La regina delle acque

Mami Wata è una divinità africana vudù simbolo di trasformazione. Seduce con sogni di ricchezza, ma può trascinare le anime imprudenti nel suo regno, in fondo al mare.

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La regina delle acque

Mami Wata è una divinità africana vudù simbolo di trasformazione. Seduce con sogni di ricchezza, ma può trascinare le anime imprudenti nel suo regno, in fondo al mare.

Mami Wata è una divinità acquatica vudù, allo stesso tempo africana e sincretica. Il suo culto si estende in Africa dell’Ovest e Centrale, ma anche attraverso l’oceano nei Caraibi e nelle Americhe dal Brasile alla Luisiana. Le sue origini sono generalmente datate al XV secolo, al momento dei primi contatti con le navi portoghesi che avevano spesso, a prua, immagini di sirene scolpite; ma le antiche radici provengono dagli arcaici culti africani degli spiriti femminili delle acque. Mami Wata – il cui nome deriva dall’inglese “Mother Water”, o “Mammy Water” – è conosciuta per il suo potere di trasformazione ed è il più delle volte rappresentata come una bella donna con i capelli neri oppure sotto la forma di sirena. La sua iconografia si ispira tanto alle sirene navali europee quanto all’ammaliatrice francese di serpenti Nala Damajanti vissuta nel XIX secolo, o ancora a divinità induiste alle quali la sua immagine è stata mescolata nel XX secolo. Una goccia rossa, terzo occhio per gli orientali, orna spesso la sua fronte, simbolo di questa fusione culturale. La sua pelle è di solito bianca, segno di purezza, ma anche di estraneità, di stravaganza, di origini lontane. È associata al serpente che si arrotola intorno al suo corpo, animale acquatico per eccellenza in Africa.

Seducente e pericolosa

Mami Wata è una figura libera, seducente e pericolosa. Il fedele intrattiene con lei una relazione intima, a volte sessuale. Lei può accordare ricchezza, salute, fertilità o, al contrario, punire con la malattia, la follia. Esige fedeltà, offerte e a volte sacrifici più radicali come il celibato o la rinuncia alla famiglia. Mami Wata comunica con i suoi fedeli attraverso i sogni, le visioni o la trance. I suoi santuari sono spesso ornati di specchi, passaggi simbolici tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. Le sue facce multiple, a volte maschili in forma di Papi Wata, sono mutanti come l’acqua che scorre. Incarna un potere perennemente rinnovato.

Come una sirena

Lungo la costa dell’Africa che si affaccia sul Golfo di Guinea, tra Togo, Benin e Ghana, Mami Wata è considerata un vudù che vive nelle acque dell’oceano. È la “sirena”. Ma Mami Wawa è nomade, la si può trovare in molti altri Paesi. Molte sono le sue identità e notevole la sua capacità di metamorfosi e adattamento: regina delle acque, dea della fertilità, avida accumulatrice di denaro, vanitosa e dispettosa despota nei confronti dei suoi adepti, sirena, incantatrice di serpenti, donna e uomo, ammaliatrice, prostituta e amante gelosa.

Folies Bergere Nala Damajanti
L’incantatrice di serpenti Nala Damajanti alle Folies Bergère di Parigi, in un poster dell’epoca (fine ‘800).

