Le origini del covid

Intervista a David Quammen, lo scrittore che aveva profetizzato l'arrivo di una pandemia di coronavirus proveniente dalla Cina, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro.

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Le origini del covid

Intervista a David Quammen, lo scrittore che aveva profetizzato l'arrivo di una pandemia di coronavirus proveniente dalla Cina, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro.

Che cosa abbiamo imparato dall’arrivo del Covid-19? Siamo adesso fuori pericolo o dobbiamo prepararci a una nuova emergenza? Dove si nasconde il pericolo, e che cosa possiamo fare per prepararci o per evitarlo? Ne abbiamo parlato con David Quammen, celebrato autore del libro Spillover (che nel 2012 profetizzò l’arrivo di una pandemia di un coronavirus proveniente dalla Cina), che abbiamo incontrato a Milano in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Senza respiro (Adelphi).

David, tu convivi con tre cani e un pitone…

Tre levrieri russi, un pitone salvato e un gatto strabico.

… Non hai paura di uno spillover da parte loro?

Quando ho avuto il Covid, mi sono preoccupato di non contagiare mia moglie, il gatto e i cani. Abbiamo infatti visto che ci sono stati casi in cui le persone hanno infettato i loro animali domestici. Del serpente non ero preoccupato.

Nel tuo ultimo libro, Senza respiro, racconti con grande dettaglio come si è sviluppata la pandemia fin dalle prime fasi, e come la comunità scientifica ha reagito alle notizie in arrivo dalla Cina. Quali sono state le tappe principali?

Tra il 30 e il 31 dicembre 2019, alcune persone in tutto il mondo hanno cominciato a raccogliere voci e notizie di una polmonite atipica a Wuhan, in Cina, che portava la gente in ospedale. Tra queste persone c’era Marjorie Pollack, a New York, il cui compito era quello di pubblicare notizie su ProMed, un servizio di segnalazione via e-mail con circa ottantamila iscritti interessati alle malattie infettive. Nei primi giorni di gennaio, alcuni campioni dei primi pazienti sono stati sequenziati e si è visto che si trattava di un coronavirus. All’inizio si pensò che si trattasse del virus della SARS, la sindrome respiratoria acuta grave esplosa nel 2003. Ma si è presto capito che si trattava di un nuovo coronavirus, e quindi divenne chiaro che il rischio era molto, molto serio.

L’11 gennaio, la prima sequenza del virus è stata pubblicata su un sito web di Edimburgo, in Scozia. Era una sequenza ottenuta da Yong-Zhen Zhang a Shangai, che stava collaborando con un partner occidentale, Eddy Holmes, un brillante biologo evoluzionista ora basato all’Università di Sidney in Australia. Fu Holmes a convincere Zhang a condividere quei dati, e ci mise 52 minuti a pubblicarla dopo averla ricevuta. Era la sera di venerdì 10 gennaio a Washington. Fu allora che Tony Fauci e Barney Gramm videro il genoma per la prima volta. Tony Fauci dirigeva da decenni il Niaid, l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, mentre Barney Graham lavorava per il centro di ricerca sui vaccini che fa parte dello stesso istituto. Da quel momento, cominciò lo sviluppo di un vaccino a mRna che nel giro di sessanta giorni (il 16 marzo, ndr) fu iniettato per la prima volta in un volontario umano. Mai un vaccino è stato sviluppato così rapidamente prima. E nel frattempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato che si trattava di una pandemia.

Che cosa è successo prima del 30 dicembre? A quando risalgono i primissimi casi e che cosa si può concludere su quando è avvenuto il “salto di specie”, lo spillover dall’animale all’uomo?

I primi casi confermati risalgono a inizio di dicembre, ma questo è stato determinato dopo. Ci si è infatti chiesti: “Quando ci sono stati i primi casi? Chi è andato in ospedale?”. Sono stati identificati 41 pazienti, il primo dei quali ha manifestato i sintomi l’8 dicembre. Di questi 41 casi, 27 erano direttamente collegati al mercato ittico all’ingrosso di Huanan, e questo è un dato davvero importante. All’inizio si riteneva quindi che l’epidemia fosse iniziata lì; ma poi altri scienziati hanno spostato l’attenzione sui 14 casi inspiegati. Forse, dopo tutto, il salto di specie era avvenuto altrove. Allora si è tornati su quei dati per esaminati più attentamente, e si è scoperto che erano centrati nello spazio geografico vicino al mercato. Dunque, lo spillover deve essersi verificato lì.

