L’abbiamo visto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (Iss) a svolgere esperimenti, scattare foto, rispondere alle interviste. Siamo rimasti con il fiato sospeso a seguire le sue attività extraveicolari, quando a più riprese è uscito all’esterno per mettere a punto gli esperimenti scientifici in corso di svolgimento. Ora Luca Parmitano si sta preparando alla sua prossima sfida, la missione sulla stazione lunare orbitante Lunar Gateway, alla cui progettazione ha partecipato in prima persona su richiesta della Nasa e dell’Esa.
Come sarà vivere sul Lunar Gateway?
Sarà molto diverso rispetto a un’esperienza di lunga durata sulla Iss, perché il Lunar Gateway non è progettato per essere perennemente abitato. Verrà infatti usato soltanto nelle missioni lunari, che dureranno al massimo un mese e mezzo. Gli equipaggi che prevediamo saranno di quattro persone, di cui una resterà a bordo per la manutenzione e per l’esecuzione di esperimenti, mentre le altre saranno destinate alle operazioni di superficie sulla luna. Dunque il Lunar Gateway sarà molto più piccolo e molto più spartano della Iss; e anche per questo deve essere progettato con grande cura, in modo che gli spazi disponibili vengano utilizzati nella maniera più efficace ed efficiente possibile.

Tu stesso hai partecipato alla progettazione. Che cosa hai fatto in particolare?
Con i miei colleghi americani, ho cercato di contribuire per quanto possibile al design dei volumi non solo per le operazioni normali e di emergenza, ma anche per i momenti di riposo. Per esempio, abbiamo dato indicazioni su dove e come posizionare le maniglie e i sistemi di supporto per i nostri piedi (per dare stabilità in assenza di peso, ndr).
Puoi descriverci i moduli che hai testato?
I moduli Halo e I-Hab del Lunar Gateway sono due gemelli diversi. Sono gemelli, perché da un punto di vista costruttivo sono praticamente identici. Quello che cambia è l’installazione interna, l’outfit. Halo è infatti progettato per ospitare sistemi di sperimentazione e utilizzo, mentre I-Hab è pensato per un utilizzo multiplo; avrà una porta di attracco della navetta Orion, avrà l’air lock, avrà un modulo di servizio e sperimentazione. E soprattutto avrà il soggiorno degli astronauti, con le loro cuccette private.

Dalla Stazione Spaziale Internazionale, hai scattato molte fotografie paragonando la Terra a un’opera d’arte. Che rapporto hai con l’arte?
Non sono un artista, però mi piace considerarmi un ricevitore di arte. Ho sempre pensato che l’arte, come mezzo di comunicazione, abbia bisogno di due elementi: un artista che crea e un altro “artista” che è in grado di ricevere quella creazione. Mi piacciono moltissimo l’arte moderna e contemporanea, soprattutto quella contemporanea. Perché mentre per l’arte classica ho sempre avuto bisogno di una chiave interpretativa, di qualcuno che mi spiegasse che cosa leggere nel pezzo artistico che stavo osservando, trovo che l’arte contemporanea sia più libera, nel senso che ognuno è in grado di interpretarla in base al suo stato interiore del momento. E quindi è un’arte molto fluida, in grado di evolvere. Di fatto, anch’io mi sono prestato un po’ al gioco dell’arte, perché nella mia ultima missione del 2020 ho portato con me una piccolissima opera d’arte di un artista italiano, Jago, una statuetta di un bimbo in posizione fetale nel grembo materno. Questa statuetta mi ha fatto compagnia durante la mia ultima missione.

Che cosa pensi che l’arte possa dare l’arte alla scienza e all’esplorazione spaziale? E la scienza all’arte?
L’arte e la scienza per millenni sono state la stessa cosa, basta guardare ovunque in Italia. Prendiamo Leonardo da Vinci: la sua arte e la sua scienza non sono due contenitori separati, ma sono uniti da una membrana osmotica in cui l’arte, il genio, passa nella scienza e viceversa. E non c’è alcuna discontinuità, è un continuum. Anche oggi, di fatto, secondo me l’arte riesce a trasformare il pensiero astratto in concetti di possibilità e poi la scienza trasforma quella possibilità in praticità. Allo stesso tempo, la scienza ispira l’arte, a partire dal pensabile per arrivare all’impensato. I grandi artisti hanno conoscenze a volte istintive, a volte frutto di molto studio, per comprendere il colore, le vibrazioni, la musica.
Il genio dell’artista sta nel trasformare concetti mai pensati prima in qualcosa che parla a tutti. E la scienza fa la stessa cosa.


