Dopo giorni di forsennato lavoro da parte di tecnici e ingegneri, e circa un’ora in piedi, per noi spettatori, in attesa del countdown, tutto si consuma in pochi secondi: Tre, due, uno… Top! Allumage. Decollage!… A quasi otto chilometri di distanza dal punto in cui ci troviamo, in mezzo alla bassa vegetazione amazzonica che ci circonda da ogni lato, si accende una doppia luce di un bianco così intenso da sembrare irreale, come se fosse prodotta da una gigantesca fiamma ossidrica. A emetterla sono i due propulsori – o booster – di Ariane 6, il razzo che alle 17:11 ora locale di giovedì 27 agosto 2026 comincia a sollevarsi dal suolo tra la nuvola di vapore che si gonfia ai suoi lati. Si muove in modo dapprima quasi impercettibile, poi sempre più deciso fino a tagliare il cielo; mentre un boato assordante che scuote l’atmosfera ci raggiunge dopo qualche secondo. La traiettoria procede decisa verso l’orbita di destinazione: il lancio del satellite meteorologico MTG-I2 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese, si svolge sotto i nostri occhi in perfetto orario e come da manuale.
All’equatore
Le persone intorno a me sono visibilmente sollevate. Sono in gran parte dirigenti, funzionari, tecnici e ingegneri coinvolti nella missione. Molti hanno lavorato a MTG-I2 per anni, e ora si abbracciano o si danno pacche sulle spalle; ma ancora aspettano a esultare fino in fondo, perché il percorso che va dalla rampa di lancio all’orbita è pieno di insidie e ancora deve svolgersi fino in fondo. In questo momento ci troviamo su una collinetta chiamata Toucan, con gli avvoltoi che volano instancabili sopra le nostre teste: è il luogo migliore dove assistere all’evento, perché nelle immediate vicinanze della rampa di lancio sarebbe troppo pericoloso e altrove ci si troverebbe in mezzo alla vegetazione o comunque in condizioni di visibilità molto peggiori.
Sull’Europa
Il primo punto da chiarire è come mai siamo proprio qui, nella foresta amazzonica, per assistere al lancio di un satellite europeo. «Ci sono più motivi», spiega Lier, direttore dello spazioporto gestito dal francese Centre national d’études spatiales (Cnes). «Innanzitutto siamo vicini all’equatore, e questo è utile per raggiungere l’orbita geostazionaria». Cioè quella particolare orbita verso cui è diretto MTG-I2, perché lì può muoversi in modo sincronizzato con la rotazione terrestre e puntare i suoi strumenti sempre verso l’Europa e il bacino del Mediterraneo fino al Nordafrica, cioè le zone che deve servire per le osservazioni meteo. «Inoltre qui in Guyana Francese il clima è molto stabile, non ci sono estati e non ci sono inverni. Non c’è nemmeno il rischio di uragani, quindi possiamo effettuare lanci durante tutto l’anno».

Tra gli animali
Poi c’è il vantaggio di avere molto spazio a disposizione: «Il sito è grande 660 km, dieci volte Parigi», enfatizza Lier. «Ma non è popolato, quindi non abbiamo bisogno di effettuare evacuazioni quando lanciamo: è completamente sicuro per la popolazione». All’interno ci si muove in automobili con targa francese, si paga in euro e si può parlare al cellulare in roaming come in ogni parte d’Europa. Spesso, però, per le strade si trovano segnali di pericolo per noi inusuali: attraversamento di scimmie, di giaguari e perfino di formichieri. «Ci diamo molto da fare per proteggere gli animali», dice Lier. «E ce ne sono molti, perché la caccia è vietata e gli animali sono protetti. Qui sono al sicuro, come in un parco». Gli addetti con cui parliamo ci parlano di una ventina di giaguari, una volta è stata vista una famiglia nei pressi della rampa di Lancio di Ariane 6. Ci sono anche puma, ocelot, cervi, bradipi, armadilli, tarantole, tucani, uccelli di ogni foggia e colore, oltre agli avvoltoi che aleggiano ovunque. Nel centro di controllo, ci sono foto e uno schermo che fa scorrere le immagini riprese dalle fototrappole. «Una volta stavo guidando dal mio ufficio agli impianti, e un giaguaro saltò di fronte alla mia macchina», racconta Bruno Erin, direttore di missione di ArianeSpace, la società che gestisce le operazioni di Ariane 6 allo spazioporto di Kourou,. «Un’altra volta stavo correndo non lontano da qui, c’è una strada dove si può fare, e ho incrociato un boa costrictor. Era piuttosto grande. Ci sono molte tartarughe, la settimana scorsa ne ho trovata una sulla Via dello Spazio (il nome di una strada, ndr) e l’ho spostata per evitare che qualcuno la schiacciasse. Gli animali non sono pericolosi, una delle ragioni è che ci temono e quindi ci evitano, a meno che non si sentano in pericolo».
(Il reportage completo sul prossimo numero di Focus, in edicola dal 20 ottobre)


