Poche cose che ci riguardano direttamente sono così importanti e al contempo così sfuggevoli come il Sé. L’importanza del Sé è presto detta: i suoi contenuti sono le nostre esperienze sentite e le nostre immagini sensoriali, riunite in un unico coerente e cosciente. In assenza di queste esperienze coscienti saremmo niente più che computer senz’anima, macchine che forniscono semplici risposte dirette agli input che ricevono.
Ritorno di interesse
Studiare il Sé, e più in generale la coscienza, dal punto di vista scientifico è un compito estremamente difficile: ci hanno provato filosofi, psicologi e neuroscienziati; ma il terreno è assai sdrucciolevole a causa del singolare status di questo oggetto di ricerca. I contenuti della coscienza sono infatti accessibili solamente dal soggetto che li esperisce, vale a dire solo in prima persona. Questo fatto costituisce un grosso problema per l’indagine scientifica, la quale si nutre dei criteri dell’oggettivazione e della verificabilità. Per molto tempo quindi gli scienziati hanno accantonato il problema del Sé e quello della coscienza, concentrandosi sul cervello e sulle strutture neurali che sono alla base dei comportamenti e degli stati mentali. Recentemente, però, c’è stato un ritorno d’interesse sulla coscienza e sul Sé, principalmente per via degli effetti che le alterazioni di quest’ultimo possono avere sul benessere dell’individuo in generale e addirittura sulla cura di specifiche psicopatologie.
La verità è nel sogno
Il Sé non è infatti solo qualcosa che avvertiamo vagamente: ha invece una precisa collocazione ed estensione nello spazio, che corrisponde grossomodo ai confini del nostro corpo. Ha inoltre alcune caratteristiche tipiche con le quali si manifesta. Tendiamo a trascurare questi aspetti – che sono invece assolutamente fondamentali per capire di che cosa stiamo parlando – a causa di un’attenzione selettiva che abbiamo nei confronti delle caratteristiche con le quali il Sé si presenta nello stato di veglia. Se invece dessimo importanza a quello che ci succede tutte le notti, durante i sogni, ci accorgeremmo che gli stati alterati di coscienza – con le forme alternative del Sé che li accompagnano – sono un’esperienza quotidiana. Possediamo quindi una cecità culturale nei confronti dello stato onirico.

Quel braccio? Non è mio
Possiamo renderci conto che la collocazione del Sé nel corpo è un fatto più convenzionale che obbligato anche grazie alle osservazioni sui pazienti interessati da disordini neurologici. Un disturbo chiamato body integrity identity disorder è particolarmente esplicativo. I pazienti che ne sono affetti riferiscono di provare la vivida sensazione che una parte del loro corpo, di solito un arto superiore o inferiore, non faccia parte di loro; e come conseguenza molti di loro tentano di amputarselo, quasi sempre senza riuscirci a causa del dolore. Questa strana sensazione di “estraneità dell’arto” è a tal punto vivida e pregnante da superare qualsiasi evidenza empirica, per esempio quella relativa alla continuità dell’arto con il resto del corpo e alla perfetta ricezione degli stimolazioni sensoriali. Questi pazienti descrivono l’arto come un’inutile appendice attaccata al loro corpo.
I neuroscienziati interpretano questo strano fenomeno come un disturbo del Sé, ovvero come una condizione clinica che vede l’estensione del Sé non perfettamente sovrapponibile a quella del corpo, con un pezzo di quest’ultimo rimasto escluso. Come è possibile? Se la coscienza si può definire come la descrizione che il cervello fa del corpo e di quello che gli accade, il Sé è una mappa dei distretti corporei. E, come in tutte le mappe, alcune località possono essere omesse per errore.
Da tabù a cura
Al di là di esempi specifici come questo, più in generale le alterazioni della coscienza hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica anche per ragioni strettamente pragmatiche. Nel corso degli ultimi 15 anni, si sono infatti accumulate evidenze sempre più stringenti che l’induzione volontaria di alterazioni del Sé – per esempio attraverso le cosiddette “esperienze di trascendenza del Sé”, variamente indotte – possono fornire un importante strumento nella cura di psicopatologie come l’ansia, il disturbo dello stress post-traumatico e la depressione. Di notevole importanza sono in questo senso le ricerche realizzate dall’equipe dell’Imperial College di Londra sulla psilocibina, una molecola naturalmente presente in alcuni funghi che ha mostrato la capacità di curare depressioni farmacoresistenti e anche alcuni disturbi legati alla sfera cognitiva e psicologica. In particolare, attraverso la somministrazione della molecola sotto controllo medico e la conseguente induzione di uno stato alterato di coscienza della durata di alcune ore, un numero significativo di pazienti ha dimostrato una importante remissione dei sintomi dopo sole poche sedute. Forse con un eccesso di entusiasmo, alcuni osservatori hanno iniziato a parlare di “Rinascimento psichedelico”, rievocando i movimenti degli Anni ’60 che peraltro hanno portato al proibizionismo nei confronti di queste sostanze.
Un nuovo benessere, ecologico
In questa serie di articoli, parleremo in generale di stati alterati di coscienza. Parleremo anche delle molecole che le inducono, ma porremo l’attenzione soprattutto sulle alterazioni del Sé che tutti possiamo avere. Gli stati alterati di coscienza sono infatti un’esperienza quotidiana che interessa tutti, nessuno escluso. Possono essere indotti anche durante lo stato di veglia, attraverso pratiche come la meditazione. Ed è degno di attenzione il fatto che una letteratura scientifica attualmente emergente pone in relazione le esperienze di trascendenza del Sé – quelle cioè nelle quali il Sé si espande oltre i confini del corpo verso l’ambiente esterno – con il cosiddetto “benessere ecologico”, cioè con una crescente attenzione nei confronti delle tematiche ambientali ed ecologiche. Dove collochiamo il Sé e quanto permeabili sono i suoi confini sono infatti due fattori che avrebbero un significativo effetto sui nostri comportamenti nei confronti del mondo esterno, e l’idea avanzata è che un allentamento di questi confini, anche solo con la pratica meditativa quotidiana, possa promuovere comportamenti virtuosi nei confronti dell’ambiente (continua).


