Nel ventre buio della montagna

Storia dell'esperienza, nelle Dolomiti di Sesto, con l'oscurità più estrema e con la luce più intensa mai vissute.

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Nel ventre buio della montagna

Storia dell'esperienza, nelle Dolomiti di Sesto, con l'oscurità più estrema e con la luce più intensa mai vissute.

Ancora in zona rossa, ancora difficile uscire ed esplorare sentieri. Ma, come si dice, se la vita ti dà limoni, tu fai una limonata. Così, approfittando della bella giornata, scendo in cortile a leggere per godere del calore e della luce. Trovo su Josway un’intervista che attira la mia attenzione, diciamo per contrasto: ho gli occhi strizzati per il sole ma a incuriosirmi è un articolo sul buio, o meglio sul “fascino del nero più estremo”. Si parla di un diamante giallo che letteralmente svanisce quando viene immerso dietro una patina ultra nera di nanotubi di carbonio che riesce ad assorbire la quasi totalità della luce. Incredibile, ancora di più se mentre leggo sono letteralmente immerso nella luce di marzo. Questa condizione mi fa scattare in testa un ricordo molto nitido anche se per niente luminoso: la volta in cui sono stato a contatto con il buio più denso che abbia mai percepito.

“Non avevo mai avuto una sensazione così tattile della mancanza di luce”

L'imbocco della galleria
L’imbocco della galleria (C. Vanadia).

Anni fa sulle Dolomiti di Sesto, con il casco in testa e la frontale pronta, mi appresto a salire il sentiero attrezzato De Luca-Innerkofler che porta in cima al Monte Paterno. Si parte dal Rifugio Locatelli, proprio di fronte alle famosissime Tre Cime di Lavaredo. La via ferrata è dedicata a Sepp Innerkofler, alpinista e militare, eroe austriaco, morto durante un assalto quasi al termine dell’avventurosa scalata per la conquista della vetta (probabilmente perché colpito da un masso scagliato dall’alpino De Luca, che lo fece cadere giù). Ricordo l’atteggiamento riflessivo con cui percorrevo quei sentieri che, con trincee e gallerie scavate durante la prima guerra mondiale, solcano questa zona di confine. Qui, le terrificanti esperienze vissute dai singoli confluiscono nella storia più terrificante del Novecento. La ferita drammatica lasciata della guerra si mescola in profondità con l’impronta della trasformazione geomorfologica delle montagne. L’erosione carsica subita da questi calcari si lega indissolubilmente alla polverizzazione dei sogni di un’intera generazione.

Le gallerie cominciano poco dopo aver superato un campanile di roccia chiamato Frankfurter Wurstel. La prima, se si riesce a ignorare la sua funzione originale, è piuttosto piacevole perché intervallata da aperture che lasciano entrare luce e soprattutto regalano degli scorci memorabili sulle Tre Cime. Alla seconda galleria che s’incontra cambiano le cose. Questa, oltre a essere più lunga e senza aperture laterali, è in salita e, quindi, a un certo punto forma un gomito che impedisce alla luce di passare. Ci si trova al buio, ci si sbatte contro.

“Sono immerso in un nero fitto e denso. Apro la bocca per capire se posso assaggiarlo”

Qui mi fermo, senza pensarci, chiudo gli occhi e spengo la frontale. Appena li riapro, mi sembra di percepire più buio di quando avevo le palpebre abbassate. Non avevo mai avuto una sensazione così tattile della mancanza di luce. Sono immerso in un nero fitto e denso. Apro la bocca per capire se posso assaggiarlo, ma mi sento subito stupido. Immagino, quasi fino a sentirle, le pupille dilatate al massimo senza che questo basti a tirar fuori qualche forma. Non riesco a resistere molto, una manciata di secondi che sembrano impantanati nella melassa più nera. Sono stato inghiottito. Riaccendo la frontale di botto, poco dopo aver sentito emergere la memoria dei soldati impigliata in questo filo nero che buca la montagna. Il fascio di luce si scava lo spazio davanti ai miei occhi e ha lo stesso effetto che avrebbe l’aria se stessi annegando. Vedo i gradini di roccia irregolare e il cavo che aiuta a salirli. Il tetto della galleria a pochi centimetri dal mio casco.

“Immagino, quasi fino a sentirle, le pupille dilatate al massimo senza che questo basti a tirar fuori qualche forma. Non riesco a resistere molto”

La croce sulla vetta
La croce sulla vetta (C. Vanadia).

Uscito dall’altro lato, incontro due alpinisti che stanno per ripartire, anche loro diretti alla vetta. Provo un grande senso di sollievo, come se avessi la conferma del fatto che il buio, svanendo, non si sia portato via tutto. Per questo sono contento di salire insieme a loro, quando me lo chiedono. In poco tempo superiamo gli ultimi salti e arriviamo alla croce di vetta. Scrivo i miei pensieri sul libro custodito ai suoi piedi, scatto qualche foto e mi immergo in un paesaggio unico. Si sa, però, la cima è una visita breve. La prima volta che incontrai questo pensiero l’avevo interpretato come un modo per dire che finita un’avventura ne comincia subito un’altra, meno con il suo senso più letterale. In pochi minuti si alza il vento, le nuvole intorno si stringono e la mia barba inizia a dialogare, gonfiandosi, con l’elettricità di cui si è caricata l’aria. La liscio con la mano ma lei torna a drizzarsi. Il ferro della croce sfregola. Mi bastano pochi secondi per togliermi da lì e far fretta ai due alpinisti (che però non avendo la barba erano meno allarmati di me). Un fulmine cade proprio sulla croce quando noi siamo già al sicuro, ma solo pochi metri più in basso. Il lampo di luce è abbagliante, un colpo di frusta sferrato nell’aria. Di nuovo, per qualche secondo non sono in grado di vedere. Questa volta immerso nel bianco, soffocante.

Quante volte può capitare di fare esperienza del buio nero e del buio bianco nella stessa giornata? Ci penso per alcune ore, dopo, al rifugio. Lo interpreto come una chiave, una specie di consiglio che la montagna mi ha dato: “Non vivere questo posto come se fosse un’immagine”.

Promesso, non lo farò.

Carmelo Vanadia
Carmelo Vanadia è un interprete ambientale e guida escursionistica. Laureato in Scienza della comunicazione, si è specializzato nell’interpretazione del paesaggio e nella progettazione di attività esplorative, didattiche e formative in natura. Ha seguito percorsi di studio nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nel parco dell’Adamello Brenta e nelle Dolomiti Bellunesi. È stato il responsabile del settore scuola per l’associazione Trekking Italia. Oggi è un libero professionista, impegnato nella diffusione dell’idea che l’escursionismo, l’esplorazione e la scoperta siano strumenti indispensabili nella crescita individuale e sociale.

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Le vibrazioni di una ragnatela trasformate in suoni, progetto di sonificazione realizzato al MIT di Cambridge, Usa (Ian Hattwick, Isabelle Su, Christine Southworth, Evan Ziporyn, Tomás Saraceno e Markus Buehler).

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