.

Thinking room 2
La sedia all’interno della Thinking Room (foto A. Parlangeli).

Nonostante queste osservazioni, l’intervista mi piace. Lynch è un grande affabulatore, lo si segue con piacere. E poi su molte cose ha ragione. Si può non condividere al 100%, ma è interessante. E poi Lynch e Lynch. Così, mentre resto incollato allo schermo a seguire l’intervista, la coda è avanzata e chi è dietro mi guarda con ostilità. Dunque mi sposto; se non altro restano ormai poche persone, all’improvviso l’attesa è più leggera.

Sulla poltrona

Presto arriva il mio turno. L’assistente mi rassicura che posso fare foto e video, posso perfino sedermi sulla sedia e disegnare quello che mi viene in mente. Così apro le tende rosse e mi ritrovo in un tunnel buio, dal quale si riemerge in uno spazio fin troppo illuminato e affollato, rispetto a quello che mi aspettavo. Al centro, la sedia per pensare, che è vuota. Colgo l’occasione per fotografarla e per sedermi, posso stare al massimo uno o due minuti. Mi guardo intorno. Di fronte a me l’immagine di un impianto industriale, un ambiente tipicamente lynchiano fin dai tempi di Eraserhead. Tutto intorno, alcune nicchie incastonate nelle pareti blu, un colore che secondo Lynch induce calma e riflessione. Rimango lì, a guardarmi intorno in uno stato di consapevolezza e di attenzione. Non trovo però nulla che mi inviti alla meditazione. Osservo le persone che entrano e che escono, osservo i miei pensieri. Prendo un foglio e scrivo “Josway”, lo lascio lì. Poi mi alzo e continuo a esplorare lo spazio in cui mi trovo. È vero, l’ambiente non ha nulla a che fare con le logge bianche e nere, con gli stati mentali di Fred, con Eraserhead e Mulholland Drive; e un po’ mi dispiace.

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Nella Thinking Room (foto A. Parlangeli).

Doppia esperienza

Quindi esco un po’ deluso rispetto alle aspettative, ma comunque divertito. E non ho nessuna intezione di perdermi la seconda esperienza, quella nella stanza gemella situata nel padiglione adiacente, anche se so già che cosa aspettarmi: è esattamente identica a quella che ho visto. E infatti basta percorrere pochi metri per trovarsi in un altro ingresso, identico al primo, ed entrare in uno spazio identico a rifare la fila. Per fortuna qui c’è meno gente. E ci sono altre persone che, come me, hanno già visto l’altra installazione, probabilmente perché il flusso di gente del Salone del mobile passava prima da lì. Insomma, in questa stanza si respira un’aria diversa. Non ci sono la curiosità e la magia provate prima. Anche il clima d’attesa cambia la percezione, rifletto. E anche per questo, forse, questa seconda esperienza risulta molto più fredda dell’altra. Nella stanza ci sono più persone e sono meno curiose. Passano e se ne vanno, come me.

Link e approfondimenti

• Il sito del Salone del Mobile, con un’intervista al curatore della mostra Antonio Monda.

• Gli articoli dedicati alla meditazione con Daniel Lumera.

• Il libro Da Twin Peaks a Twin Peaks. Piccola guida pratica al mondo di David Lynch (Mimesis) di Andrea Parlangeli.

Cover twin peaks

 

Il poeta e il Sacerdote

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“Il Sacerdote” da un altro punto di vista. In autunno, le sue foglie cambiano colore prima di cadere (Foto F. Tomasinelli).

Fermata Palestro. Arrivati ai giardini pubblici Indro Montanelli, comunemente chiamati “giardini di Porta Venezia”, basterà incamminarsi verso il laghetto popolato da tartarughe palustri, dove starnazzano gallinelle e germani reali. Lì vedremo stagliarsi fra le fronde un profilo particolare: un maestoso cipresso calvo (Taxodium distichum), albero antico, di altezza e dimensioni monumentali. Il suo tronco, di oltre tre metri e mezzo di conferenza, non si può contenere in un abbraccio, lo si può al più circumnavigare, fare attorno un giro completo, di 360 gradi, per ammirarne la corteccia rugosa, quasi un volto segnato dall’età. Il tronco si eleva per raggiungere e “bucare i 30 metri di altezza”, come dice il nostro interlocutore Tiziano Fratus, poeta e “dendrosofo” (come ama farsi definire), che ha fatto degli alberi la sua passione e parte integrante della sua stessa vita. In uno dei suoi libri, I giganti silenziosi (Bombiani), racconta la storia e le particolarità di questi “grandi vecchi” che si incontrano nelle città italiane, e tra i quali il cipresso calvo di Milano – che lui stesso definisce “il Sacerdote” ­– ha un posto di primo piano. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Nato tra le paludi

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Dettaglio di un ramo del cipresso calvo con i caratteristici aghi, che in questa specie cadono in autunno (F. Tomasinelli).

