Non siamo tutti uguali. Immaginate di chiudere gli occhi e di pensare a un fiore. Lo vedete davvero quel fiore? Per quanto banale e scontata possa sembrare la domanda, la risposta non lo è affatto. Perché persone diverse possono rispondere in maniera diversa a questa domanda, alcune perfino in modo diametralmente opposto. Qualcuno visualizzerà davvero l’oggetto pensato con l’occhio della mente – mettiamo una rosa bianca – in maniera estremamente vivida e concreta, magari ne sentirà anche il profumo e ne avvertirà la consistenza carnosa dei petali immacolati. Per una minoranza di persone, l’esperienza può essere così forte da interferire con la realtà percepita, come in un’allucinazione. Qualcun altro, invece, non vedrà niente di niente – solo buio nel campo visivo delle sue palpebre chiuse, anche se magari avrà un’idea astratta di quel fiore e di tutte le percezioni sensoriali a esso collegato. Nel mezzo tra i due estremi, c’è una gamma infinita di sfumature di chi appartiene alla cosiddetta “normalità”.
L’oggettività della soggettività
La scienza, a lungo, non ha indagato situazioni di questo tipo, perché si riteneva che fossero soggettive, e quindi per definizione non inquadrabili in teorie, esperimenti, verifiche oggettive. Ma Adam Zeman, neurologo all’Università di Exeter, in Gran Bretagna, non è d’accordo. Armato di questionari, strumenti per misurare le reazioni fisiologiche dei partecipanti (come la dilatazione delle pupille nell’atto di immaginare qualcosa) e con il supporto degli sviluppi più recenti delle neuroscienze, ha cominciato a entrare sempre più in profondità nei meccanismi dell’immaginazione. Lo abbiamo intervistato per chiedergli di spiegarci che cosa ha scoperto, e come il quadro che sta emergendo possa aiutarci a capire meglio noi stessi e i processi mentali dei grandi personaggi del passato, da Aristotele a Picasso, da Platone ad Einstein.
Per entrare nell’argomento, vorrei chiederle prima di tutto che cos’è l’immaginazione e in che cosa consistono i due estremi opposti che lei ha identificato: l’afantasia e l’iperfantasia.
Penso che il termine “immaginazione” (imagination) sia ambiguo. Viene usato in più modi, ma di certo viene usato spesso per riferirsi alla capacità che abbiamo di rappresentare le cose nelle nostre menti in loro assenza. Quindi immaginare una mela, o una tavola imbandita, o un amico, per la maggior parte di noi consiste nel richiamare alla mente l’aspetto della mela, o della tavola imbandita o dell’amico. In questo modo possiamo avere, mentre la pensiamo, un’esperienza di qualcosa di assente. Ci sono però persone che non hanno la capacità di visualizzare, di richiamare le cose all’occhio della mente. In questi casi si parla di afantasia (aphantasia). Se si chiede a qualcuno con afantasia di immaginare una mela o un albero, dice di saperne tutto: sa che aspetto ha, ma non riesce in nessun modo a vederlo. Le persone con iperfantasia, al contrario, dicono che quando visualizzano è spesso come se stessero guardando l’oggetto reale. Alcuni di loro dicono che possono addirittura proiettarlo nel mondo. Non è sempre così, ma alcune persone dicono di poterlo fare. Queste esperienze soggettive sono quantificabili in una scala da 1 a 5, che usiamo nei nostri questionari per raccogliere dati dai partecipanti. Chiediamo per esempio di immaginare l’alba, con il sole sopra l’orizzonte in un cielo nebbioso: 1 su 5 significa non si riesce a vedere nulla, ci si sta solo pensando, mentre 5 su 5 significa avere un’immagine mentale vivida come se la si stesse vedendo realmente. Abbiamo scoperto che, a seconda di dove si traccia la linea, dall’1 al 4% della popolazione ha afantasia, mentre dal 3 al 10% circa ha iperfantasia. Quindi non si tratta di fenomeni terribilmente rari, sono moderatamente comuni.
