La scoperta della Salvia divinorum e del suo utilizzo vede come protagonisti i due leggendari personaggi che abbiamo già incontrato negli articoli precedenti: il chimico svizzero Albert Hofmann, scopritore dell’LSD, e il banchiere appassionato di etnobotanica Robert G. Wasson, colui che rese note al grande pubblico le proprietà dei funghi allucinogeni messicani e i loro utilizzi tradizionali.
A dorso di mulo
Già compagni di viaggio nella spedizione durante la quale fecero provare l’LSD alla curandera messicana Maria Sabina, circa un decennio più tardi i due improbabili esploratori attraversarono insieme la Sierra mazateca messicana a dorso di mulo alla ricerca di una mitica pianta della quale era noto l’utilizzo nello sciamanesimo mazateco. Non senza difficoltà, ne individuarono alcuni esemplari nelle foreste umide e nebbiose dello stato di Oaxaca e li inviarono a due botanici americani affinché procedessero alla descrizione della nuova specie. Scelsero di attribuirle quel nome così evocativo con la quale è nota ancora oggi e che significa “salvia degli spiriti”.

Parente della menta
Si tratta di una pianta appartenente alla stessa famiglia della menta e della salvia che noi utilizziamo in cucina. Cresce fino a un metro d’altezza e il suo aspetto è piuttosto anonimo, ben lontano da quello assai caratteristico che contraddistingue altre piante psicoattive, per esempio la cannabis. Inoltre, a dispetto dell’utilizzo tradizionale che ne viene fatto da parte delle popolazioni indigene, sembra piuttosto rara in natura tanto che nei vent’anni che trascorsero dal viaggio dei due al 1985 ne vennero individuate solo 15 popolazioni naturali. La fecondità della pianta, e quindi la capacità di produrre semi fertili, pare molto bassa e si sospetta che anche in natura la propagazione avvenga quasi esclusivamente per via vegetativa, con la rapida produzione di radici quando i rami flettono toccando il terreno. Ad oggi sono noti due soli ceppi ben documentati, ovvero due varianti genetiche: uno raccolto nel 1962 e l’altro nel 1991.
Misteriosa
Salvia divinorum è una pianta enigmatica ed elusiva anche dal punto di vista tossicologico. Si sa che il principio psicoattivo, chiamato “salvinorina A”, è un terpene e non un alcaloide. Questo è piuttosto strano, perché i terpeni sono una classe di innocui composti che hanno la funzione di produrre l’aroma delle specie botaniche aromatiche, e in quanto tali sono i principali componenti di resine e oli essenziali. Quello prodotto dalla Salvia divinorum è uno dei pochissimi terpeni ad avere effetti allucinogeni. E non si tratta di effetti trascurabili.
La chimica
La salvinorina A si lega con forza al recettore oppioide “K”, mentre non ha alcuna affinità con i recettori della serotonina, compreso il famoso recettore “2A” al quale si attaccano LSD, psilocibina e mescalina. Esercita inoltre un’azione anche sul recettore “D2” della dopamina. Ha quindi un meccanismo d’azione completamente diverso rispetto agli altri allucinogeni e agli psichedelici propriamente detti. A fronte di queste peculiarità è ritenuto l’allucinogeno naturale più potente del quale si abbia conoscenza fino ad ora, in grado di esercitare pienamente i suoi effetti a concentrazioni di soli 200 microgrammi (LSD è ancora più potente in quanto attivo già a 30 microgrammi, ma è una molecola di sintesi che come tale non esiste in natura). Nel 2005 la pianta e il principio attivo da essa estratto sono stati inclusi nella lista delle sostanze vietate in Italia.
Gli effetti
Il consumo tradizionale di S. divinorum consiste nel preparare un tè con l’estratto delle foglie oppure nel masticare queste ultime. Come nel caso di altri composti, il consumo orale rallenta la manifestazione degli effetti, che hanno poi una durata compresa tra 30 minuti e un’ora e mezza. Quando invece viene fumata, gli effetti si avvertono rapidamente, con un picco più intenso che viene raggiunto entro un minuto e che può durare fino a cinque minuti. La pianta è in grado di indurre allucinazioni intense anche se di breve durata. Altri effetti possono comprendere la sedazione, l’ansia, la sensazione di distacco dal corpo, la distorsione del tempo, un senso di confusione. Come nel caso degli psichedelici propriamente detti, sia lo stato d’animo personale che l’ambiente nel quale si consuma la sostanza sono in grado di influenzare molto l’esperienza.


