Gli angeli neri dell’evoluzione

Intervista a David Quammen, lo scrittore che aveva profetizzato l'arrivo di una pandemia di coronavirus proveniente dalla Cina, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro.

-

Gli angeli neri dell’evoluzione

Intervista a David Quammen, lo scrittore che aveva profetizzato l'arrivo di una pandemia di coronavirus proveniente dalla Cina, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro.

I virus ci appaiono spesso come minacce terribili, eppure sono grandi protagonisti dell’evoluzione della vita sulla Terra. Tanto che, se non esistessero, noi stessi non potremmo sopravvivere. David Quammen – autore del libro Spillover che già nel 2012 profetizzava l’arrivo di una pandemia di un coronavirus proveniente dalla Cina – li definisce “gli angeli neri dell’evoluzione”. Lo abbiamo incontrato a Milano in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Senza respiro (Adelphi).

David, nel tuo libro racconti con grande dettaglio la nascita e lo sviluppo della pandemia, fino all’arrivo della variante omicron. Che cosa sappiamo sul momento dello spillover, cioè di quando il virus è passato dall’animale all’uomo?

Non lo sappiamo con certezza. Sappiamo dalle sequenze genomiche che probabilmente il virus si è riversato due volte dagli animali, perché ci sono due tipi di sequenze dei primissimi casi che sono diversi l’uno dall’altro e non ce n’è uno intermedio. Sono chiamati A e B. E la differenza che c’è tra i due gruppi (detti lineage) suggerisce che le prime persone di entrambi i gruppi abbiano preso il virus direttamente da un animale. Quindi ci sarebbero stati almeno due spillover, ma potrebbero essere stati anche di più.

 

E quando potrebbe essere avvenuto lo spillover?

Secondo le prove genomiche, probabilmente si è verificato non prima di novembre. Qualcuno dice fine ottobre. Comunque è importante ricordare che conosciamo i primi casi legati al mercato; ma questo non vuol dire che fossero i primi casi in assoluto.

 

Naturalis_Biodiversity_Center_-_RMNH.MAM.33160.b_dor_-_Rhinolophus_sinicus_-_skin.jpeg
Un pipistrello Rhinolophus sinicus. In questa specie è stato trovato un coronavirus che somiglia all’80% al SARS-Cov-2 (Foto Naturalis Biodiversity Center, CC0 1.0).

Questo è stato l’inizio più documentato di una pandemia nel corso della storia. Che cosa abbiamo imparato da questa esperienza?

Quello che abbiamo imparato resta da vedere, nel senso che resta da vedere se la prossima volta faremo meglio. Una delle cose che abbiamo imparato è che un virus capace di trasmissione asintomatica, cioè tra persone che non si sentono male e non sembrano malate, può essere devastante e può essere molto difficile da controllare. Se la SARS avesse avuto questa capacità nel 2003, non saremmo stati in grado di fermarla a 8.000 casi: sarebbe stato molto, molto più devastante.

E poi abbiamo imparato molte lezioni negative: abbiamo imparato che cosa non fare, a causa di tutti gli errori che sono stati compiuti. Una cosa molto negativa sono stati i test diagnostici, all’inizio, in particolare negli Stati Uniti: i kit prodotti dalla Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, l’ente federale preposto) non funzionavano, ed è stato davvero un peccato. Dieci anni fa, mentre facevo ricerche per il mio libro Spillover, uno scienziato, Ian Lipkin, mi disse che lui e il suo partner stavano sviluppando un test diagnostico portatile che dava risultati in tempo reale e poteva essere utilizzato nelle stazioni di controllo aeroportuali. Ero in Australia quando è esplosa l’epidemia di Covid 19 e mi aspettavo di trovare una macchina del genere al ritorno negli Stati Uniti, ma così non è stato. Come mai? Dieci anni dopo? L’ho chiesto a Lipkin e lui mi ha risposto: “non ho potuto ottenere finanziamenti per svilupparla”. Spero che ora li abbia, abbiamo bisogno di quel tipo di test veloce.

 

C’è stato però anche un forte progresso della scienza.

Uno dei grandi progressi è stato lo sviluppo di vaccini in tempi così rapidi, e in particolare lo sviluppo dei vaccini a mRna. Questo è stato molto importante, ed è stato molto positivo. È stata una delle cose più positive che ne è venuta fuori.

 

Anche il sequenziamento del genoma è stato importante.