Il cipresso calvo, o cipresso di palude, è un albero di origine nordamericana. Si chiama così perché appartiene alla famiglia dei cipressi (Cupressacee), ma nella stagione fredda – a differenza dei suoi simili – perde tutte le sue foglie aghiformi. «È stato importato dalle contee meridionali degli Stati Uniti d’America proprio per adornare le zone umide dei giardini, ovvero quei laghetti che spesso si usava inserire all’interno di contesti ispirati a un’idea armoniosa, romantica dell’architettura del paesaggio: viali ondulati, boschetti, finte rovine, grotte, statue neoclassiche, e (appunto) laghetti, spesso ricavati in buche di terra che costituivano montagnole», racconta Fratus. «I nostri alberi in genere preferiscono restare all’asciutto, tranne poche essenze, mentre i tassodi non soffrono; anzi, producono radici effimere, i pneumatofori, che possono rialzarsi anche di 30-40 cm dal suolo per consentire all’albero di respirare anche se il terreno è sott’acqua (v. foto sotto). Inoltre, sono alberi dalla crescita veemente, un portamento regale, dritti, robusti, una bella corteccia a scaglie ramata, con folte chiome verdognole che in autunno si colorano di rosso scuro, rosso cardinale, e poi si spogliano. Una conifera, come i nostri larici di montagna, che si sveste con l’arrivo dell’inverno».

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Il tronco di un cipresso calvo dei Giardini Indro Montanelli, con le radici a contrafforti e i pneumatofori, visibili sulla sinistra (F. Tomasinelli).

Vecchio confine

Questi alberi adornano molti parchi italiani, da Villa Rossi a Santorso (Vicenza) a villa Doria Pamphilj a Roma. A Piane di Montegiorgio, in provincia di Fermo, ce n’è un intero filare. Il Sacerdote dei giardini di Porta Venezia ha tra i 150 e i 200 anni, ed è il più alto e monumentale di un’intera colonia che cresce attorno alle acque stagnanti di un laghetto artificiale. «È un albero imponente, inatteso in un giardino del centro di Milano. Inatteso sia perché gli alberi di questa specie spesso sono meno robusti, sia perché ci si può aspettare la vista di grosse querce o meglio ancora, cedri o platani secolari ed eventualmente monumentali. Meno probabile incontrare un cipresso calvo del genere. Certo, chi conosce la storia dei giardini milanesi sa che questo è uno dei più antichi della città: un tempo segnava il confine orientale dell’abitato, poi è diventato l’oasi che è oggi, circondata da nuovi quartieri, strade, e costeggiata dal tracciato sotterraneo della Metro. Il placido vigore di quest’albero ci dice della grande forza che lo anima, con due concrescite laterali che dalla base si sollevano quasi a intimorire lo spettatore, proprio come un sacerdote ­– cattolico o luterano – che ci ammonisce. Chi passa spesso non lo nota, perché l’albero se ne sta in ombra, circondato da altre piante. Ma appena l’occhio gli cade addosso, si resta quasi increduli. Ci si avvicina e lo si ammira. Dal basso, verso le proiezioni aeree, le chiome fitte, ombrose e ricadenti… Lo senti il profumo delle sue resine?»

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Tiziano Fratus: è lui che ha battezzato il cipresso calvo di Milano “il Sacerdote” (T. Fratus).

Approfondimenti

• I libri di Fratus L’Italia è un giardino (Laterza) e I giganti Silenziosi (Bompiani), Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli) e Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio (Aboca). E il suo sito internet: www.homoradix.com.
• Una visita ai Giardini Indro Montanelli di Porta Venezia.
• Il libro Oro Verde. Quanto vale la natura in città, (Il Verde Editoriale). Tra i suoi autori, Francesco Tomasinelli, che ha anche effettuato gli scatti pubblicati in queste pagine. 
• Il progetto Forestami, per rendere più verde Milano.

 

La via della luce 3 (neuroscienze)

Siamo al FlavioLucchiniArt Museum, a Milano, e abbiamo appena partecipato a una sessione di meditazione collettiva con Daniel Lumera, come abbiamo raccontato in un precedente articolo. Ora siamo con Luca Ascari, Chief Technology Officer e co-fondatore di Henesis, l’azienda – spin off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – che ha sviluppato la tecnologia necessaria a visualizzare l’attività cerebrale di Lumera, quella che è stata proiettata su uno schermo durante la meditazione. Ascari è un ingegnere elettronico che ha già completato un dottorato in bioingegneria alla Scuola Superiore Sant’Anna ed è ora studente di secondo dottorato in neuroscienze all’Università di Parma, dove fa parte del gruppo di Giacomo Rizzolatti che ha scoperto i neuroni specchio.

Di che cosa si occupa la vostra startup?