Mami Wata è “moderna”, spesso  straniera rispetto ai luoghi che la ospitano, è viaggiatrice ed esotica, garanzia di una felicità ineffabile e seducente. Incorpora le ambiguità dell’essere umano e della società contemporanea: dalle promesse di ricchezza alla minaccia di morte. Secondo i suoi adepti, vive in una bellissima e futuribile città nel fondo del mare; ma accettare il suo invito ad abitarla significa abbandonare la propria esistenza ed essere trascinati per sempre nei gorghi dell’oceano, nelle profondità del mare. Firmare un patto con lei può assicurare il successo e la ricchezza; ma il prezzo da pagare può essere estremamente elevato. In ogni contesto locale, Mami Wata assume significati differenti, soprattutto quando si integra nei sistemi e nelle pratiche religiose. Nella bassa Guinea, la cultura materiale che circonda il suo culto è ricca e opulenta. Gli altari, gli affreschi, le decorazioni del corpo, gli abiti e le collane incorporano l’auspicata ricchezza e la necessaria bellezza, propria della divinità. Le adepte di Mami Wata  periodicamente portano al mare le loro collane perché, bagnate nell’acqua, possano purificarsi e caricarsi spiritualmente. Il mare diventa quindi, in queste pratiche rituali, sorgente di potere rigenerante, di prosperità, di ricchezza e di benessere. Ma le immagini di morte che il mare evoca restano sempre latenti, pronte a riemergere, come sanno le adepte che si buttano in trance nelle onde, catturate dalla divinità che cerca di trascinarle con sé in fondo al mare.

Una città in fondo al mare

La spiaggia di Cotonou in Benin è frequentata, oltre che dagli adepti della chiesa del Cristianesimo celeste, anche da quelli della religione vudù e in particolare da chi è legato a Mami Wata. La loro presenza, forse meno evidente, è scandita dai ritmi delle cerimonie annuali. I fedeli si incontrano alla periferia della città, in una località chiamata Djako, dove vi sono diversi altari vudù. Lungo questa spiaggia capita spesso di sentire racconti e leggende che riguardano Mami Wata, come ha testimoniato l’antropologa Alessandra Brivio dell’Università di Milano Bicocca nel corso di una spedizione in Benin: “Un giorno mentre stavo passeggiando lungo la battigia, un giovane mi si avvicinò per chiacchierare e mi disse, un po’ preoccupato, di  stare attenta e allontanarmi dall’acqua. Là in fondo, continuò, abitava Mami Wata. Lei viveva in una città incredibilmente moderna. Là in fondo c’era tutto, lusso e ricchezza, c’erano anche gli aerei. Era una città ricca e futuribile con palazzi, grattacieli, strade sopraelevate. Là in fondo c’era tutto ciò che “avete voi” in Europa. Questa mirabolante città dei sogni era però un paradiso subacqueo senza ritorno. Il ragazzo mi disse che chi decideva, convinto da Mami Wata, di andare a visitarla, non avrebbe mai più fatto ritorno”. D’altra parte il mare, per molte popolazioni che si affacciano sul Golfo di Guinea, è anche ritenuto il luogo dove confluiscono tutti coloro che lasciano la vita terrena. Questa tradizione, già presente, si è poi probabilmente accresciuta dopo l’arrivo dei primi portoghesi, quando il mare divenne il luogo dove spesso scomparivano per sempre tra i flutti gli uomini e le donne costretti ad imbarcarsi come schiavi per la traversata atlantica.

Contro il regime

In Congo, il culto di Mami Wata, importato dal Benin, assume una connotazione politica, scollegandosi dalla dimensione religiosa. Nella pittura popolare congolese, Mami Wata appare profondamente legata alle vicende politiche del Paese. Qui emerge una sua identità più oscura, compromessa con le forze del male, con il demonio e con la stregoneria. Viene identificata come la sposa vampira o strega del dittatore Mobutu, che governò negli anni Cinquanta, diventando uno strumento di critica politica e sociale da parte della popolazione oppressa dal regime.

Roberto Masutti

Link e approfondimenti

• Il libro (scaricabile gratuitamente in PDF, in inglese) Mami Wata: Arts for Water Spirits in Africa and Its Diasporas (UCLA James S. Coleman African Studies Center) di Henry John Drewal.
• I libri Genio del paganesimo (Bollati Boringhieri) e Il dio oggetto (Meltemi) di Marc Augé.
• Il libro L’Africa e la stregoneria. Saggio di antropologia storica (Laterza) di Alice Bellagamba.
• Il libro Connessioni. Antropologia dell’universalità delle culture (Bollati Boringhieri) di Jean Loup Amselle.
• Il libro Modernity and its malcontents: ritual and power in postcolonial Africa (University of Chicago Press) di Jean e John Comaroff.

 

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