Il mio Nord

Il fotografo Stefano Unterthiner ci racconta come è nata e come si è sviluppata la sua ultima mostra "Una finestra sull’Artico", frutto di 7 anni di appostamenti alle isole Svalbard.

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Il mio Nord

Il fotografo Stefano Unterthiner ci racconta come è nata e come si è sviluppata la sua ultima mostra "Una finestra sull’Artico", frutto di 7 anni di appostamenti alle isole Svalbard.

Quando nella primavera del 2020 il mondo è stato paralizzato dal Covid, lui era lì con la sua famiglia – la moglie Stephanie che lo segue ovunque e i suoi due bambini. Lì in pieno Artico, in mezzo alle isole Svalbard improvvisamente vuote di turisti, a svolgere la sua missione: vivere e documentare il cambiamento climatico in una delle aree più vulnerabili del pianeta. In quelle circostanze a dir poco estreme, Stefano Unterthiner – autore di reportage per National Geographic e di progetti a lungo termine dedicati al rapporto tra uomo e natura – ha realizzato migliaia di scatti, sessanta dei quali sono confluiti nella mostra Una finestra sull’Artico al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, inaugurata da poco e visitabile fino al 3 maggio 2026. Lo abbiamo intervistato per sapere di più di questa sua straordinaria esperienza e dei suoi altri progetti in corso.

Nella mostra Una finestra sull’Artico emerge un racconto molto personale del Nord. Qual è l’emozione dominante che hai voluto trasmettere?

Volevo innanzitutto comunicare l’importanza di proteggere le aree selvagge (wilderness), cioè quei luoghi ancora intatti e non alterati dall’attività umana. Attraverso questa selezione di fotografie, ho cercato di mostrare ciò che l’Artico è ancora oggi; ma soprattutto di invitare a una riflessione sul cambiamento climatico in atto, non solo nell’Artico ma a livello globale. Più che trasmettere un’emozione specifica, il mio obiettivo era stimolare una riflessione consapevole. Per questo, alla fine del percorso espositivo, è stata realizzata una sala dedicata alle testimonianze degli abitanti delle Svalbard: ritratti accompagnati dalle loro voci, che raccontano in prima persona la percezione dei cambiamenti climatici.

Alle Svalbard hai vissuto in immersione totale, spesso in condizioni difficili. Puoi descrivere questa esperienza?

Parlando con le persone che vivono lì da molto tempo, emerge sempre lo stesso racconto: le temperature sono cambiate, il permafrost rimane gelato per periodi sempre più brevi, e questo genera valanghe e smottamenti che prima non c’erano. Sono state documentate anche piogge invernali che poi gelano, creando uno strato di ghiaccio che impedisce alle renne di nutrirsi, con conseguenze drammatiche per alcune popolazioni. Molti fiordi interni non ghiacciano più, neppure in inverno, mentre un tempo erano attraversabili con motoslitte o sci. L’Artico appare ancora come un ambiente intatto, ma è chiaramente minacciato. Rimane un ecosistema delicato, con tempi di adattamento molto lenti, e proprio per questo risulta più vulnerabile rispetto ad altre regioni del Pianeta.

Nelle foto che pubblichiamo qui, sono ritratti due maschi di renna in lotta e una volpe. Cominciamo dalle renne. Che cosa stava avvenendo?

Entrambe le immagini risalgono alla mia prima spedizione alle Svalbard, nel 2018. Per le renne, ho seguito la stagione riproduttiva, cercando di documentare il confronto tra i maschi per il controllo degli harem. Una mattina, mentre osservavo un gruppo, un maschio dominante è stato sfidato da un rivale: ne è nato uno scontro violento. Mi trovavo molto vicino, esattamente nel punto giusto e sono riuscito a realizzare primi piani molto intensi, con i maschi nel pieno della competizione per l’accesso alle femmine.

Volpe Unterthiner
Una volpe artica in abito invernale sul permafrost (Foto S. Unterthiner).

E la volpe?

In questo scatto, volevo raccontare il legame tra l’animale e il suo ambiente. Avevo notato una superficie di permafrost priva di neve, coperta solo da una leggera brina, con una forma molto particolare. Su quel terreno si muoveva una volpe già in abito invernale: l’immagine era chiarissima nella mia mente e ho scelto di realizzarla con un grandangolo per includere il paesaggio.

Il tuo ultimo progetto è dedicato al lupo. Come è nato e come si è sviluppato?

Le montagne del lupo è nato quasi senza che me ne rendessi conto. La definizione di un progetto non avviene sempre in modo lineare: a volte nasce da una singola fotografia o da un periodo di lavoro su una specie o su un territorio, senza la consapevolezza che diventerà un programma di lungo periodo. Nel caso del lupo è andata proprio così. La prima fotografia ritrae due lupi vicino al villaggio di Opi (Aq) nel 2015. L’ultima immagine, invece, è del 2025. Dieci anni di lavoro, dovuti anche al fatto che il lupo è un animale estremamente difficile da fotografare, soprattutto se si cercano immagini coerenti con un racconto preciso. In tutto questo periodo ho portato avanti anche altri progetti, come quello alle Svalbard; e a un certo punto ho perfino pensato di rinunciare: fotografare in Abruzzo era diventato faticoso, anche a causa dell’affollamento di fotografi e turisti. La svolta è arrivata quando ho deciso di concludere il progetto nelle Alpi, in Valsavarenche, non lontano da casa mia: è stata una scelta che mi ha restituito motivazione ed energia, permettendomi finalmente di chiudere il cerchio.

L’intelligenza artificiale e le immagini generate digitalmente che impatto avranno sulla fotografia naturalistica?

Temo che l’arrivo dell’intelligenza artificiale renderà ancora più opaco il mondo della fotografia naturalistica, soprattutto quella professionale basata su progetti di lungo periodo, ricerca e intenzionalità narrativa. Viviamo già in un sistema consumistico che ha banalizzato la fotografia, trasformandola in una merce come le altre liberamente scambiabili online. Un tempo fotografare certi animali, come il leopardo delle nevi, era quasi impossibile e chi ci riusciva faceva sognare tutti. Oggi esistono viaggi organizzati per ottenere “la foto migliore”, dimenticando che il soggetto dovrebbe essere l’animale, non l’immagine in sé. Di recente, alla mostra al Forte di Bard, una signora mi ha chiesto se le mie foto fossero ritoccate. Le ho risposto ironicamente: “Ma certo, altrimenti come potrebbero essere così belle?”. E lei: “Ah, ora capisco”. Abbiamo perso fiducia, emozione e fascinazione per la fotografia naturalistica come strumento di racconto. L’intelligenza artificiale non potrà che peggiorare la situazione.

Link e approfondimenti

• La mostra Una finestra sull’Artico al Forte di Bard. Fino al 3 maggio 2026.
• Il libro Le montagne del lupo, l’ultima pubblicazione di Stefano Unterthiner.

Francesco Tomasinelli
Francesco Tomasinellihttp://www.isopoda.net
Francesco Tomasinelli è fotogiornalista specializzato in scienza, viaggio e natura. Laureato in scienze ambientali, ha scritto e illustrato con le sue immagini 7 libri su animali e aree protette, oltre ad aver progettato mostre scientifiche per musei in tutta Italia. Lavora anche come consulente in studi sulla biodiversità e opere di miglioramento ambientale, ed è ospite regolare della trasmissione di Rai3 GEO come esperto di animali ed ecologia.

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