In molti si sono accorti di lei quando, al Festival di Sanremo 2022, Jovanotti ha recitato in diretta la sua poesia Bello mondo. Ma Mariangela Gualtieri era già una poetessa affermata, con una ricca produzione (ha pubblicato soprattutto con Einaudi) e radici che affondano nel mondo del teatro. Nel 1983, ha infatti fondato con Cesare Ronconi, suo compagno di studi di architettura a Venezia, la compagnia Teatro Valdoca, una delle esperienze più innovative del teatro italiano. E c’è molto di questa sfera nel suo modo di essere, di scrivere, di declamare poesie, di relazionarsi con altri artisti, musicisti, personaggi dello spettacolo. Di toccare il cuore della gente con temi eterni, come l’amore, e urgenti, come il nostro rapporto con la natura, con la terra madre. L’abbiamo incontrata a OCA – Oasy Contemporary Art and Architecture, in occasione di una presentazione al pubblico dell’installazione che ha realizzato con l’architetto Michele De Lucchi, Nella terra il cielo, costruita intorno a una sua poesia che si può ascoltare solo lì, dalla sua voce. E abbiamo colto l’occasione per chiederle il suo punto di vista sui rapporti tra arte e scienza. O meglio, in questo caso, tra scienza e poesia.
Che cosa può dare la scienza alla poesia? Che cosa ha dato a Lei?
A me la scienza ha dato e continua a dare tantissimo, forse perché i testi scientifici sono sempre stati, fra le mie letture, i più emozionanti e sorprendenti. Fra i libri prediletti della mia biblioteca c’è un grosso tomo di biologia che ha l’unico difetto di essere del 1977. Poiché io leggo per stupefarmi e innamorarmi, mi accontento così, di studi che precedono gli ultimi cinquant’anni di straordinarie scoperte. Mi aggiorno con altri autori. Sono debitrice di Stefano Mancuso per più di una poesia, o anche di Guido Tonelli, o Carlo Rovelli, solo per citare gli italiani, ma sono davvero tanti gli scienziati del mondo dai quali sono stata ispirata. Il libro più avvincente che ho fra le mani in questo periodo è di un biologo poeta, David George Haskell, sull’acustica del mondo. Un’intera sezione di un mio libro di poesia si intitola “Esercizi al microscopio”, poesie nate dallo stupore davanti alle meraviglie che il mio vecchio e buon microscopio ottico mi rivela: ogni volta che sistemo l’occhio sul tubo monoculare, dopo aver sistemato sul vetrino piccolissimi pezzi di mondo o di me stessa, un enorme inspirazione mi fa trattenere il fiato e spesso mi commuovo per le meraviglie che vedo.
Ogni granello. Ogni millimetro di foglia.
Ogni estremità di zampa d’ape
tutto ha siffatto marchio d’una cura
che lo sostiene
come fosse ogni specie prediletta
e prescelta, ognuna, nella fattispecie sua
che a guardarla per bene ogni particella
è centro universale, bella
d’una bellezza unica e abbagliante
commovente per quanto ci è vicina
e somigliante.
(da “Esercizi al microscopio”, in Le giovani parole, Einaudi 2015)
E che cosa può dare la poesia alla scienza?
Credo che la poesia possa aiutare la scienza a non dare per scontata la meraviglia del mondo, a non perdere stupore. Ma forse l’aspetto più importante è che la poesia indaga il sacro e l’irrazionale – quel lato d’ombra dal quale molti poeti e poete non hanno più fatto ritorno – per questo credo Heidegger considera i poeti come “i più arrischianti” . La ragione non potrà mai dominare quel territorio spaventoso contro il quale forse tutta la scienza si erge e rispetto al quale il socratico “sapere di non sapere” pare la vetta più alta della conoscenza.
Credo che poeti e scienziati partano dallo stesso desiderio di sporgersi verso l’inatteso, verso l’ignoto: lo scienziato lo fa attrezzando la sua rampa di formule mentre il poeta è a mani nude. Ma per le scoperte di entrambi resta un punto enigmatico che nessuna formula può rivelare. Lo chiamiamo istinto, intuito o ispirazione, pensiero laterale o altro, parole messe lì a tappare qualcosa che non si spiega.
Link e approfondimenti
• Bello Mondo e altri libri di Mariangela Gualtieri pubblicati da Einaudi.
• Un dialogo con Lorenzo Jovanotti (video).