Sì. Mai prima d’ora un processo di evoluzione è stato tracciato con tanta precisione dalla scienza. Ad agosto 2022 avevamo 12 milioni di sequenziamenti: 12 milioni di istantanee del virus nel corso della sua evoluzione. Sono come un’immagine in movimento in 12 milioni di fotogrammi, che mostrano come il virus si è evoluto e come ha viaggiato in tutto il mondo. Quindi, con questo massiccio sequenziamento genomico, che è stato eseguito in diversi luoghi ma in modo più efficiente nel Regno Unito, abbiamo avuto un quadro molto chiaro di ciò che stava accadendo con le varianti. Per esempio, ne abbiamo vista una con 12 mutazioni che sembrava essere molto aggressiva e molto trasmissibile: è uscita improvvisamente dal Sud-Est dell’Inghilterra, ha attraversato Londra, è arrivata in aeroporto e si è diffusa in tutto il mondo. Era quella che abbiamo chiamato variante alfa, e potevamo vederla perché stavamo sequenziando i genomi.

 

Novel_Coronavirus_SARS
Immagine al microscopio elettronico di virioni di SARS-Cov-2 National Institute of Allergy and Infectious Diseases, CC BY 2.0).

Ora la gente se ne preoccupa di meno, ma il Covid 19 non è affatto scomparso. Come potrebbe evolversi questa malattia?

È un problema che dovremo affrontare ogni anno, perché il virus continuerà a evolversi. È dimostrato che è molto capace di farlo. Probabilmente si adatterà e troverà il modo di sfuggire all’immunità che abbiamo grazie ai nostri vaccini. C’è una nuova vaccinazione antinfluenzale ogni anno, perché l’influenza si evolve e cambia continuamente. È molto probabile che ci sarà un nuovo vaccino contro il Covid ogni anno. E tutti abbiamo bisogno di averlo, per proteggerci.

 

Però la convinzione generale è che il Covid stia diventando sempre meno pericoloso.

È falso. Le persone vogliono credere che un virus quando è negli esseri umani si evolva necessariamente e automaticamente in modo da essere meno pericoloso. Questo vuol dire che non capiscono l’evoluzione dei virus. Infatti, non c’è alcun motivo per cui un virus debba necessariamente evolversi per diventare meno pericoloso, perché per l’evoluzione conta solo il fatto che il virus si trasmetta da uomo a uomo. Se lo fa, allora questo è un successo evolutivo. Ecco che cos’è un virus, un organismo che segue gli imperativi dell’evoluzione darwiniana. L’evoluzione impone imperativi darwiniani a qualsiasi tipo di creatura che si replichi con un genoma mutevole, e quegli imperativi sono: fai più copie possibili di te stesso, espanditi nello spazio geografico, colonizza nuovi habitat, entra in individui di tutto il mondo. Ed estendi te stesso nel tempo. L’evoluzione non dice nulla su quanto male tu faccia alle persone quando sei stato trasmesso.

Quindi supponiamo che esista una variante del virus che si trasmetta dalla persona A alla persona B alla persona C; quindi la persona A muore e la persona B muore. Questo virus è ancora nella persona C e ha molto successo, quindi continuerà ad avanzare. Se la persona A non muore, la persona B non muore e infetta la persona C, è la stessa cosa per il virus: ha ancora successo e ora può infettare la persona D, la persona E e la persona F. Quindi che cosa succede alla persona A e alla persona B, se muore o sopravvive, non è vista dall’evoluzione darwiniana. Ecco perché i virus non si evolvono necessariamente per diventare più miti. Potrebbero diventarlo per caso, ma non necessariamente.

 

Spesso i nuovi virus arrivano dagli animali selvatici. Come esseri umani, che rapporto dovremmo avere con la natura allo stato selvatico?

Per evitare ambiguità linguistiche legate alla lingua inglese (in cui con il termine wilderness si indicano anche i parchi nazionali), preferisco parlare di ecosistemi ricchi di diversità, in cui possono vivere anche gli esseri umani, ma con una tecnologia semplice e in piccole popolazioni, quindi con un impatto sull’ambiente relativamente basso. In questi contesti, gli esseri umani sono al pari delle altre specie di animali che vivono nella foresta: appartengono all’ecosistema.

