Nel leggendario Eldorado degli Egizi

Racconto di una spedizione a Berenice Pancrisia, la leggendaria città dell'oro nascosta nel deserto.

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Nel leggendario Eldorado degli Egizi

Racconto di una spedizione a Berenice Pancrisia, la leggendaria città dell'oro nascosta nel deserto.

“Lode a te, Amon-Ra, Signore di Karnak, principe di Tebe!(…) per amore del quale il deserto produce… argento, oro e veri lapislazzuli, aromi e incenso del paese dei Megiay…” Così canta l’inno ad Amon-Ra un componimento egizio di circa 3.400 anni fa. Ma dov’è questo favoloso paese dell’oro dei Megiay? Per trovarlo bisogna risalire il Nilo dal Mediterraneo, superare Aswan, Abu Simbel, le terre conosciute e i deserti pieni di incognite, le cateratte e il calore più cocente del globo. Solo alla fine ci troveremo nel leggendario paese dell’oro degli Egizi, la Nubia, l’ultima frontiera del Sahara.

Il regno dei faraoni neri

Il Nilo taglia il deserto formando una strettissima lunga oasi che da Khartoum, in Sudan, va fino al Cairo, lungo un percorso di circa 2.800 chilometri; di questi, 1.600 sono in Nubia. Proprio al centro di questa terra, nel cuore della grande “S” formata dal fiume, si trova l’antica capitale del Faraoni Neri: Napata. Da qui gli antichi sovrani, intorno all’800 a.C., partirono alla conquista dell’Egitto e vi fondarono la XXV dinastia, denominata appunto “la Dinastia dei Faraoni Neri”in quanto più scuri di pelle degli Egizi. Sempre qui si rifugiarono fuggendo all’invasione assira intorno al 650 a.C. E l’antica capitale diventò il cuore di un regno che sarebbe diventato il veicolo della cultura mediterranea in Africa sino al IV sec. d.C.

La montagna con testa di cobra

Uno spettacolo irreale si offre agli occhi di chi, attraversato il deserto del Bayuda, l’area racchiusa nella grande ansa del Nilo, arriva fino a Napata. Sulla piatta distesa ciottolosa si erge la Montagna Sacra di Amon, il Jebel Barkal. Pareti a picco, cima piatta e un enorme pinnacolo, che avrebbe dovuto diventare un’enorme testa di cobra, sembra un guardiano implacabile dell’area sacra.

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Il massiccio del Jebel Barkal. Gli Egizi vedevano nello sperone di roccia una testa di cobra (M. Levi).

Ai suoi piedi il complesso di templi dell’antica capitale, di cui la gran parte sono ancora sepolti sotto le sabbie. Il più imponente è senza dubbio il tempio di Amon, con i suoi arieti mutilati e l’altare in granito grigio ancora al suo posto al di là dei monconi di imponenti colonne. Ma il più affascinante, forse, è quello dedicato alla dea Hathor, metà costruito e metà scavato nelle viscere della montagna, col vestibolo dai pilastri sostenuti dal dio Bes, difforme e massiccio, e dalle pareti coperte da immagini sacre… come è facile immedesimarsi nel passato. Girando attorno alla montagna è lì che la sorpresa diventa ancora più irreale: una manciata di piramidi aguzze si slancia verso il cielo, nascendo da queste sabbie dorate. Ma è dalla cima piatta di questa montagna che possiamo abbracciare appieno lo spettacolo che ci circonda. Davanti a noi ciò che gli antichi Egizi e i Nubiani videro per millenni: il grande fiume Nilo, dono degli dei, che ancora oggi scorre placido con il suo corso sinuoso riflettendo la luce accecante del sole come il dorso di un serpente, perdendosi nell’orizzonte.  Guardando invece a Nord, lo sguardo affonda nel nulla, nello sterminato deserto nubiano disabitato e sconosciuto fino al confine con l’Egitto.

Jebel Barkal le piramidi (3)
Piramidi ai piedi del Jebel Barkal (M. Levi).

