L’arte dei gemelli yoruba in mostra a Milano

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L’arte dei gemelli yoruba in mostra a Milano

C’è un luogo, nel cuore dell’Africa, dove nascono in percentuale molti più gemelli che nel resto del mondo. Se in generale vengono alla luce uno o due gemelli ogni cento neonati, lì si arriva a quattro o cinque, cioè a uno ogni venti. Il motivo non è chiaro; ma per le popolazioni yoruba che vivono in Nigeria e nel Benin, dove questo avviene, il culto dei gemelli è fortemente radicato nella religione e nella società. Ed è questo il tema della mostra Ibeji figli del tuono, visitabile al Museo Arte Scienza (Mas) di Milano dal 22 novembre. «La mostra nasce da uno dei culti più antichi e più affascinanti dell’Africa, quello degli ibeji, cioè dei gemelli yoruba», commenta Bruno Albertino, che ne è curatore insieme alla moglie Anna Alberghina. «L’abbiamo scelto come icona dell’arte africana».

Perturbante

I gemelli, in realtà, sono stati considerati qualcosa di straordinario in tutte le culture, a cominciare dalla nostra. Per Sigmund Freud, erano una rappresentazione del doppio e costituivano in quanto tali un elemento perturbante, così come i sosia, fino al punto di sospettare che avessero capacità quasi telepatiche di emozioni e di intesa. Di certo, il tema del doppio si ritrova spesso nella letteratura e nel cinema, per esempio nei film di Alfred Hitchcock (La donna che visse due volte, 1958), di Ingmar Bergman (Persona, 1966) e di David Lynch (Twin Peaks, 1990-91, e Mulholland Drive, 2001). Per non parlare delle gemelle Grady in Shining (1980) di Stanley Kubrick.   

Stregoni e scultori

In Africa, le nascite gemellari sono fonte di attrazione, di meraviglia e di timore. Per gli yoruba sono foriere di fortuna per la famiglia da cui provengono, e anche per questo i gemelli sono oggetto di grandi onori. Quando muoiono, che siano adulti o bambini, o addirittura alla nascita, si crea uno squilibrio sul quale bisogna intervenire. «La famiglia si rivolge allo stregone, il babalawo, che dopo aver effettuato i riti necessari si rivolge a uno scultore e lo incarica di costruire una statuetta per ciascuno dei gemelli morti (che possono essere uno o più)», spiega Albertino «Poi le statuette vengono consegnate alla madre, che se ne prende cura come se fossero persone vive (v. foto sotto). Le porta con sé o le pone sull’altare domestico». Alla morte della madre, l’eredità passa agli eventuali gemelli sopravvissuti. 

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Una donna yoruba con ibeji negli Anni ’50 (foto H.U.Beier dal catalogo della mostra).

Consacrate agli dèi

Questa tradizione risale alla religione animistica che un secolo fa, a cavallo tra ’800 e ’900 – il periodo al quale risalgono le sculture esposte nella mostra –, era dominante nella regione. «In quel periodo», spiega Albertino, «Le condizioni sanitarie erano ancora peggiori di adesso, quindi molti gemelli morivano». Da qui l’abbondanza di statue dell’epoca, mentre oggi ne vengono costruite sempre meno. «I riti non sono scomparsi, ma le statue sono state sostituite con figure simboliche anche di plastica o da fotografie». Restano però la simbologia e i legami con il pantheon animista. Le statuette sono infatti consacrate agli orisha, le divinità yoruba. «Gli orisha sono più di 600», spiega Albertino, «ma in genere le statuette sono consacrate a tre di queste divinità: innanzitutto a Shango, il dio del tuono e del fulmine, che era anche il protettore dei gemelli (da qui il titolo della mostra); a Eshu, un dio briccone più giocoso e festoso, tipicamente rappresentato con un codino; e a Ogun, il dio del ferro, che è anche il protettore degli scultori».

