Nel documentario SiHKAL: An interview with Alexander Shulgin un signore anziano con capelli e barba bianchi e un aspetto piuttosto trasandato si muove in una baracca con le pareti in mattoni a vista, il tetto in legno grezzo e tavoli e ripiani stracolmi di alambicchi, provette e tubicini. Si tratta del disordinato laboratorio chimico casalingo del “Padrino degli psichedelici”.
L’universo è dentro di noi
Alexander “Sasha” Shulgin è stato un biochimico americano membro del Mensa, un’associazione internazionale che riunisce il 2% delle persone con il più alto quoziente intellettivo al mondo. La carriera di Shulgin era iniziata con la sintesi del primo pesticida biodegradabile per una compagnia di prodotti chimici; ma l’incontro con la mescalina negli Anni ‘50 diede una svolta alla sua vita: “Capii che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito”, ha dichiarato egli stesso. “Possiamo scegliere di non accedervi, possiamo anche negarne l’esistenza, ma è sempre lì dentro di noi, e ci sono composti chimici che possono fungere da catalizzatori della disponibilità di questo universo”.
Sperimentazioni in casa
Sasha Shulgin è divenuto famoso quanto controverso per aver sintetizzato nel suo laboratorio casalingo, in virtù di un’autorizzazione governativa a possedere sostanze altrimenti illecite, circa 200 composti psicoattivi, tra cui molti psichedelici, e per averli provati direttamente su se stesso e sua moglie Ann. A questi va aggiunta la riscoperta, avvenuta nel 1974, dell’MDMA (metilenediossimetanfetamina). Cioè dell’ecstasy.

Voglia di abbracciarsi
L’ecstasy era stata prodotta per la prima volta nel 1912 dal chimico tedesco Anton Köllish quale step intermedio verso la sintesi di una nuova molecola emostatica, l’idrastina. Le notevoli proprietà psicoattive di questo composto “secondario” rimasero sconosciute per più di cinquant’anni, quando Shulgin lo risintetizzò nel suo laboratorio domestico, sperimentandone su se stesso gli effetti come era sua abitudine fare. Shulgin ha affermato di aver immediatamente compreso le potenzialità che poteva avere questa molecola nella terapia relazionale, in virtù delle sue proprietà entactogene (cioè capaci di promuovere la connessione con gli altri). Decise così di fornirne una certa quantità a uno psicologo californiano di nome Leo Zeff, il quale iniziò già in quegli anni a utilizzarlo – a suo dire con successo – come coadiuvante nelle terapie. In un’occasione il dottor Zeff si è espresso con queste parole: “l’esperienza suscita profondi sentimenti di amore e comunanza che spingono le persone ad avvicinarsi e ad abbracciarsi”.
Dai rave party alle cure psichiatriche
Passata tristemente alla cronaca per l’uso e l’abuso che negli anni ‘70 e ‘80 ne venne fatto nell’ambito dei rave party, sappiamo oggi che l’ecstasy è in realtà una sostanza potenzialmente molto utile. Per esempio è in grado di inibire la capacità di rispondere agli stimoli legati a un trauma personale attraverso un meccanismo d’azione del tutto particolare: incrementa il rilascio di alcuni neurotrasmettitori che vengono naturalmente prodotti dal corpo, principalmente serotonina, ma anche dopamina e norepinefrina. Questo differenzia notevolmente l’MDMA da tutti gli altri psichedelici, le cui molecole si legano invece direttamente ai recettori presenti nel nostro corpo. Inoltre l’MDMA stimola il rilascio di ossitocina, un ormone che favorisce l’attaccamento relazionale in entrambi i sessi, ma che è particolarmente abbondante nelle donne che allattano (favorendo la stessa produzione del latte oltre che il legame madre-figlio).

Gioia che si irradia
Il principale effetto che viene riportato a seguito dell’assunzione di MDMA è quello di una profonda gioia che si irradia al contesto attorno al soggetto: gli altri vengono percepiti come positivamente predisposti al contatto e all’interazione. Allo stesso tempo, la persona può sperimentare una profonda auto-compassione assieme alla sensazione di doversi prendere cura di sé stesso, dunque prestando attenzione alle proprie esigenze senza dover compiacere gli altri, i quali non vengono più percepiti come giudicanti. Le stesse esperienze traumatiche del passato vengono vissute con compassione e senza giudizio e questo può potenzialmente facilitare l’emersione e la rielaborazione dei conflitti irrisolti. In una recente intervista, Ann Shulgin ha affermato: “la magia dell’MDMA è che ti consente di vedere la tua natura senza arrivare a negarla o rifiutarla; ti consente di guardarti dentro”.
A piccole dosi
L’MDMA è stata in questi ultimi anni oggetto di indagini volte a studiarne i potenziali benefici in ambito clinico, peraltro anche indagando il rischio di neurotossicità in caso di abuso. Inoltre, in modo simile ai tradizionali farmaci antidepressivi, è stata registrata una diminuzione dei livelli di serotonina dopo cessazione di uso continuativo, un effetto noto come “sindrome da astinenza”. Va detto, però, che l’utilizzo dell’MDMA in ambito clinico prevede pochissime somministrazioni, accompagnate da psicoterapia.
La psicoterapia assistita con questa sostanza è oggi in fase avanzata di valutazione in trial clinici per il trattamento di disturbi come la depressione e in Australia può già essere prescritta come farmaco per il trattamento del Disturbo da stress post-traumatico.
Rating psichedelico
A partire dagli anni ’60, Alexander Shulgin creò un piccolo gruppo di amici con i quali testava regolarmente le molte molecole da lui prodotte, dopo averle giudiziosamente provate su sé stesso. Il gruppo sviluppò un sistema di valutazione degli effetti delle varie sostanze, oggi noto come “Shulgin Rate Scale”.
Una storia d’amore chimica
Tra il 1991 e il 1997, dunque ben prima della fase di rivalutazione degli psichedelici che stiamo oggi attraversando, lui e sua moglie pubblicarono due libri i cui titoli sono l’acronimo di due bizzarre dichiarazioni d’amore: Fenetilamine che ho conosciuto e amato (PiHKAL, Phenethylamines I Have Known And Loved) e “Triptamine che ho conosciuto e amato (TiHKAL, Tryptamines I Have Known And Loved). Sottotitolo: “Una storia d’amore chimica”. Si tratta in sostanza della trascrizione dei libretti di appunti del chimico, nei quali vengono descritte le nuove sostanze, le procedure per sintetizzarle e gli effetti soggettivi così come sono stati vissuti da lui e da sua moglie. Nel corso della sua vita non si fece mancare tre visite dell’Agenzia federale americana nel suo laboratorio, soltanto l’ultima delle quali, risalente al 1994, evidenziò alcune irregolarità che gli costarono il ritiro della licenza e una multa di 25.000 dollari. Il portavoce dell’agenzia DEA dichiarò in quell’occasione: “Il libro scritto da Shulgin è in pratica un libro di cucina su come preparare droghe illegali”.
Alexander Shulgin morì nel 2014 nella sua casa di Lafayette in California all’età di 88 anni. Sulla gran parte delle molecole psichedeliche da lui prodotte – compresa quella che dichiarò essere la sua preferita, la “2C-B” – esistono pochissimi studi.