I custodi dell’oro

È proprio in quest’immensità che dopo due giorni mi sarei diretto per raggiungere la sconosciuta Berenice Pancrisia, la città dell’oro, nascosta tra le aspre e selvagge montagne del Sahara orientale dove vivono gli ultimi nomadi Beja, gli antichi Megiay degli Egizi.

Mangiatori di serpenti

Nomadi da millenni, i Beja abitano una delle aree più aride del globo e sono suddivisi in varie sottotribù: Ababdeh, Adendowa, Amarar, Bisharin, Beni Hamer. Già noti ai faraoni egizi e successivamente ai Tolomei con il nome di Cadoi aphiphagi, cioè “mangiatori di serpenti”. Erano chiamati Blemmi dai Romani, uomini misteriosi che Plinio il Vecchio descriveva senza testa, con occhi e bocca aperti in mezzo al petto. Gli scrittori arabi del medioevo li designavano con il nome di Buja, da cui l’attuale Beja. Per gli anglosassoni del XIX secolo divennero i temibili Fuzzy-Wuzzies (per i loro capelli crespi) mahadisti che riuscirono a sfondare il quadrato inglese a Khartoum e a conquistare la città difesa da Gordon Pascià.

Nomadi del deserto nubiano (2)
Nomadi del deserto nubiano (M. Levi).

Con il pugnale in mano

Per oltre 4.000 anni i Beja hanno percorso il caldo deserto e le colline desolate del Mar Rosso alla ricerca di pascoli per i loro cammelli e per le loro capre. Erano temuti per le scorrerie che effettuavano contro i ricchi insediamenti lungo il Nilo. Dopo il saccheggio si rifugiavano nel deserto di cui conoscevano tutti i meandri e i pozzi dove poter trovare acqua, anche i più nascosti. Di carattere chiuso e solitario i Beja non amano i grandi raggruppamenti. Gli insediamenti si compongono di poche capanne con struttura di rami piegati ad arco sui quali sono stese stuoie di paglia. Le donne, che indossano una sorta di sari coloratissimi, hanno il volto scoperto, civettuole treccine che incornicino il viso e il naso ornato con lamine d’oro. Gli uomini ostentano una folta capigliatura nera, lucida di grasso, una lunga jallabia (tipica veste) bianca e curiosi gilet grigi o neri. Non si separano mai dalle armi: la spada custodita in una guaina di cuoio ornata d’argento, il pugnale legato all’avambraccio sinistro per essere prontamente sguainato con la mano destra e l’atumar, il bastone da lancio simile a un boomerang, già utilizzato nell’Egitto faraonico per la caccia ai volatili e alle gazzelle.

Il pozzo perduto

A mezzogiorno del 15 aprile, nel deserto nubiano la temperatura supera spesso i 40°. Con i miei compagni di viaggio ci stavamo dirigendo verso Nord attraversando una pianura piatta e giallastra che si estende fino all’estremo orizzonte e sullo sfondo si intravede lontanissima, distorta dalle onde di calore, una catena di montagne azzurrine. Più tardi, quando le ombre della sera colorarono di viola la pianura sconfinata, i suoi vari contorni si precisarono. Dapprima ondulazioni basse e colline, poi vere e proprie montagne rocciose scure con picchi e pareti sgretolate dai fortissimi sbalzi di temperatura. Era una catena di montagne che correva parallela alla costa del Mar Rosso e che bloccava tutte le perturbazioni, rendendo così questa parte di deserto aridissima. Ci inoltrammo nella stretta valle di Wadi Khomareb cercando il pozzo segnato sulle vecchie carte topografiche inglesi degli anni ’40 del secolo scorso. Nonostante disponessimo di un Gps, non riuscivamo a trovarlo; evidentemente la precisione della vecchia carta lasciava un po’ a desiderare.