Un video di TED Ed sull’afantasia.
Scendendo nel dettaglio della statistica, che cosa si può dire? La popolazione è equamente distribuita tra questi due estremi?
No, non lo è. La distribuzione è descritta da una specie di curva a campana, che però è spostata verso l’estremità superiore. Il punteggio va da 16 a 80, e la media è di circa 60. Vuol dire che essere afantasici è più raro che essere iper-fantasici.
Che altre caratteristiche hanno le persone con afantasia e iperfantasia?
Una delle caratteristiche più frequenti delle persone afantasiche è quella di avere una memoria autobiografica piuttosto scarna. Queste persone tendono ad avere una memoria piuttosto fattuale del loro passato, perché non sembrano essere in grado di rivivere i ricordi in modo vivido e ricco come chi è in grado di ricreare le immagini. All’estremo ci sono persone con afantasia che dicono per esempio di sapere di essersi sposati in un certo anno, sanno che il loro figlio è nato in un certo anno, ma tutto finisce lì. Per la maggior parte delle persone con afantasia, c’è una qualche memoria, ma è meno ricca e meno dettagliata della media. Le persone con iperfantasia sono invece all’estremo opposto, possono raccontarti molti dettagli.
Entriamo per un attimo nella questione del metodo: come si possono studiare in maniera scientifica le esperienze soggettive, quando la scienza è oggettiva per definizione?
Penso che il modo in cui si rende scientifica questa ricerca sia in parte parlando con le persone, per ottenere un resoconto dettagliato e ricco in prima persona delle esperienze della gente. Viene chiamata scienza qualitativa, ma penso che sia molto importante.
Ci si aspetterebbe che, se si trovano grandi differenze a livello di ciò che le persone riportano, ci siano differenze corrispondenti in altre misure: test psicologici, misure fisiologiche e sulla memoria, cose del genere. In questo modo, oltre a quanto già detto sulla memoria autobiografica, abbiamo dimostrato che le persone con afantasia spesso hanno difficoltà a riconoscere i volti. Abbiamo mostrato anche un legame con l’autismo, sebbene sia vero solo per una minoranza di persone. Sono interessanti anche le reazioni la fisiologiche: se una persona immagina di guardare il sole le sue pupille si restringono, se immagina di essere in una stanza buia le pupille si dilatano – le persone con afantasia, invece, non hanno alcuna reazione.
Le persone con afantasia sembrano dunque diverse dalle altre. Dove nasce questa differenza a livello cerebrale?
Ci sono alcuni studi di imaging cerebrale che mostrano differenze chiare ma piuttosto sottili tra persone con afantasia e persone con immagini vivide. Le persone con afantasia sanno chiaramente che aspetto hanno le cose, perché possono riconoscerle. Quindi in un certo senso la conoscenza è nel loro cervello, ma per qualche ragione non possono usarla – come fa la maggior parte delle persone – per generare un’immagine. Quindi ci si aspetterebbe che la differenza nel cervello sia relativamente sottile, e in effetti un certo numero di studi mostra che la differenza riguarda principalmente la connettività: ci sono differenze nelle connessioni cerebrali. D’altra parte per generare un’immagine bisogna decidere di farlo, e questo coinvolge alcune strutture nella parte anteriore del cervello: lobo parietale, lobo frontale, centri di controllo cognitivo. Dopo la decisione, bisogna cercare l’aspetto delle cose nella propria memoria, e usare questa conoscenza per guidare il sistema visivo, che è nella parte posteriore del cervello; quindi questo processo coinvolgerà molta comunicazione incrociata tra diverse regioni. Un indebolimento di alcune connessioni potrebbe causare l’afantasia.

Un altro fatto davvero interessante è che la maggior parte delle persone con afantasia sogna visivamente. Questo potrebbe voler dire che le immagini oniriche sono innescate in modo diverso, da strutture molto più profonde nel cervello, nel sistema cerebrale e in quello limbico.
Le persone con afantasia sono più propense al pensiero astratto?