Dunque, questi ecosistemi ricchi di diversità sono molto importanti, perché contengono una grande varietà di tutti i tipi di creature, compresi i mammiferi e gli uccelli. E i mammiferi e gli uccelli sono portatori di virus in grado di infettare gli esseri umani. Quindi, quando andiamo in quei luoghi e li distruggiamo abbattendo gli alberi, costruendo villaggi, miniere e lavorando il legno, stiamo creando situazioni potenzialmente molto pericolose. Le persone che vivono lì, infatti, devono nutrirsi e molto spesso mangiano la carne che trovano nella foresta, uccidendo gli animali selvatici, e questo dà ai virus l’opportunità di entrare in un nuovo ospite ­– l’uomo – che permette loro un successo evolutivo molto maggiore. Se sei un virus dello scimpanzé, infatti, sei svantaggiato dal fatto che gli scimpanzé stanno tristemente diminuendo. Ma se sei un virus di scimpanzé che passa agli esseri umani, hai effettuato una transizione di successo e le tue prospettive evolutive sono molto maggiori. Perché ora hai 8 miliardi di individui che puoi infettare, invece di 500.000.

 

Quindi, per il solo fatto di essere in tanti sulla Terra ci troviamo in una situazione di pericolo.

Sì.

 

Siamo fuori equilibrio.

Siamo in 8 miliardi e siamo tutti affamati di risorse, di cibo, di energia…

 

Nel 1918 c’è stata l’influenza spagnola, nel 2003 la SARS, ora il Covid 19 e già si parla di aviaria… sembra che la frequenza delle pandemie stia accelerando.

Sì, è così.

Senza Respiro
La cover dell’ultimo libro di David Quammen, Senza Respiro (Adelphi).

Cosa dobbiamo fare, allora? L’umanità vuole controllare tutto, anche la natura nei parchi nazionali. Dovremmo cercare di controllare anche l’evoluzione?

Gli esseri umani controllano già l’evoluzione, ma in un modo molto limitato. Per esempio, allevando i cani. Io stesso ho tre levrieri russi: sono alti, sono magri… non sembrano lupi. Perché non sembrano lupi? Perché gli esseri umani hanno controllato la loro evoluzione. Volevano che assomigliassero a qualcos’altro. E così abbiamo barboncini e volpini. Nemmeno loro assomigliano a lupi. Come mai? Perché gli umani volevano avere simpatici cagnolini da tenere in grembo. Quindi possiamo controllare l’evoluzione in una certa misura. Ma non possiamo controllare tutta l’evoluzione. Per esempio, non possiamo impedire ai virus di evolversi per infettarci, perché generalmente non conosciamo questi virus finché non infettano gli esseri umani. Se vogliamo la diversità biologica su questo pianeta – io la voglio e molte persone la vogliono, perché è bello e perché è importante per la salute del pianeta – allora dobbiamo riconoscere che non possiamo controllare l’evoluzione dei coleotteri che vivono in Amazzonia e dei ratti che vivono lungo il fiume Congo. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione procederà da sola come ha fatto per 3,8 miliardi di anni su questo pianeta.

 

D’altra parte, tu stesso hai scritto che i virus si sono evoluti con noi e, anche se li temiamo, sono importanti per la nostra stessa esistenza. Perché lo sono?

I virus, alcuni di loro, hanno fatto molte cose buone per noi. La gravidanza umana, per esempio, non è possibile senza un gene che proviene da un virus, un retrovirus che ha inserito il suo genoma in quello dei mammiferi, o degli animali che sono diventati mammiferi, in un qualche momento negli ultimi 100 milioni di anni. È uno dei numerosi geni che rendono possibile la gravidanza umana.

 

Quindi non potremmo vivere senza di loro

No. Se tutti virus scomparissero domani dalla faccia della Terra, i nostri ecosistemi andrebbero in pezzi e staremmo peggio che durante una pandemia.

 

La lezione, allora, è che dobbiamo rispettare la natura e dobbiamo fidarci della scienza, perché è il nostro miglior alleato.

Esatto.

 

Link e approfondimenti

Il sito di di David Quammen.
• Intervista a David Quammen su Focus.it.
• Un articolo di Josway sulle origini della pandemia di Covid 19.

 

 

Il video

Le vibrazioni di una ragnatela trasformate in suoni, progetto di sonificazione realizzato al MIT di Cambridge, Usa (Ian Hattwick, Isabelle Su, Christine Southworth, Evan Ziporyn, Tomás Saraceno e Markus Buehler).

Primo piano

In evidenza

#datiBeneComune

I dati sono fondamentali per la democrazia. Devono essere tempestivi, di qualità, e di pubblico accesso. In Italia non è così. È tempo che le cose cambino.

Categorie più popolari

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Recent comments