Ci occupiamo di tecnologie al servizio dell’uomo. Soprattutto nella prospettiva di un innalzamento dell’età media, ci occupiamo di mantenere, di migliorare e di recuperare la qualità della vita che, a causa per esempio di un’operazione o di una malattia, rischia di essere persa. Abbiamo un approccio olistico dal punto di vista motorio, cognitivo ed emozionale. Quindi meditazione, mindfulness… queste tecniche sono una parte importante del benessere. E poiché noi ci occupiamo di tecnologia, abbiamo sviluppato tecnologie per misurarne gli effetti.

Come funziona la fascia che ha indossato Lumera durante la meditazione?

La fascia raccoglie e registra l’attività del cervello, quindi fa un’elettroencefalografia con un numero ridotto di contatti elettrici, però con qualità alta: è una qualità clinica, sostanzialmente. Da questi segnali vengono estratte alcune caratteristiche tipiche delle varie fasi della meditazione, che vengono evidenziate sullo schermo. Per quest’occasione abbiamo voluto creare un’opera d’arte visiva; ma dietro c’è uno studio e un’analisi dei segnali generati dal cervello umano durante la meditazione.

Quali sono i principali segnali che vengono registrati?

Quello che si registra sono oscillazioni elettriche corrispondenti ai ritmi corticali, che hanno una certa energia nelle varie bande di frequenza. Per esempio, basta chiudere gli occhi perché un’oscillazione a una frequenza di circa 10 Hz (chiamata “banda alfa”) emerga dal rumore di fondo nella zona occipitale, sede della corteccia visiva. L’aumento dell’energia è legato al fatto che la corteccia, in quel momento, non sta elaborando segnali visivi, lasciando così la popolazione neuronale nel suo stato di riposo, che è oscillatorio “all’unisono” (in fase), a quella frequenza.
A seconda della capacità di andare più a fondo nella meditazione, si potrebbe avere un allargamento di queste onde alfa verso il lobo frontale. Inoltre, c’è normalmente un aumento delle onde theta, quelle lente (circa 5 Hz), partendo dai lobi parietali per poi interessare tutto il cervello. E le onde beta (attorno ai 20 Hz), firma tipica di attivazione del sistema motorio, cioè di quando prepariamo o coordiniamo i movimenti, normalmente scendono durante tutta la fase meditativa, fin quasi a scomparire nelle fasi più profonde. La nostra interfaccia grafica permette di visualizzare queste cose in tempo reale.

TEDx di Luca Ascari sulla percezione artificiale a servizio dell’uomo.

E qual è l’elemento più caratterizzante della meditazione che abbiamo appena svolto?

L’aumento delle onde theta, insieme con l’attenuazione delle onde beta e delle onde alfa. Queste ultime si concentrano nella parte frontale.

Si concentrano lì perché Lumera dice di portare l’attenzione nella parte alta del cranio?

Difficile a dirsi: dipende anche da come una persona riesce o meno a immaginare questa fase. Le persone “visive”, per esempio, utilizzano molto la vista, e la modulazione delle onde alfa potrebbe esserne un marcatore. La corteccia funziona anche se non stiamo vedendo effettivamente con gli occhi, si attiva anche con l’immaginazione.

La fase di respirazione invece che effetto ha?

La fase di respirazione genera normalmente oscillazioni ampie sincronizzate con il respiro in tutte le frequenze, considerate in parte come artefatti di natura muscolare, in parte come attività corticale volta alla coordinazione cognitiva di movimenti non normalmente effettuati. In Daniel, però, che è un meditatore con grande esperienza, il cervello riesce a rimanere quieto anche durante questa fase, come se  la coordinazione motoria restasse a livello sottocorticale, non coinvolgendo la corteccia, che quindi permane nello stato di quiete, meditante.

E la fase del mantra?

La fase del mantra è complessa. L’abbiamo vista bene al MAXXI di Roma: si vedeva che le fasi del so-ham mostravano un aumento e una diminuzione dell’attività. Questo è il segnale che visualizziamo, dargli una spiegazione neuroscientifica è però oltre il nostro scopo, e non è detto che sia possibile. Sappiamo alcune cose sul cervello, molte altre restano sconosciute.

Tutto questo, allora, alla fine che ci dice?

Ci dice che il cervello meditante subisce alcune modificazioni autoindotte, quindi il cervello ha la possibilità di modificare sé stesso e di abbassare il livello di attività disorganizzata per favorire un livello di attività più organizzata.

 

Link e approfondimenti

  • La prima parte dell’articolo (prologo e intervista) e la seconda (l’esperienza).
  • Il sito dell’evento Meditation Rave.
  • Il libro 28 respiri per cambiare vita (Mondadori), di Daniel Lumera.
  • Il nuovo libro di Daniel Lumera, Come se tutto fosse un miracolo (Mondadori), in libreria dal 2 aprile 2024.
  • Il libro Il cervello di Siddhartha (Rizzoli), di James Kingsland.
  • Il sito del FlavioLucchiniArt Museum, che ha ospitato l’evento.
  • Il sito di Henesis, la startup che ha realizzato le tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale usate nell’evento.