Penso di sì. Questa è un’altra associazione di cui non avevo ancora parlato: sembra che l’afantasia renda le persone un po’ più propense alle materie tecnico-scientifiche, in particolare in matematica e informatica. Penso che ciò sia legato proprio a una spinta verso modi di pensare più astratti.
Si tratta di caratteristiche ereditarie?
Spesso sì, queste caratteristiche sembrano ricorrere spesso nelle famiglie. Inoltre, chi è afantasico visivamente, lo è molto probabilmente anche rispetto agli altri sensi. L’afantasia sembra essere protettiva nei confronti di stress post traumatico e psicosi. Anche questa è un’ipotesi, in realtà. È una domanda interessante. Molte persone mi hanno detto che pensano che sia così, di ritenere di aver perso il loro immaginario (imagery), o che questo sia stato smorzato, dopo un evento traumatico, per proteggerle.
Mi sembra che un punto rilevante della sua ricerca sia il fatto che persone diverse possono avere strutture cerebrali diverse. È vero? Che cosa significa? Significa anche un modo diverso di pensare? Che cosa si può dire a riguardo?
Penso che sia così. Quando ho iniziato a lavorare nelle neuroscienze, c’era una sorta di convinzione che per qualsiasi differenza nell’esperienza del mondo si sarebbe trovata una differenza corrispondente nel cervello. Dopo circa trent’anni in cui ho lavorato nel campo, penso che sia vero. Sappiamo ora che molte tipologie di ricordi sono codificati in differenze nelle forze di connessione tra i neuroni nel cervello. Penso che sia molto probabile che le differenze individuali nella struttura cerebrale corrispondano a differenze individuali nell’esperienza e nella capacità mentale. Quindi, per fare un esempio molto semplice, l’area della corteccia visiva corrisponde o è correlata con l’acuità della visione. Nel caso dell’afantasia, come già detto, non abbiamo ancora dimostrato l’esistenza di una differenza strutturale. La stiamo cercando. Sembra abbastanza probabile che sia nella dimensione o nell’integrità di alcuni percorsi di connessione. Quello che è stato dimostrato è che ci sono differenze in quella che viene chiamata connettività funzionale. Sono differenze nel modo in cui diverse regioni del cervello parlano tra loro.
Le differenze possono essere anche un arricchimento. Quindi posso immaginare che in un team potrebbe essere arricchente avere persone con caratteristiche diverse che affrontano la realtà da punti di vista diversi.
Sono completamente d’accordo. Non penso all’afantasia come a un disturbo o a un deficit. Penso che sia un’intrigante variazione nell’esperienza umana. Penso che abbia vantaggi e svantaggi. Un vantaggio potrebbe essere la propensione al pensiero matematico, per esempio.

In che modo un diverso livello di immaginazione si relaziona alla creatività e alle performance nell’arte, nella scienza, nel management e in altri settori?
Come dicevo all’inizio, il termine “immaginazione” ha più di un significato. Un significato è quello di cui abbiamo parlato: essere in grado di pensare alle cose in loro assenza, ciò che lo psicologo William James chiamava “immaginazione riproduttiva”. C’è però un altro significato che si riferisce all’abilità che lo stesso James chiamava “immaginazione produttiva”: l’abilità alla base della creatività e della nostra capacità di produrre cose che sono siano nuove e utili. La nostra ricerca ha evidenziato che è possibile essere privi di immagini sensoriali, ed essere comunque altamente immaginativi in questo secondo senso. Quindi la fantasia nel senso dell’immaginario sensoriale non è richiesta per essere una persona creativa, produttiva e fantasiosa. Può essere che chi visualizza le immagini poi le usi. Ma è chiaro che non c’è bisogno di quelle immagini per essere creativi e produttivi. Abbiamo esempi di persone afantasiche molto creative come Ed Catmull, presidente di Pixar, che ha vinto il premio Turing per le sue scoperte nell’animazione al computer; Craig Venter, che è stata la prima persona a decodificare il genoma; Glen Keane, che è un ottimo animatore di Disney; e così via. Ci sono molti esempi di questo tipo, quindi penso che la risposta alla domanda posta sia un po’ complicata.