Lingua antica

Improvvisamente, dietro un gruppo di acacie vedemmo fuggire una capra. Un’esclamazione proruppe da tutti i miei compagni di auto: se c’è una capra, c’è il pastore e se c’è il pastore sicuramente sa dove si trova il pozzo. Infatti, poco dopo apparì da lontano la sagoma di un essere umano. Ci dirigemmo verso di lui, ma notammo una curiosa reazione: cercava di scappare. Mandai avanti allora il pick up condotto dal nostro autista Amir, spiegandogli di parlare in arabo per tranquillizzarlo. In effetti vidi finalmente il pick up fermo e Amir che parlava con il ragazzo nomade. Raggiunti i due chiesi subito di informarsi dove fosse il pozzo, ma la risposta di Amir fu: “Ma che lingua parlano questi? Non capisco quasi nulla!”. In effetti gli Adendowa, sottotribù dei Beja, parlano un antico dialetto che ha solo qualche parola di arabo. Abdallah, così si chiamava il giovane nomade, ci indicò di andare avanti. Lo facemmo e dopo poco vedemmo un insieme di alcune povere capanne di rami e stuoie.

Un tè nel deserto

Appena ci avvicinammo con l’automezzo, gli uomini ci vennero incontro con un sorriso smagliante: salaam aleikum(“la pace sia con te”), aleikum salaam (“con te sia la pace”), kullo tamam (“tutto bene”), al amdulillah (“tutto bene se Dio vuole”). I soliti convenevoli, necessari in questo paese prima di affrontare qualsiasi discorso vero e proprio. Nascosti dalle capanne alcune donne e dei ragazzini ci spiavano incuriositi, ma i più piccoli sembravano proprio terrorizzati. Con il grande senso di ospitalità nei confronti dei viandanti che contraddistingue tutti i nomadi sahariani, ci portarono una stuoia e ci invitarono a sederci, pronti a offrici il chai (“tè”). Gli anziani parlavano l’arabo più correttamente, e tramite Amir riuscimmo ad avviare un minimo di conversazione.

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Nomadi del deserto nubiano (M. Levi).

La paura dell’uomo bianco

Fu un pomeriggio straordinario e incredibile: stavamo parlando con uomini che vivevano come millenni fa. Eravamo in una situazione analoga a quella degli antichi prospettori di miniere egizie che esploravano il deserto e incontravano i Magiay. Non c’era un pezzo di plastica in giro, tutto era costruito semplicemente con i materiali che può offrire il deserto: legno, pelle, tessuti di lana di cammello, ossa di animali. Ci dissero che in quella valle a loro memoria non erano mai passati kawajia (“stranieri bianchi”) e che quindi era comprensibile che i ragazzini fossero terrorizzati. Non avevano mai visto un uomo bianco, e ci spiegarono che, quando i bambini fanno i capricci, li minacciano di farli portare via dall’uomo bianco…

Chi va piano…

Ci accompagnarono al pozzo e ci rifornimmo d’acqua utilizzando le loro attrezzature: una sacca di pelle e una corda di foglie intrecciate che doveva essere calata nel buco nero profondo una decina di metri. Ci chiesero di rimanere per la notte facendoci capire che avrebbero potuto uccidere una capra per la cena. Rifiutai gentilmente adducendo la necessità di dover partire per raggiungere in tempo la nostra meta. Mi sovvenne la risposta di un nomade Tuareg incontrato anni prima in Algeria. Alla mia spiegazione che per raggiungere con l’automezzo l’oasi di Ain Salah distante oltre 400 chilometri bastavano un paio di giorni (contro gli oltre 15 necessari a cammello), replicò: “E che cosa fai negli altri 13 giorni?”. Infatti, un proverbio tuareg recita: “Chi corre sempre, saprà sempre meno cose di colui che resta calmo e riflette”.

Un’offerta non gradita…

Ma rifiutai anche per altri motivi: per loro sarebbe stato un valore eccessivo uccidere una capra, ma il loro senso di ospitalità glielo imponeva. Per noi era invece assolutamente superfluo, dato che di cibo ne avevamo a sufficienza. E c’era anche un altro motivo. In un’occasione analoga, ospitato in un accampamento di Tuareg, mi fu offerto la parte più preziosa della capra essendo l’ospite di riguardo: l’occhio, che avrei dovuto estrarre con un dito direttamente dal globo oculare. Non mi sentivo proprio di ripetere quell’esperienza decisamente… forte.