Questo esclude, quindi, che si fosse trattato di una fuga dall’Istituto di virologia di Wuhan, come in tanti hanno affermato?

C’è una discussione tra persone che ritengono che si tratti di un virus naturale sfuggito al mercato, oppure di un virus sfuggito dai laboratori. Questo è, in realtà, un dibattito tra persone che hanno prove e persone che hanno sospetti e accuse. Infatti, la discussione si concentra in larga misura su quei primi 41 casi. Di questi, non solo 27 sono direttamente collegati al mercato, ma anche gli altri 14 erano centranti intorno al mercato, e in nessun modo nelle vicinanze dell’Istituto di virologia di Wuhan, che è a 9 miglia (14 km) di distanza dal Fiume Azzurro.

 

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Un pipistrello Rhinolophus sinicus. In questa specie è stato trovato un coronavirus che somiglia all’80% al SARS-Cov-2 (Foto Naturalis Biodiversity Center, CC0 1.0).

Da quali animali può essere arrivato il virus?

Non lo sappiamo, perché il 1° gennaio le autorità hanno ordinato che il mercato fosse svuotato e sterilizzato prima che potesse essere campionato, e questo è stato davvero un errore. C’erano prove importanti in quel mercato che sono andate perse.

Anche se non abbiamo prove, su quali animali cadono i tuoi sospetti?

Non ho un solo sospetto su un particolare animale. C’è troppa incertezza. Ma tra i candidati ci sono cani procioni, zibetti, ratti dei bambù, tassi furetto. Perché si sapeva che questi animali erano tutti in vendita, vivi, nella parte occidentale del mercato, poco prima che fosse chiuso.

Non hai nominato pipistrelli e pangolini, che di solito sono i più citati. Perché?

Perché, che io sappia, non ci sono prove del fatto che pipistrelli e pangolini fossero nel mercato di Huanan. Ma avrebbero potuto esserci. In ogni caso, quando questi animali vengono portati al mercato, vengono trasportati tutti insieme, mescolati in gabbie sui camion. Quindi il virus potrebbe facilmente passare da un pipistrello a un pangolino, ricombinarsi con un coronavirus del pangolino, quindi forse tornare in un pipistrello per poi passare a un cane procione. E poi magari solo il cane procione arriva al mercato di Whuan, ma il virus può essere passato ovunque.

Non abbiamo ancora detto niente di preciso, però, sulla data dello spillover. Se i sintomi dei primi pazienti hanno cominciato a manifestarsi a inizio dicembre, il salto di specie dovrebbe essere avvenuto poco prima, giusto?

Secondo le prove genomiche, probabilmente si è verificato non prima di novembre. Qualcuno dice fine ottobre. D’altra parte noi conosciamo i primi casi legati al mercato; ma questo non vuol dire che fossero i primi casi in assoluto. Un’altra cosa che sappiamo dalle sequenze genomiche è che probabilmente il virus si è riversato due volte dagli animali, perché ci sono due tipi di sequenze dei primissimi casi che sono diversi l’uno dall’altro e non ce n’è uno intermedio. Sono chiamati A e B. E la differenza che c’è tra i due gruppi (detti lineage) suggerisce che le prime persone di entrambi i gruppi abbiano preso il virus direttamente da un animale. Quindi ci sarebbero stati almeno due spillover, ma potrebbero essere stati anche di più.

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Immagine al microscopio elettronico di virioni di SARS-Cov-2 National Institute of Allergy and Infectious Diseases, CC BY 2.0).

Qualcuno ha detto che ci sono stati casi in Italia risalenti a un periodo precedente, ma le analisi sono state eseguite solo in seguito.

Ci sono stati studi che suggerivano la presenza di persone positive al SARS-Cov-2 in Italia prima di quella data. E a una conclusione analoga è arrivato un altro studio che si è svolto a Florianapolis, una ricca città sulla costa del Brasile. Gli autori sono bravi scienziati, ho parlato con loro. Ma è possibile che abbiano commesso degli errori. In alternativa si potrebbe concludere che si trattava di altri tipi di coronavirus.

