Donald Trump e la guerra dei social network

È giusto censurare Donald Trump, come hanno fatto Twitter e Facebook? Ed è efficace? La questione è delicata e complessa, ecco quello che dice la teoria delle reti.

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Donald Trump e la guerra dei social network

È giusto censurare Donald Trump, come hanno fatto Twitter e Facebook? Ed è efficace? La questione è delicata e complessa, ecco quello che dice la teoria delle reti.

Il 10 maggio 2022, Elon Musk ha messo in chiaro ciò che ormai era nell’aria da tempo, e cioè che quando avrà completato l’acquisizione di Twitter rovescerà la scelta, fatta dalla piattaforma l’8 gennaio 2021, di sospendere definitivamente l’account di Donald Trump. Dopo l’assalto al Campidoglio di Washington, risultato in cinque morti e di cui l’allora presidente Usa era stato riconosciuto come fomentatore, il suo cosiddetto deplatforming – come si chiama tecnicamente l’operazione – era stata una reazione immediata: una scelta difficile, caldeggiata da parte del personale di Twitter e presto seguita dalla mossa analoga di Facebook, ma immediatamente oggetto di molte critiche. La cancelliera tedesca Angela Merkel, per esempio, aveva fatto presente che dovrebbero essere le leggi, non le imprese hi-tech, a stabilire i confini della libertà di parola; altre voci avevano sostenuto che questa iniziativa rischiava di essere vista dai sostenitori di Trump come conferma di teorie del complotto secondo cui i mezzi di informazione “di sistema” applicherebbero in modo ingiustificato la censura per sopprimere posizioni scomode.

Migrazione

Al di là di queste posizioni di metodo su una personalità politica controversa, altri avevano criticato l’efficacia pratica dell’iniziativa sostenendo che i sostenitori di Trump avrebbero semplicemente seguito il loro leader altrove, subendone l’influenza quanto e più di prima e isolandosi invece da fonti di informazione migliori. In effetti, è ciò che almeno in parte è successo, con una crescita notevole di utenti per il social network Alt-tech (cioè utilizzato dalla destra “alternativa” americana) Parler, e con il travagliato lancio, mesi dopo, del social network Truth, proprietà dello stesso Trump.

Eco sociali

Censura e libertà di parola sono concetti tanto fondamentali quanto delicati da definire in pratica. Ma per quel che riguarda la seconda categoria di critiche, quelle per cui semplicemente isolare i complottisti rischierebbe di aiutare le teorie del complotto riunendone i proponenti, può venire in aiuto la teoria delle reti. La critica a Twitter (e Facebook), per cui avere rimosso Trump dai due social network non avrebbe fatto altro che spingere altrove i suoi seguaci, richiama le cosiddetta “camera dell’eco” (dall’inglese echo chamber), concetto chiave per chi si occupa di studiare l’informazione, e in particolare la disinformazione, nelle reti sociali.

(Image by Gordon Johnson from Pixabay).

Tutti d’accordo, la Terra è piatta!

L’idea delle camere dell’eco è che le persone tendono naturalmente a circondarsi di fonti di informazione (che siano amici o personalità importanti) che condividono le loro stesse idee e che danno loro un’impressione falsata di conferma: “se (quasi) tutti la pensano come me, non può essere falso”. Il fenomeno non è interamente nuovo, ma nelle reti sociali tradizionali era parzialmente attenuato perché era più facile avere intorno – per esempio tra chi vive nel proprio quartiere – persone che la pensassero diversamente. A mano a mano che le nostre relazioni si spostano online, invece, è più facile scegliersele (per esempio decidendo quali profili leggere/seguire o viceversa bloccare), e quindi in particolare rinforzare il proprio punto di vista semplicemente interagendo solo con chi lo condivide. Questo vale in particolare per i seguaci di teorie di nicchia, come di norma sono quelle del complotto: chi sostiene che la Terra sia piatta vive tipicamente in mezzo a persone che sanno che è falso; ma se la sua vita sociale e i suoi scambi di opinioni si spostano principalmente online, non avrà alcuna difficoltà a circondarsi, virtualmente, di persone sparse per il mondo che la vedono come lui. E il discorso non riguarda solo le persone, ma a maggior ragione le fonti di informazione come siti web e giornali: anche gli algoritmi di ricerca si adattano alle nostre preferenze cercando di fornirci le pagine che amiamo trovare, nel caso dei giornali quelli che rinforzino il nostro punto di vista: possiamo quindi illuderci di leggere informazione neutrale, o che comunque rappresenti diversi punti di vista, mentre in realtà ci viene sottoposta solo quelli che rinforza i nostri pregiudizi.

