Le pitture rupestri del paleolitico rinvenute nelle grotte di Lascaux, Chauvet, Altamira e tante altre tra la Francia e la Spagna lo dimostrano chiaramente: fin dalle prime testimonianze artistiche che abbiamo della nostra specie, ci troviamo di fronte a capolavori immortali che ci emozionano come se fossero stati realizzati ieri. E invece risalgono a 20-30 mila anni fa, quando eravamo ancora in piena era glaciale e la Terra era popolata da molte specie ormai estinte.
Le nostre radici
In quelle opere antiche si potrebbero dunque cercare i tratti distintivi della nostra stessa umanità, ciò che ha permesso a Homo sapiens di iniziare quello straordinario cammino che lo ha portato fino alla creazione di avamposti abitativi al di fuori della Terra stessa. E può sorprendere che ancora oggi gli scienziati e gli ingegneri aerospaziali si ispirino a quei nostri antenati per sviluppare le tecnologie di punta più avanzate; mentre i rapporti tra arte e scienza sono più che mai attuali e fonte di ispirazione, a partire dalla raffigurazione dei dati del satellite Planck con modalità che lo rendono straordinariamente simile alla Notte stellata di Van Gogh (v. foto in queste pagine). Ne abbiamo parlato con Tommaso Ghidini, responsabile dell’Ingegneria Meccanica dell’Agenzia Spaziale Europea e autore di Homo Caelestis (Rizzoli), un libro che fotografa l’umanità in un momento in cui si appresta a varcare il sottile confine che ci separa dallo spazio profondo.

Nel Suo libro, Lei paragona i dati di Planck al cielo della Notte stellata di Van Gogh. Che cosa La affascina dei rapporti tra arte e scienza?
È un tema che mi interessa moltissimo, perché ho una formazione umanistica: ho frequentato il liceo classico, quindi l’arte è stata per me l’ispiratrice di molte emozioni che hanno costruito la mia persona. E io ritrovo l’arte nella mia vita. Nel mio libro, Homo Caelestis, ho raccolto una serie di riscontri, di collegamenti, tra l’arte e ciò che vedo nella mia attività scientifica. Per esempio, il cielo della Notte stellata (1889) di Van Gogh è straordinariamente simile all’immagine della Via Lattea registrata dal nostro satellite Planck: sembra la stessa cosa. E quindi nel vedere quei dati mi sono emozionato, perché in gioventù ho amato quell’opera, così come ho amato questo satellite che ha realizzato questa fotografia da premio Nobel. Vedere le due immagini accostate mi ha toccato profondamente. Mi sono detto che è la stessa cosa, che è un continuum: è l’essere umano che sta esplorando, in un caso la propria anima, nell’altro caso lo spazio. E sempre trova risposte.

Che cosa può dare l’arte alla scienza?
L’arte dà visione, dà emozione, fa riflettere. Rallenta il tempo. Ci regala bellezza. Tutto questo resta dentro di noi e ci fa in seguito riprodurre in ciò che realizziamo in altri contesti, per esempio nel campo dell’esplorazione spaziale, di nuovo la bellezza. Perché ne abbiamo bisogno, perché fa parte di noi. Vorrei citare un esempio. Un giorno parlavo con l’amministratore delegato di Piaggio Aerospace, perché sono un pilota e c’è un aeroplano Piaggio che mi piace tantissimo, il P180. Questo aereo ha una linea bellissima, perché ha le eliche spingenti, ha due baffi davanti e così via. Dunque, quel giorno parlavo con l’amministratore delegato e gli ho detto: “Ma come avete fatto a concepire un aeroplano così”? Mi ha risposto: “Perché in Italia siamo circondati dall’arte e dalla bellezza. Quindi i nostri ingegneri, che hanno nel dna tutto questo, poi quando fanno un aeroplano lo fanno bello. Perché siamo ispirati da questa bellezza che ci viene dall’arte”. Ecco, l’ho trovata una risposta perfetta. E mi ha spiegato molto di me; perché anch’io ricerco la bellezza, perfino in un satellite. Qualcuno può trovarci un oggetto insignificante, io nel satellite Planck ho rivisto un ciclope. E nell’immagine dell’universo (sempre di Planck) della prima luce di tutti i tempi ci ho rivisto un quadro del puntinismo. Perché queste cose sono dentro la mia anima, e le ritrovo nel mio lavoro di scienziato.

Al contrario, che cosa possono dare la scienza e la tecnologia all’arte?
Tanto, tantissimo. Anche solo da un punto di vista puramente tecnico, perché con certi strumenti possiamo comprendere meglio l’arte, per dirne una possiamo vedere se un quadro ha altri strati sotto. Faccio un altro esempio che mi riguarda di persona. Una volta incontrai, dopo che era andato in pensione, il relatore della mia tesi di dottorato, che era un genio dei materiali a servizio del Centro aerospaziale tedesco. Gli chiesi che cosa facesse e mi rispose: “Ho trovato una situazione perfetta. Vado nei siti archeologici e faccio metallurgia dell’archeologia. Per fare un esempio, quando viene trovata una spada medievale, spiego di che materiale è fatta, come è stata costruita, come erano presumibilmente i forni che sono stati utilizzati e così via”. Ecco, questo secondo me è un bellissimo modo che ha la scienza di collaborare con l’arte. Un altro esempio arriva dalle caverne frequentate dagli uomini preistorici. La stessa sostanza che usavano per dipingere sulle pareti delle grotte noi l’abbiamo adottata nella missione più difficile e più complessa che abbiamo mai realizzato: il Solar Orbiter. Questa sonda, che per studiare il Sole deve resistere alle temperature estreme e alle radiazioni emanate dalla nostra stella, è ricoperta di ossa di animali bruciate. Ed è lo stesso materiale che l’uomo preistorico usava per dipingere.
Link e approfondimenti
• Il libro Homo coelestis di Tommaso Ghidini, edito da Longanesi.
• Un video in cui Ghidini parla di arte e scienza.
• Un comunicato dell’Esa sullo schermo di protezione del Solar Orbiter.
• Un comunicato dell’Esa sull’immagine delle nubi di Magellano ripresa da Planck.