Perché il virus è stato così mortale in Italia?

Questa è una domanda difficile. L’ho chiesto agli scienziati italiani, in particolare a Marino Gatto, professore emerito di Ecologia al Politecnico di Milano. Secondo Gatto la causa è stata l’industrializzazione nel Nord Italia: non solo l’inquinamento atmosferico, ma soprattutto industriali e uomini d’affari che viaggiavano e arrivavano anche direttamente da Wuhan. Poi c’è stata la partita di calcio Atalanta-Valencia, che secondo alcuni è stato un evento importante di superdiffusione. Alla fine, il Nord Italia è stato sommerso dal virus prima che qualcuno se ne rendesse conto. Ma il virus è stato molto letale a Castiglione d’Adda, a Bergamo… Il tasso di mortalità era molto alto. Perché? Forse per l’elevata presenza di anziani? Forse perché la gente viveva in famiglie multigenerazionali con bambini, genitori e nonni? Non lo sappiamo.

Questo è stato l’inizio più documentato di una pandemia nel corso della storia. Che cosa abbiamo imparato da questa esperienza?

Quello che abbiamo imparato resta da vedere, nel senso che resta da vedere se la prossima volta faremo meglio. Una delle cose che abbiamo imparato è che un virus capace di trasmissione asintomatica, cioè tra persone che non si sentono male e non sembrano malate, può essere devastante e può essere molto difficile da controllare. Se la SARS avesse avuto questa capacità nel 2003, non saremmo stati in grado di fermarla a 8.000 casi: sarebbe stato molto, molto più devastante. E poi abbiamo imparato molte lezioni negative: abbiamo imparato cosa non fare, a causa di tutti gli errori che sono stati compiuti. Una cosa molto negativa sono stati i test diagnostici, all’inizio, in particolare negli Stati Uniti: i kit prodotti dalla Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, l’ente federale preposto) non funzionavano. Dieci anni fa, mentre facevo ricerche per il mio libro Spillover, uno scienziato, Ian Lipkin, mi disse che lui e il suo partner stavano sviluppando un test diagnostico portatile che dava risultati in tempo reale e poteva essere utilizzato nelle stazioni di controllo aeroportuali. Ero in Australia quando è esplosa l’epidemia di Covid 19 e mi aspettavo di trovare una macchina del genere al ritorno negli Stati Uniti, ma così non è stato. Come mai? Dieci anni dopo? L’ho chiesto a Lipkin e mi ha risposto che non aveva ottenuto finanziamenti per svilupparla. Spero che ora li abbia, abbiamo bisogno di quel tipo di test veloce.

C’è stato però anche un incredibile progresso nella scienza.

Uno dei grandi progressi è stato lo sviluppo di vaccini in tempi così rapidi, e in particolare lo sviluppo dei vaccini a mRna. Questo è stato molto importante, ed è stato molto positivo. È stata una delle cose più positive che ne è venuta fuori.

Anche il sequenziamento del genoma è stato importante.

Sì. Mai prima d’ora un processo di evoluzione è stato tracciato con tanta precisione dalla scienza. Ad agosto 2022 avevamo 12 milioni di sequenziamenti: 12 milioni di istantanee del virus nel corso della sua evoluzione. Sono come un’immagine in movimento in 12 milioni di fotogrammi, che mostrano come il virus si è evoluto e come ha viaggiato in tutto il mondo. Quindi, con questo massiccio sequenziamento genomico, che è stato eseguito in diversi luoghi ma in modo più efficiente nel Regno Unito, abbiamo avuto un quadro molto chiaro di ciò che stava accadendo con le varianti. Per esempio, ne abbiamo vista una con 12 mutazioni che sembrava essere molto aggressiva e molto trasmissibile: è uscita improvvisamente dal Sud-Est dell’Inghilterra, ha attraversato Londra, è arrivata in aeroporto e si è diffusa in tutto il mondo. Era quella che abbiamo chiamato variante alfa, e potevamo vederla perché stavamo sequenziando i genomi.

