Non capita tutti i giorni di entrare in un luogo che nasce da una poesia, o forse in una poesia che si fa luogo. È quello che avviene in questo angolo di Toscana – una piccola magia – in un bosco popolato da cervi e disseminato di installazioni artistiche integrate nella natura. Siamo a OCA – Oasy for Contemporary Art and Architecture, un percorso espositivo che ha aperto le porte al pubblico pochi mesi fa, su una montagna alta mille metri nei pressi di Piteglio, tra Pistoia e l’Abetone, in una riserva naturale affiliata WWF che ospita anche un hotel diffuso, progetti di ricerca, attività didattiche e ricreative. Per arrivare qui, occorre lasciare la macchina in un parcheggio ai piedi della montagna e camminare per mezz’ora nel bosco.
Nella natura
«Si sente spesso parlare di arte nella natura, ma in gran parte dei casi è uno slogan. Qui siamo veramente nell’arte nella natura», spiega Paolo D’Angelo, docente di estetica all’Università di Roma Tre e autore di libri come Il paesaggio ed Estetica della natura (Laterza). «L’esperienza più vicina è Arte Sella. Poi ci sono eccellenti raccolte di arte ambientale, come la Fattoria di Celle in Toscana e Fiumara d’arte in Sicilia. Qui, però, per conoscere le opere devi fare un’esperienza nella natura; devi entrare nel paesaggio, percorrerlo, scoprire le installazioni».

Il punto zero
La nostra visita comincia dall’installazione Nella terra il cielo realizzata da Michele De Lucchi: un grande tetto in legno che poggia su dodici pilastri in pietra serena, con un foro al centro che ricorda l’oculus del Pantheon. A terra, in corrispondenza del foro, sono disposti in cerchio sei lettini in legno, sui quali ci si può sdraiare per guardare il cielo, mentre si ascolta attraverso una schiera di altoparlanti la vera architettura dell’opera: una poesia di Mariangela Gualtieri recitata da lei stessa.
Come un agrimensore
«La prima volta che sono arrivato qui non c’era niente», racconta Emanuele Montibeller, il curatore del percorso espositivo. «Sono arrivato, ho visto questo luogo e ho pensato: questo è il punto zero. Cioè il punto sul quale costruire un progetto espositivo di arte e di architettura». Montibeller, che è stato tra i fondatori di Arte Sella, ha una lunga esperienza in questo campo. «Come un agrimensore, ho sentito che questo punto era l’inizio», prosegue. «I luoghi sacri sono caratterizzati dal mito, dal rito e dal racconto. Mi sono detto: questa volta cominciamo dal racconto». O, meglio, dalla poesia. Una poesia di Mariangela Gualtieri che non si può leggere, perché non è pubblicata in nessun libro. Si può solo ascoltare. Solo qui.

Una nuova alleanza
«Siamo venuti qui con la nostra offerta migliore», ha detto la poetessa, commentando il suo ruolo nell’opera. E poi il dubbio: «Perché lo abbiamo fatto? Non serviva farlo. La prima volta che sono arrivata qui c’erano le ginestre, era tutto perfetto. La terra non ha bisogno di noi, non ha bisogno del nostro fare. Ma farlo serviva a noi, perché abbiamo bisogno di segni che sottolineino una nostra alleanza con la terra. E questo che ha fatto Michele De Lucchi è un segno potente di alleanza, di devozione, di rispetto». Un tetto, dodici pilastri, una finestra sul cielo, una poesia. Nulla di più. «Ettore Sottsass diceva che l’architetto non progetta gli spazi, non progetta gli oggetti, non progetta i colori, non sceglie i materiali; ma disegna i comportamenti delle persone», commenta De Lucchi.
Noi senza un dio veniamo qui a celebrare il divino (M. Gualtieri)
«È chiaro che questo è un tempio, e oggi ne abbiamo bisogno», enfatizza Montibeller. «Perché più diventiamo tecnologici, più abbiamo bisogno di spiritualità. La cosa che maggiormente mi colpisce è che questo luogo è vivo, indipendentemente da noi umani. I cervi entrano e lasciano le loro impronte. Una volta, una sera di giugno, mi sono trovato in mezzo alle lucciole. Arrivavano dalla foresta e si spostavano, alcune uscivano dal foro nel centro». Sempre il foro, l’oculus, è il protagonista di un’altra piccola magia: l’acqua piovana, provenendo dall’alto, ha scavato per terra – in corrispondenza dell’apertura – una circonferenza perfetta, all’interno della quale l’erba cresce più rigogliosa che nell’area circostante coperta dal tetto. Ci sono perfino un paio di funghi.
Vortici tra i castagni
La seconda opera che visitiamo è un’installazione di Kengo Kuma composta da tre vortici in acciaio cor-ten e fibra di carbonio che si sviluppano tra gli alberi di castagno. «Il protagonista di quest’opera è il vuoto, che passa attraverso la struttura», ci spiega la guida che ci accompagna. «Nella cultura giapponese, il vuoto è un luogo potenziale, dal quale può nascere qualcosa. Kuma voleva farci soffermare su che cosa ancora possiamo creare di nuovo e di positivo con l’ambiente». Realizzarla non è stato semplice. Roberto Castellani, project manager del progetto, l’ha definita “un’avventura”. «L’abbiamo modellata come se fosse stata una sciarpa, sul posto», ricorda. «Ci abbiamo messo sei mesi».