Penso comunque che, se andassi in una scuola d’arte e misurassi l’immaginario visivo, sarebbe probabilmente superiore alla media nella maggior parte dei casi. Quindi, sebbene non manchino gli esempi contrari, credo che un immaginario vivido spinga le persone verso le attività artistiche e le professioni creative. D’altra parte, gli afantasici sono un po’ più propensi alla scienza, quindi penso che questa caratteristica sia probabilmente vantaggiosa lì, e la mia ipotesi è che sia più frequente dell’iperfantasia tra gli scienziati creativi. Penso che l’immaginario visivo e l’immaginario sensoriale siano solo due tessere di un grande puzzle.
Quindi forse possiamo dire che la fantasia in questo senso è come uno strumento, mentre il cervello in generale è un grande risolutore di problemi che usa i suoi strumenti in vari modi. Ed è questa, alla fine, la creatività.
Sì. Assolutamente. Penso che sia un bel modo di dirlo.
Che cosa possiamo dire sul livello di fantasia di figure storiche come Einstein, Napoleone, Picasso, Van Gogh, Leonardo, gli artisti del Paleolitico, Dante?
Su questo tema ho scritto un articolo recentemente. Avevo un ricercatore che lavorava con me e stava leggendo Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, Kant e Hume per vedere come potevamo collocarli in quest’ottica. Con nostra sorpresa, abbiamo visto che sembravano cadere in due gruppi: gli entusiasti e i denigratori delle immagini mentali. E alcuni dei denigratori non sembravano sapere esattamente che cosa fossero queste immagini, sembrava che fossero afantasici; mentre alcuni entusiasti chiaramente ne avevano esperienza. Quindi abbiamo avuto l’impressione che le posizioni filosofiche fossero state influenzate dalla loro esperienza personale. A supporto di questa idea, c’è anche un fatto storico. Alla fine del secolo scorso c’è stata una discussione chiamata “il dibattito sull’immaginario (imagery)”. C’era un gruppo di psicologi – guidato dal ricercatore Stephen Kosslyn – che riteneva l’immaginario una modalità distintiva nel pensiero umano. E c’era un altro gruppo che sosteneva, al contrario, che tutto si riduce a parole e proposizioni, e che non c’è nulla di speciale nelle immagini mentali. Uno scienziato del primo gruppo ha inviato un questionario a un gran numero di persone coinvolte nel dibattito, e ne è risultato che chi aveva un’immaginazione vivida tendeva a stare dalla parte di Kosslyn, chi l’aveva scarsa tendeva a stare dalla parte opposta.
Tornando alle figure storiche, qualcuno ci ha lasciato qualche indizio. Einstein ci ha detto che il suo pensiero spesso avveniva per immagini. Leonardo, invece, ha scritto sulla pareidolia, cioè sulla capacità di vedere immagini anche dove non ci sono: ha detto che per allenare l’immaginazione si può guardare un muro e vedere battaglie e cavalieri – quindi penso che avesse un’immaginazione vivida – lo stiamo effettivamente ricercando in questo momento. Penso che lo stesso si possa dire di Aristotele, che scrisse che la mente non pensa mai senza un fantasma. Al contrario, ci sono vari pensatori che non sembravano molto a loro agio con le immagini mentali. Per Platone, per esempio, il mondo reale era un’ombra del mondo ideale e le immagini erano ombre di ombre. Wittgenstein ha scritto che una descrizione verbale può semplicemente prendere il posto di un’immagine. Zenon Pylyshyn, che nel dibattito dell’epoca era dalla parte opposta a Kosslyn, ha scritto che le immagini mentali sono strutture astratte a cui non abbiamo accesso cosciente e che sono essenzialmente di natura concettuale e proposizionale, invece che pittorica (rappresentazioni di questo tipo sono oggi denominate descrizioni simboliche più che immagini nel senso usuale). Per finire, lo psicologo John Watson ha scritto un passaggio meraviglioso, sostenendo che chi afferma di avere un ricordo della propria madre che si prende cura di lui, si sta illudendo, perché in realtà ha messo tutto in parole molto tempo prima. Se penso a me stesso, però, uno dei miei primi ricordi è quello di mia madre che entra nella stanza da letto per rimboccarmi le coperte. Sono rimasto colpito da come appariva prima di uscire per una serata e dal suo profumo: ho ancora una memoria sensoriale di questo. Quindi l’idea che sia semplicemente una questione di parole non mi sembra affatto vera.