Senza Respiro
La cover dell’ultimo libro di David Quammen, Senza Respiro (Adelphi).

Sei famoso perché nel tuo libro Spillover, pubblicato nel 2012, hai predetto questa pandemia. Quale sarà la prossima?

Be’, prima di tutto ricordo, come dico sempre, che l’ho predetta solo perché l’avevano predetta gli scienziati che ho ascoltato. Potevano vederla arrivare. Li ho ascoltati, mi sono fidato di loro, credo nella loro esperienza e quindi ho scritto nel mio libro: “Sì, c’è una pandemia in arrivo e sarà causata da un virus, probabilmente sarà un virus a Rna, potrebbe essere un coronavirus, potrebbe arrivare da un pipistrello, potrebbe arrivare da un animale in un mercato in Cina…”. Ho scritto tutto questo ed era tutto corretto, perché stavo ascoltando questi scienziati. Allora, quale sarà la prossima pandemia? Questi scienziati sono molto attenti a dire che non si può davvero prevedere, si può soltanto dire che cosa è possibile e che cosa è probabile. Non si può dire che cosa esattamente succederà né quando succederà. Ma quegli stessi scienziati ora sono molto preoccupati per l’influenza aviaria H5N1. Non dirò e non diranno che la prossima pandemia sarà l’influenza aviaria; ma se lo sarà non saremo sorpresi. È una delle cose che deve essere osservata con molta attenzione. Significa che dobbiamo guardare solo l’influenza aviaria e dimenticare la possibilità di un altro coronavirus, o di un virus correlato al morbillo? No, terremo d’occhio anche quelli. Ma tra i virus che conosciamo, uno di quelli al vertice del rischio è certamente H5N1, l’influenza aviaria.

E perché dovremmo averne paura?

Avere paura non serve. È più utile preoccuparsi e vigilare. Dovremmo essere vigili sull’influenza aviaria, perché occasionalmente infetta i mammiferi, suggerendo la sua capacità di evolversi con un salto di specie. E ogni tanto infetta anche gli esseri umani. Sono segnali di avvertimento, gli scienziati li chiamano “chiacchiere virali” (viral chattering). Il virus può colpire un essere umano qui, un altro là; ma non può trasmettersi da uomo a uomo. Continua a provarci, e dobbiamo prestare attenzione, perché la prossima volta che il virus infetta un essere umano potrebbe essere in una forma che si trasmette facilmente a un altro essere umano, un altro… prima che ce ne accorgiamo potremmo avere un focolaio che può diventare un’epidemia o addirittura una pandemia.

Ora però dovremmo avere anche più armi per contrastare una tale evenienza. Abbiamo il sequenziamento del genoma, abbiamo la possibilità di sviluppare vaccini velocemente, dovremmo aver imparato qualcosa sulle procedure. Sei dunque ottimista sul modo in cui l’umanità affronterà la prossima pandemia?

Sono fiducioso; ma non sono ottimista. Speranzoso in quanto desidero che l’umanità arrivi preparata a un evento di questo tipo. Ma non scommetterei la mia casa sul fatto che ciò accadrà veramente. Perché abbiamo bisogno di altre armi, dobbiamo risolvere altri problemi. Principalmente nell’istruzione. Dobbiamo educare le persone. La scienza ha imparato a fare i vaccini, ma non abbiamo ancora capito come convincere le persone ad accettarli. La resistenza delle persone ai vaccini è un problema grave quanto l’evoluzione virale. Dobbiamo capire come riportare la gente a fidarsi della scienza e dissipare tutte le notizie false e la paranoia in aumento sulle teorie del complotto, che stanno facendo sì che le persone rifiutino di vaccinarsi.

Perché, in realtà, anche se la gente se ne preoccupa meno, il Covid 19 stesso non è affatto scomparso. Come potrebbe evolversi questa malattia?

Non dobbiamo dimenticarcene. È un problema che dovremo affrontare ogni anno, perché il virus continuerà a evolversi. È dimostrato che è molto capace di farlo. Probabilmente si adatterà e troverà il modo di sfuggire all’immunità che abbiamo grazie ai nostri vaccini. C’è una nuova vaccinazione antinfluenzale ogni anno, perché l’influenza si evolve e cambia continuamente. È molto probabile che ci sarà un nuovo vaccino contro il Covid ogni anno. E tutti abbiamo bisogno di averlo, per proteggerci.