Tombe e incisioni

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Bir Nurayet (M. Levi).

Proseguimmo il nostro viaggio esplorativo addentrandoci in una zona di aspre montagne, quelle che separano il deserto nubiano dal Mar Rosso. Si sviluppano in una catena lunga oltre 500 chilometri che corre parallela alla costa del Mar Rosso dall’Egitto al Sudan fino al confine con l’Eritrea, e alcune cime superano i 2.000 metri di altezza. Nella parte nord del Sudan, queste montagne sono caratterizzate da picchi di granito scuro che svettano verso il cielo. Proprio tra queste sconosciute montagne, circa otto anni fa una missione archeologica polacca ha scoperto una grande quantità di incisioni rupestri che dimostrano una presenza umana di migliaia di anni fa, probabilmente lungo una via carovaniera che dal Mar Rosso portava sul Nilo. La zona è caratterizzata da una montagna isolata a forma fallica che evidentemente era adorata sin dall’antichità. Infatti, oltre alle incisioni rupestri, si trovano numerose tombe preislamiche a “torta”, così chiamate per la loro forma, e anche alcuni cimiteri attuali.

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Incisioni rupestri a Bir Nurayet (M. Levi).

Berenice, finalmente!

Ci addentrammo sempre di più tra le montagne, percorrendo aspre vallate che a volte si rivelavano chiuse e ci costringevano spesso a ritornare sui nostri passi. Dopo diversi tentativi raggiungemmo finalmente la valle del Wadi Allaqi, e all’improvviso davanti a noi si ersero due imponenti costruzioni in pietra, erano due castelli diroccati circondati dai resti di decine di abitazioni.

Berenice (5)
Berenice Pancrisia (M. Levi).

Eravamo a Berenice, la città citata da Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia al libro sesto, vanamente agognata dai cercatori di tesori. Di Berenice Pancrisia, la città delle miniere d’oro dei Tolomei, si favoleggiò per secoli, fino a farla entrare nella leggenda e a dubitare realmente della sua esistenza, anche perché si diceva che gli spiriti, suoi gelosi custodi, l’avrebbero fatta sparire dagli occhi di quanti fossero mai riusciti a trovarla.

Antiche macine x oro (1)
Antiche macine per l’oro (M. Levi).

Una leggenda? Sicuramente sì, ma come tutte le leggende forse con un fondo di verità. Probabilmente i forti riflessi degli implacabili raggi del sole prodotti sui cristalli di quarzo di cui sono ricche queste montagne, riusciva ad abbagliare chi vi fosse arrivato, impedendone la vista.

Maurizio Levi
Maurizio Levi
Maurizio Levi è milanese, laureato in chimica, esperto in geologia, appassionato viaggiatore fin dall’età di 18 anni. Dopo quindici anni in giro per il mondo, ha deciso di dedicarsi all'organizzazione di viaggi e spedizioni soprattutto in Africa, creando il Tour Operator I Viaggi di Maurizio Levi. Ha attraversato il deserto del Sahara un centinaio di volte e altrettante quelli dell’Arabia. Ha viaggiato in oltre 120 Paesi, ha partecipato e ha vinto il Camel Trophy nel 1984 (primo italiano). Nel corso della sua attività professionale, ha organizzato spedizioni esplorative e scientifiche (per musei e università) in aree del Sahara dove non era mai arrivato nessuno prima. È uno dei più qualificati esperti italiani del Sahara e della Penisola Arabica. Ha collaborato con varie riviste di viaggi ed è autore delle due guide della casa editrice Polaris “Sudan del Nord” e “Oman”, e di un libro sulla Penisola Arabica.

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Le vibrazioni di una ragnatela trasformate in suoni, progetto di sonificazione realizzato al MIT di Cambridge, Usa (Ian Hattwick, Isabelle Su, Christine Southworth, Evan Ziporyn, Tomás Saraceno e Markus Buehler).

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