Colori, cocco e metallo

Le statuette erano poi decorate dalla madre con pigmenti, collane e altri elementi. Particolarmente importante nella religione yoruba è la simbologia dei colori. «Il rosso generalmente serve a evocare Shango», spiega Albertino, «ed è costituito da polvere di camwood ricavata dall’albero baphia nitida e mescolata con olio di palma. L’indaco simboleggia invece Eshu, mentre le decorazione metalliche come bracciali e cavigliere sono legate a Ogun. A volte sono presenti anche collane o bracciali in cocco, che servono invece a propiziare la fertilità nei gemelli sopravvissuti».

Differenze di stile

Lo stile degli ere ibeji, cioè delle “figure di gemelli”, varia a seconda dei villaggi, delle città e delle regioni. Ogni particolare è riconducibile alla zona di provenienza: l’acconciatura, il volto, la posizione di mani e braccia, la base, le scarificazioni. E tutte le statuette vengono cosparse di sostanze alimentari come arachidi, farina di mais, igname fritto, noci di kola, canna da zucchero e una miscela di fagioli e olio di palma detta ewa.

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Ibeji vestiti con una tunica di cauri, che ricorda quelle dei sacerdoti di Shango, dio del tuono e protettore dei gemelli.

Solo in Africa

La religione yoruba è relativamente nota anche in Occidente, perché si è diffusa in America Latina con la tratta degli schiavi, contaminandosi con altri elementi (a cominciare da quelli cattolici) per dar vita al Candomblé e alla Santeria. «Non c’è però una grande diffusione di statue di gemelli in Sud America», commenta Albertino. «La religiosità americana si è focalizzata su altri riti».  

Arte o no?

Bisogna anche fare attenzione nel considerare queste statue come opere d’arte. «Nelle tradizioni africane, l’arte non è mai fine a sé stessa; e non lo sono nemmeno tutti quegli oggetti che sono stati acquisiti nei primi del ’900 e che hanno ispirato le avanguardie artistiche occidentali», commenta Albertino. «Per gli africani, queste rappresentazioni nascono piuttosto dal bisogno di dar forma alle loro esigenze di vita. Quindi le statue, i feticci, gli oggetti d’uso hanno un valore artistico perché chi li ha prodotti aveva un gusto artistico innato; ma il fatto principale è che la scultura deve servire a qualcosa, deve avere un significato profondo e deve essere ”utile” al suo scopo. Il feticcio vuole ottenere qualcosa, così come gli ere ibeji servono a unificare lo spirito del gemello morto con quello del sopravvissuto».

Link e approfondimenti

  • La mostra Ibeji figli del tuono, che include più di cento sculture, avrà luogo nel Museo d’Arte e Scienza a Milano, in Via Quintino Sella 4, dal 22 novembre 2024 al 15 gennaio 2025.
  • Il catalogo bilingue, edito da Magenes, contiene circa 200 pagine con immagini a colori. Ibeji-figli-del-tuono-cop
  • Un articolo di Josway dedicato alla (doppia) esposizione di David Lynch al salone del mobile 2024. 

 

Andrea Parlangeli
Andrea Parlangeli
Andrea Parlangeli è fisico (PhD) e giornalista, caporedattore del mensile Focus. Appassionato di scienza, tecnologia e innovazione, nel 2019 ha conseguito un Executive MBA presso il MIP/Politecnico di Milano. Ha scritto diversi libri, tra cui Uno spirito puro. Ennio De Giorgi, genio della matematica (Milella 2015, Springer 2019) e Viaggio all’interno di un buco nero (StreetLib, 2019). È stato curatore di La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli 2016) di Guido Tonelli, sulla scoperta del Bosone di Higgs; La musica nascosta dell’universo (Einaudi 2018) di Adalberto Giazotto, sulla scoperta delle onde gravitazionali ; Benvenuti nell'Antropocene (Mondadori, 2005) del premio Nobel Paul Crutzen, padre del termine "antropocene" .

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