Però la convinzione generale è che il Covid stia diventando sempre meno pericoloso.

È falso. Le persone vogliono credere che un virus quando è negli esseri umani si evolva necessariamente e automaticamente in modo da essere meno pericoloso. Questo vuol dire che non capiscono l’evoluzione dei virus. Infatti, non c’è alcun motivo per cui un virus debba necessariamente evolversi per diventare meno pericoloso, perché per l’evoluzione conta solo il fatto che il virus si trasmetta da uomo a uomo. Se lo fa, allora questo è un successo evolutivo. Ecco che cos’è un virus, un organismo che segue gli imperativi dell’evoluzione darwiniana. L’evoluzione impone imperativi darwiniani a qualsiasi tipo di creatura che si replichi con un genoma mutevole, e quegli imperativi sono: fai più copie possibili di te stesso, espanditi nello spazio geografico, colonizza nuovi habitat, entra in individui di tutto il mondo. Ed estendi te stesso nel tempo. L’evoluzione non dice nulla su quanto male tu faccia alle persone quando sei stato trasmesso.

Nel 1918 c’è stata l’influenza spagnola, nel 2003 la SARS, ora il Covid 19 e già si parla di aviaria… sembra che la frequenza delle pandemie stia accelerando.

Sì, è così.

Partiamo dalla tua esperienza personale. Tu sei stato in alcuni dei luoghi più critici del mondo per la nascita di nuovi virus. Quali sono gli hotspot principali?

Gli hotspot sono ovunque gli esseri umani entrano a stretto contatto con gli animali selvatici, sconvolgendo gli ecosistemi. Come è avvenuto per ebola in Africa, per la prima epidemia di SARS nel Sud Est Asiatico e in Cina, per il Nipah virus in Malesia… Il Nipah virus è un classico esempio. La Malesia peninsulare era in passato un ecosistema molto diversificato ricco di foreste. Lì vivevano grandi pipistrelli della frutta che trasportavano alcuni virus pericolosi per l’uomo. Nel 1998, gran parte di quella foresta era stata distrutta, quindi i pipistrelli dovevano volare più lontano per cercare cibo, nei luoghi in cui gli alberi erano stati rasi al suolo per far spazio a enormi allevamenti di maiali. Come flusso di reddito secondario, accanto agli allevamenti erano stati piantati alberi da frutto come mango e carambola. Allora che succede? Succede che arrivano i pipistrelli in cerca di cibo, perché la loro foresta è stata distrutta, trovano questi alberi, ne mangiano i frutti, fanno cadere le loro feci e l’urina insieme alla polpa della frutta sui maiali. I maiali mangiano tutto e si infettano con questo virus che diventerà noto come Nipah virus. Così i primi maiali iniziano a tossire, tossiscono l’uno sull’altro e il virus si diffonde attraverso la popolazione suina. Poi le persone iniziano a morire. Chi muore? Soprattutto cinesi. Perché a gestire l’industria dei maiali in Malesia, che è un Paese musulmano, sono i cinesi. Ma la causa iniziale è la distruzione della foresta.

Che rapporto dovremmo avere, allora, con la natura allo stato selvatico?

Per evitare ambiguità linguistiche (legate al termine wilderness in inglese) preferisco parlare di ecosistemi ricchi di diversità, in cui possono vivere anche gli esseri umani, ma con una tecnologia semplice e in piccole popolazioni, quindi con un impatto sull’ambiente relativamente basso. In questi contesti, gli esseri umani sono al pari delle altre specie di animali che vivono nella foresta: appartengono all’ecosistema. Dunque, questi ecosistemi ricchi di diversità sono molto importanti, perché contengono una grande varietà di tutti i tipi di creature, compresi i mammiferi e gli uccelli. E i mammiferi e gli uccelli sono portatori di virus in grado di infettare gli esseri umani. Quindi, quando andiamo in quei luoghi e li distruggiamo abbattendo gli alberi, costruendo villaggi, miniere e lavorando il legno, stiamo creando situazioni potenzialmente molto pericolose. Le persone che vivono lì, infatti, devono nutrirsi e molto spesso mangiano la carne che trovano nella foresta, uccidendo gli animali selvatici, e questo dà ai virus l’opportunità di entrare in un nuovo ospite ­– l’uomo – che permette loro un successo evolutivo molto maggiore. Se sei un virus dello scimpanzé, sei svantaggiato dal fatto che gli scimpanzé stanno tristemente diminuendo. Ma se sei un virus di scimpanzé che passa agli esseri umani, hai effettuato una transizione di successo e le tue prospettive evolutive sono molto maggiori. Perché ora hai 8 miliardi di individui che puoi infettare, invece di 500.000.