Anche in questo caso, Montibeller racconta come è nata l’idea: «Quando sono arrivato in questo punto, mi sono accorto che c’erano funghi. Mi sono chinato per raccoglierne uno e mi è caduto un riccio di castagna sulla schiena. Così mi è venuta l’idea di costruire qui un’opera che, una volta all’anno, vibrasse con questi alberi e “andasse a fioritura”. Il progetto ne prevedeva una, ne abbiamo fatte tre».
In un cerchio di pietre
L’installazione successiva è Fratelli Tutti di Matteo Thun, che prende il nome da un’enciclica di papa Francesco ed è un cerchio di pietre che ricorda Stonehenge. «L’estetica che noi consideriamo primitiva lo è davvero?», si domanda Montibeller. «Oppure può essere un linguaggio che utilizziamo anche oggi?». L’opera è costruita con massi estratti a pochi metri di distanza, per interpretare la pietra locale e per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.

La struttura è quanto di più semplice si possa immaginare, ma basta a definire uno spazio che è anche un ambiente acustico ben distinto dalla foresta circostante. Siamo in un punto in cui si passa dalle latifoglie alle aghifoglie, e la luce cambia. «Il luogo in cui viene realizzata l’opera è, a mio avviso, il 50% dell’opera stessa», commenta Montibeller. «Tutte queste installazioni sono pensate in un luogo, sono site specific. Io cerco di trovare i posti prima, poi li sottopongo agli architetti».
Qui siamo noi ad adattarci al luogo, non è il luogo che si adatta a noi (E. Montibeller)
Infine visitiamo l’opera dell’artista Quayola (Erosions), che consiste in blocchi di pietra lavica cesellati meccanicamente per mezzo di un algoritmo, e quella dell’architetto Alejandro Aravena (Self Regulation), un corridoio in cemento in cui i visitatori sono invitati a entrare, per diventare con i loro comportamenti – e attraverso due specchi che connettono l’interno e l’esterno – parte dell’opera stessa.

Come scrivere un libro
Il percorso si sviluppa in modo naturale, ma secondo una logica precisa. «Costruirlo è stato come scrivere un libro», commenta Montibeller. «Se si cambia una parola, cambia il significato di tutta la frase». Le opere, poi, non sono accompagnate da didascalie come nei musei. La visita del parco si svolge in piccoli gruppi, ciascuno accompagnato da una guida con competenze artistiche e ambientali. Così ogni gruppo vive l’esperienza in modo diverso e irripetibile. «Credo che oggi si debba lavorare non solo sulle opere d’arte», spiega Montibeller, «ma anche sul modo di farle vedere. Qui abbiamo cercato una condivisione con il gruppo. E il percorso è pensato in una certa maniera, per esempio non ci sono strade bianche come nei parchi urbani; perché abbiamo fatto la scelta di essere noi ad adattarci al luogo, non di adattare il luogo a noi».
Il buon esempio
Alla fine, che cosa ci può insegnare tutto questo? «Ci sono due aspetti importanti da considerare», risponde il paesaggista Paolo D’Angelo. «Uno è quello del recupero e della valorizzazione delle aree appenniniche, che è un problema molto acuto in Italia; da questo punto di vista, certamente un’esperienza come questa è un modello che può essere seguito. Poi c’è l’altro aspetto importante, che è quello di un rapporto sostenibile con la natura. Questo è percepibile in ogni angolo, in ogni punto dell’Oasi. Certamente non può diventare un’esperienza di massa, ma può essere un esempio di come si può pensare un rapporto onesto e vivibile con l’ambiente».

Il valore dell’unicità
Michele De Lucchi aggiunge: «È importante osservare come la natura si basi sulla diversità, e come la diversità sia la ragione della vita, della sopravvivenza, dell’evoluzione. Vale anche per la diversità del modo di operare dell’uomo. Quello che ci insegnano queste installazioni è proprio questo: l’unicità e la differenza tra le varie installazioni. La mentalità industriale tende a standardizzare; e la standardizzazione – anche nel costruire gli edifici – è ottima dal punto di vista produttivo ed economico, ma è negativa per tutto il resto. È negativa per gli uomini, è negativa per il nostro ambiente di vita, è negativa per le nostre relazioni, è negativa per tutto. Penso che sia indispensabile superare il problema paralizzante della standardizzazione e oggi l’industria può farlo, introducendo la diversità nei processi di produzione». Non è facile, bisogna volerlo. Ma nell’era dell’Antropocene è necessario arrivare a un nuovo patto tra gli uomini e con la natura. Servono meno cemento, più legno, nuove idee, più umiltà, più rispetto. E, soprattutto, più poesia.
Link e approfondimenti
• Il sito di OCA – Oasy for Contemporary Art and Architecture.
• Il sito di Michele De Lucchi.
• I libri di Mariangela Gualtieri.
• L’articolo di Andrea Parlangeli su OCA – Oasy for Contemporary Art and Architecture su Focus.it.


