Il Principio di indeterminazione nella fisica, nella storia e nel teatro

Il capolavoro "Copenhagen" di Michael Frayn ruota attorno al Principio di indeterminazione di Heisenberg, fino a diventarne la metafora teatrale perfetta.

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Il Principio di indeterminazione nella fisica, nella storia e nel teatro

Il capolavoro "Copenhagen" di Michael Frayn ruota attorno al Principio di indeterminazione di Heisenberg, fino a diventarne la metafora teatrale perfetta.

Il Principio di indeterminazione, enunciato nel 1927 dal fisico tedesco Werner Heisenberg, stabilisce che quanto meglio si conosce la posizione di una particella, tanto meno se ne può conoscere la velocità. Nella meccanica quantistica ci sono infatti variabili irriducibili, la cui misurazione simultanea non può avvenire in modo arbitrariamente accurato, come posizione e velocità, energia e tempo. Il principio di indeterminazione manda in soffitta il determinismo e la causalità rigorosa. Non solo perché non è possibile conoscere il futuro, ma perché non è possibile conoscere con esattezza neppure il presente. Tale indeterminazione non dipende né dal grado di precisione delle nostre misurazioni né dalla qualità degli strumenti utilizzati, bensì è parte intrinseca dell’universo che ci circonda. Dal momento che non possiamo conoscere dove si trova esattamente un oggetto e la sua velocità, non possiamo prevedere con sicurezza dove sarà né che velocità avrà in futuro. Inoltre, nel mondo subatomico, l’osservazione di un fenomeno non è mai neutro: nel momento stesso in cui ci si appresta a studiare il comportamento di una particella, l’osservatore interviene in modo determinante su di essa, influenzandone l’esito. Il fisico moderno nel mondo delle particelle sa di alterare il campo di indagine per il fatto stesso di osservarlo; eppure non rinuncia alla sua ricerca, ma afferma questo disordine come nuovo modello del sapere.

Heisenberg 02
Il Principio di indeterminazione: l’incertezza sulla posizione (Δx) per l’incertezza sulla quantità di moto (Δp) di una particella è sempre maggiore di una certa quantità. La quantità di moto di una particella è il prodotto della sua massa per la sua velocità.

Incontro tra giganti

Una cosa simile può valere anche per la conoscenza umana. Esiste infatti un principio di indeterminazione della conoscenza che per gli scrittori postmoderni pone un limite invalicabile alla nostra comprensione esatta del mondo e della storia. Quanto più cerchiamo di conoscere una persona, un evento passato o un qualsiasi elemento della realtà che ci circonda, tanto più alteriamo il nostro campo di indagine e il nostro obiettivo ci sfugge tra le mani. Un esempio brillante di tutto questo è l’opera teatrale Copenhagen (1998) di Michael Frayn, che ruota attorno allo storico incontro avvenuto tra Werner Heisenberg e Niels Bohr nel 1941.

Su fronti opposti

Copenhagen debuttò al National Theater di Londra nel 1998. L’opera è incentrata sull’incontro nella capitale danese, che i due fisici ripercorrono in un ipotetico scambio di idee post mortem. Bohr e Heisenberg erano stati colleghi e intimi amici per più di quindici anni, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Entrambi pionieri della fisica atomica, lavorarono in un campo che da lì a poco avrebbe condotto allo sviluppo dell’arma più distruttiva mai concepita: la bomba atomica. Quando i due tornarono a incontrarsi nel 1941, erano già schierati su fronti opposti. Heisenberg aveva deciso di rimanere in Germania sotto le direttive del partito nazista e divenne il responsabile del programma nucleare tedesco, che aveva l’obiettivo di fornire l’arma definitiva a Hitler. Bohr, da parte sua, era un ebreo in un Paese occupato dai nazisti, e finì per collaborare sull’altro fronte al progetto Manhattan, unitamente ad altri grandi fisici come Fermi e Oppenheimer.

Frattura insanabile

La visita del 1941 provocò una frattura insanabile tra i due colleghi e amici, e le motivazioni di tale rottura, così come le reali intenzioni della visita di Heisenberg, nonostante le numerose teorie avanzate da scienziati e storici nel corso del tempo, rimangono avvolte da un alone di mistero, benché si possa facilmente ipotizzare che la discussione fosse incentrata sulla possibilità di costruire un’arma nucleare e sulle sue conseguenze. Nel 1941 le autorità dei due blocchi in guerra sapevano che la fine del conflitto poteva dipendere dagli sviluppi recenti della fisica atomica e sui lavori sulla fissione nucleare. Questo spinse entrambi i contendenti allo sfruttamento degli scienziati più brillanti del tempo per lo sviluppo dell’arma finale.