Quindi, per il solo fatto di essere in tanti sulla Terra ci troviamo in una situazione di pericolo.

Sì.

Siamo fuori equilibrio.

Siamo in 8 miliardi e siamo tutti affamati di risorse, di cibo, di energia…

Cosa dobbiamo fare, allora? L’umanità vuole controllare tutto, dovremmo controllare anche l’evoluzione?

Gli esseri umani controllano già l’evoluzione, ma in un modo molto limitato. Per esempio, allevando i cani. Io stesso ho tre levrieri russi: sono alti, sono magri… non sembrano lupi. Perché non sembrano lupi? Perché gli esseri umani hanno controllato la loro evoluzione. Volevano che assomigliassero a qualcos’altro. E così abbiamo barboncini e volpini. Nemmeno loro assomigliano a lupi. Come mai? Perché gli umani volevano avere simpatici cagnolini da tenere in grembo. Quindi possiamo controllare l’evoluzione in una certa misura. Ma non possiamo controllare tutta l’evoluzione. Per esempio, non possiamo impedire ai virus di evolversi per infettarci, perché generalmente non conosciamo questi virus finché non infettano gli esseri umani. Se vogliamo la diversità biologica su questo pianeta – io la voglio e molte persone la vogliono, perché è bello e perché è importante per la salute del pianeta – allora dobbiamo riconoscere che non possiamo controllare l’evoluzione dei coleotteri che vivono in Amazzonia e dei ratti che vivono lungo il fiume Congo. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione procederà da sola come ha fatto per 3,8 miliardi di anni su questo pianeta.

D’altra parte, tu stesso hai scritto che i virus si sono evoluti con noi e, anche se li temiamo, sono importanti per la nostra stessa esistenza. Perché lo sono?

I virus, alcuni di loro, hanno fatto molte cose buone per noi. La gravidanza umana, per esempio, non è possibile senza un gene che proviene da un virus, un retrovirus che ha inserito il suo genoma in quello dei mammiferi, o degli animali che sono diventati mammiferi, in un qualche momento negli ultimi 100 milioni di anni. È uno dei numerosi geni che rendono possibile la gravidanza umana. Se tutti virus scomparissero domani dalla faccia della Terra, i nostri ecosistemi andrebbero in pezzi e staremmo peggio che durante una pandemia.

Alla luce di quanto è successo in questi anni, come può la gente riuscire a distinguere tra scienza e pseudoscienza, tra verità e falsità?

Noi scrittori, giornalisti, insegnanti, educatori dobbiamo aiutare le persone, a cominciare dai bambini, a capire che cos’è la scienza. Se le persone capiscono che cos’è la scienza, possono distinguere tra scienza e pseudoscienza. La scienza non è un insieme di fatti che trovi in Internet cercando su Google e trovando strani siti Web che dicono cose folli e drammatiche. La scienza è un processo verso una comprensione più accurata del mondo fisico attraverso un processo di raccolta di prove, di verifica di ipotesi, di correzione di errori, di condivisione di informazioni, di aiuto reciproco. E muovendosi gradualmente verso una comprensione più accurata del mondo, ci si rende conto che ciò che sappiamo è sempre provvisorio, e che se compaiono nuove prove allora bisogna correggere ciò che si pensava di sapere. Le persone vengono ingannate dalla pseudoscienza, perché non capiscono che cos’è la scienza e come funziona.

Link e approfondimenti

• Il sito di di David Quammen.
• Un articolo di Josway sulle origini della pandemia di Covid 19.

 

 

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