Pensa che possiamo inferire qualcosa su alcune figure come i profeti o i mistici riguardo al loro livello di fantasia?
Forse sì, è una domanda interessante. Non ne abbiamo le prove, ma se l’iperfantasia è associata a una tendenza all’allucinazione, a una maggior probabilità di sentire voci o avere visioni, è più probabile che ciò accada a chi è iperfantasico, e che potrebbe essere spinto nella direzione di certi tipi di esperienza religiosa. Penso che sia probabile, ma non che sia provato.
Nella sua esperienza, cosa può portare la scienza all’arte?
Innanzitutto può portare spiegazioni che penso siano interessanti. Spiegazioni, per esempio, di che cosa succede nel cervello quando qualcuno fa arte, o di che cosa succede quando qualcuno apprezza l’arte, e forse perfino del perché facciamo arte e apprezziamo l’arte. Penso che questo possa aiutare a spiegare l’arte e che possa portare materiale all’arte. Ci sono alcune immagini scientifiche che le persone trovano belle e conosco artisti che usano scansioni cerebrali o altro materiale tecnico nella loro attività. Immagino poi che qualcosa del genere valga anche per altri tipi di arte e per la letteratura.
E che cosa può dare l’arte alla scienza?
Dipende da che cosa si intende per arte. Se si includono per esempio nel significato del termine le descrizioni delle esperienze in prima persona, penso che l’arte abbia moltissimo da portare alla scienza. Questo è davvero l’intero ambito della psicologia; perché la psicologia è il tentativo di dare un senso alla mente, a ciò che attraversa la mente, a ciò che accade nella mente, in termini scientifici. Questa è la materia prima della psicologia. E in realtà mi è spesso venuto in mente che è la materia prima anche per un bel po’ di medicina; perché se sei seduto in una clinica tutto il tempo, le persone ti portano le loro storie, e le loro narrazioni sono terribilmente informative. Tradizionalmente, la maggior parte delle diagnosi mediche è dipesa dalle storie che le persone raccontavano e dai sintomi che descrivevano, che sono rivelatori. Quindi penso che sia interessante che gli psicologi negli ultimi 100 anni siano stati molto scettici sul valore dell’esperienza diretta. I medici invece non se ne sono mai preoccupati, perché si è sempre rivelato molto utile per loro, molto rivelatore.
Quindi penso che l’arte possa fornire materia prima e forse può sollevare molte domande utili alla scienza. Questa è una cosa che mi ha interessato per tutta la vita. Penso che sia incredibilmente interessante che le persone dedichino tanto tempo a fare e ad apprezzare l’arte. È chiaramente molto importante per noi. Ma il fatto stesso che sia così importante è, in realtà, una domanda scientifica.
Pensa che il contributo dell’arte allo sviluppo della conoscenza sia sottovalutato?
Sì. Lo penso. Penso che nell’ultimo secolo abbiamo sopravvalutato la scienza dura e sottovalutato il contributo alla comprensione dell’umanità che può derivare dallo studio dell’esperienza e dei modi per evocarla.
Link e approfondimenti
• Il libro di Adam Zeman The Shape of Things Unseen: A New Science of Imagination (Bloomsbury).
• L’articolo “Aphantasia and hyperphantasia: exploring imagery vividness extremes” su Trends in Cognitive Sciences (in inglese).
• L’articolo “On Picturing a Candle: The Prehistory of Imagery Science” su Frontiers in Psychology (in inglese).
• Il questionario online, per partecipare allo studio.