E allora che fare?

Alla luce del problema delle camere dell’eco, la preoccupazione per l’isolamento dei seguaci di Trump in una “bolla” di persone che la pensano allo stesso modo e non incontrano mai punti di vista critici rispetto al loro è perfettamente comprensibile. D’altra parte, si potrebbe obiettare che una volta espulso Trump, e con lui i suoi seguaci, dai social network più popolari si sarebbe perlomeno ridotto l’esposizione del resto della popolazione alle fake news.

Come una malattia

In realtà le camere dell’eco non hanno bisogno di centinaia di migliaia di persone per avere un effetto: basta interagire in un gruppo con una decina di altre persone che la pensano come noi per generare l’illusione. È un po’ come con una malattia contagiosa: se si isolano perfettamente gli infetti, si salva effettivamente il resto della popolazione; ma basta che resti un piccolo numero di individui infetti non isolati e l’epidemia ripartirà. E per giunta, a differenza di molte malattie infettive, le fake news possono avere una lunghissima vita e non creano alcuna forma di immunità. Anzi, più le persone vivono isolate in un ambiente in cui le fake news proliferano, più perdono la capacità di distinguerle come tali. Peraltro per chi diffonde disinformazione in modo sistematico non è affatto difficile mantenere una presenza sia su Parler che su Twitter. Dunque è più facile che siano gli utenti che usano principalmente una fonte di informazione a concentrarsi sui contenuti di una delle due sacrificando l’altra.

Censura sì, ma temporanea

È interessante notare che Musk, noto per essere un avvocato per la libertà di parola “assoluta”, non abbia però negato che Trump potesse essere in qualche modo censurato: ha suggerito però che si sarebbe potuta applicare una sospensione temporanea, o il blocco solo degli specifici post che avessero violato le linee guida. Una misura di quel tipo, reiterata in caso di ripetute violazioni, avrebbe limitato almeno nell’immediato la capacità di Trump di sobillare le folle, senza per questo dare l’impressione di una censura assoluta e dare i suoi sostenitori l’impulso a trasferirsi altrove. È un’idea sensata, ma la verità è che misure di questo tipo hanno bisogno di essere supportate da studi seri basati su dati, di cui fortunatamente una piattaforma come Twitter abbonda. La libertà di parola non è un’entità astratta da difendere in modo assolutistico e aprioristico: al contrario, metterla in pratica nelle nostre società richiede scelte delicate, da valutare in modo pragmatico.

Link e approfondimenti

• Il libro La responsabilità di rete (il Mulino) di Pietro Battiston, e il suo sito.
• La scienza delle reti su Josway.

battiston

Pietro Battiston
Pietro Battistonhttps://pietrobattiston.it
Pietro Battiston è un ricercatore in economia presso l'Università di Pisa, con una formazione matematica e una passione per la musica. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia Pubblica presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca. La sua ricerca verte sulla teoria delle reti, l’economia sperimentale, l’evasione fiscale e la bibliometria, temi su cui ha pubblicato articoli in importanti riviste scientifiche internazionali. Nel 2021 è uscito per il Mulino il suo libro "La responsabilità di rete". Fervente utilizzatore e sostenitore del software libero, contribuisce spesso allo sviluppo di software per il calcolo scientifico; è inoltre ideatore e creatore del sito unicerca.it.

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Le vibrazioni di una ragnatela trasformate in suoni, progetto di sonificazione realizzato al MIT di Cambridge, Usa (Ian Hattwick, Isabelle Su, Christine Southworth, Evan Ziporyn, Tomás Saraceno e Markus Buehler).

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