Heisenberg Bohr
Un incontro tra Werner Heisenberg e Niels Bohr nel 1934.

Intenzioni nascoste

Il mistero che sta alla base del dramma viene rivelato fin dalle battute d’apertura, dal terzo personaggio, Margrethe, la moglie di Bohr, che pone al marito alcune domande: Quali erano le reali intenzioni di Heisenberg? Veniva in veste di amico o di nemico? Che cosa si dissero i due fisici per rompere un’amicizia che durava da anni? Ciò che rende intrigante la trama è proprio la relazione tra i personaggi, la difficoltà nello scoprire le intenzioni che stanno alla base delle loro azioni. L’abilità di Frayn sta nell’applicare i principi quantistici alla costruzione del dramma. L’enunciato scientifico si fa linguaggio drammatico e scenico, investendo totalmente i personaggi. Vi è sovrapposizione continua tra scienza e azione scenica, e il linguaggio della fisica diventa una metafora della messa in scena teatrale. Il perché di questa scelta diventa esplicito nelle parole del regista della prima rappresentazione, Michael Blakemore: “Mettere in scena un dramma è una specie di esperimento scientifico. Vai nella sala prove che è una specie di atomo e molte particelle indaffarate, gli attori, svolgono il loro lavoro e ruotano attorno al nucleo di un buon testo. E poi, quando credi di essere pronto a essere osservato, vendi biglietti a molti fotoni, che sono gli spettatori, che getteranno la luce della propria attenzione su ciò a cui hai lavorato”.

Vivi o morti?

I tre personaggi sono indeterminati, al tempo stesso vivi e morti, come nel celebre paradosso del gatto di Schrödinger. Bohr, all’inizio del dramma, rivela alla moglie o al suo fantasma: “Ha forse qualche importanza, amore, adesso che noi tre siamo tutti morti?”. I protagonisti sono al tempo stesso cristallizzati nella Copenhagen del settembre del 1941, data del fatidico incontro, e sospesi in un aldilà al di fuori del tempo e dello spazio. Rivelatore è il brano seguente:

Heisenberg: Non possiamo vedere gli elettroni all’interno dell’atomo…
Margrethe: Più di quanto Niels possa vedere i pensieri nella tua mente, o tu i pensieri nella mente di Niels.
Heisenberg: Tutto ciò che possiamo vedere sono gli effetti che gli elettroni producono sulla luce che riflettono.

Tre versioni

Copenhagen
La locandina di Copenhagen, di Michael Frayn.

Copenhagen ribalta il nostro concetto di storia come qualcosa di univoco e statico. Anche una ricostruzione storica, suggerisce il drammaturgo inglese, deve sottostare all’indeterminazione e all’incertezza; perciò non esiste una sola ricostruzione possibile. Frayn ci presenta la figura dello scienziato come oggetto di investigazione, nella sua umana fragilità e debolezza. Heisenberg e Bohr sono materiale umano da utilizzare per un esperimento scientifico e drammatico, non eroi semidivini come nella tragedia classica o nell’epica. I personaggi sulla scena sono “costretti” a rivivere pirandellianamente o a ripensare, in un loop temporale della memoria, il fatidico incontro che viene riproposto in tre versioni diverse, ognuna con nuovi dettagli che a volte contraddicono le versioni precedenti. Il tutto però è avvolto da dubbio e indeterminazione, per cui alla fine lo spettatore/lettore rivive sì la stessa vicenda, ma lo fa da tre angolazioni prospettiche diverse, che danno origine a tre ipotesi possibili sulle ragioni della visita di Heisenberg.

Incertezza totale

Per Frayn esiste un principio di indeterminazione della conoscenza, che si lega a un principio d’indeterminazione della memoria storica, al punto che quanto più cerchiamo di avvicinarci a un evento, tanto più perdiamo contatto con l’insieme della vicenda che stiamo cercando di studiare. Le memorie di Bohr e di Heisenberg sono ingannevoli e fallaci, perché alterate dal trascorrere del tempo. Nelle loro rievocazioni non c’è neanche accordo su quando e dove avvenne la famosa chiacchierata che condusse alla rottura (nel mese di settembre o in ottobre? Nei pressi della casa di Bohr o a Faelled Park?) e neanche sulla lingua utilizzata nella conversazione (tedesco o danese?). Il tempo ciclico della memoria anziché chiarire disorienta, anziché svelare solleva nuovi dubbi e incertezze. E in accordo con i principi della meccanica quantistica, lo spettatore rimane sconcertato alla fine del dramma, perché sa che non arriverà mai a una verità univoca, mentre si rende conto di alterare il campo di indagine nel momento stesso in cui lo sta osservando.

Giovanni Darconza
Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

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