Chiunque abbia visto quel gol segnato il 22 giugno 1986 allo Stadio Azteca di Città del Messico non lo dimenticherà mai. Si stanno giocando i quarti di finale dei mondiali di calcio tra Argentina e Inghilterra. Al 55mo minuto, Diego Armando Maradona prende palla nella sua metà campo, fa un giro su sé stesso per liberasi di due avversari, accelera, fa un passo come di danza – un gesto mai visto prima – e supera in velocità un altro avversario, infine con precisione chirurgica entra in area, dribbla tutti compreso il portiere e segna quello che è universalmente considerato il gol più bello di tutti i tempi.
Campioni, artisti, scrittori
Quello che affascina del gesto del grande campione, oltre alla genialità, è il modo quasi inesorabile in cui si svolge, la concentrazione totale, il controllo di ogni più minimo dettaglio, di ogni movimento del corpo, la straordinaria coerenza tra pensiero e azione. D’altra parte, qualcosa del genere vale anche per Glenn Gould quando suona al pianoforte le Variazioni Goldberg di Bach, o per Alberto Tomba in uno dei suoi slalom. Tutte queste attività hanno alcune caratteristiche in comune: un’attenzione focalizzata su quello che stiamo facendo, l’alterazione della sensazione soggettiva del tempo trascorso e – soprattutto – l’offuscamento del Sé.
Lasciarsi andare
Vale anche per le attività intellettuali, come la scrittura. “Sembra uno stato incontrollato in cui il corpo cade o galleggia, è uno stato molto emotivo. Scrivo, rido, piango e mi lascio andare. È puramente fisico, credo, ho la sensazione che il mio corpo sia diverso, morbido e differente dal solito, in un certo senso indistinto. Sì, perdo il controllo di me stesso, fisicamente, mentalmente ed emotivamente (…) Sono pieno di qualcosa e mi lascio andare”. Descrive così la sua esperienza creativa uno scrittore citato dalla ricercatrice Tatiana Chemi, dell’università danese di Aalborg, nel suo libro Flow experience: Empirical research and applications (Springer). Questo stato di grazia del pensiero si chiama flow o “flusso”.

A portata di tutti
Il primo a parlarne e a definire la condizione di flusso è stato lo psicologo ungherese Mihàly Csìkszentmihàlyi, nel suo libro Flow: The Psychology of Optimal Experience (1990). Anche se è affascinante osservarlo nei grandi campioni o artisti, il flusso è uno stato mentale che abbiamo provato più o meno tutti nel momento in cui eravamo totalmente assorbiti in qualcosa come correre, ballare, leggere o suonare uno strumento musicale con tale passione da dimenticarci dello scorrere del tempo. Ma proprio perché è un’esperienza così comune, il modo in cui si svolge è anche piuttosto sorprendente: il possesso di un Sé unitario e presente è infatti considerato a fondamento della nostra esperienza nel mondo, ed è stupefacente che possa passare in secondo piano, o addirittura venire meno, in certi momenti della nostra giornata. Anzi, come osserva lo stesso Csìkszentmihàlyi, è sorprendente che l’esperienza ottimale, quella in cui diamo il meglio di noi stessi se non di più, sia proprio quella del flusso, nella quale in realtà non siamo presenti.
I meccanismi dell’attenzione
Per spiegarlo capire che cosa accada, occorre descrivere brevemente il meccanismo dell’attenzione. Durante lo stato di veglia, la nostra attenzione può avere due direzioni alternative: verso l’interno o verso l’esterno. Quando è rivolta all’interno siamo immersi in pensieri autoreferenziali: possiamo per esempio essere preoccupati per noi stessi, oppure sentirci compiaciuti. Quando invece la nostra attenzione è rivolta all’esterno, rimaniamo sullo sfondo dei nostri pensieri come semplici comparse. Siamo indubbiamente ancora i registi del film; ma non gli attori. Ed è questa nostra assenza dal centro della scena a fare la differenza.
“Sono pieno di qualcosa e mi lascio andare”
(testimonianza di uno scrittore)
O l’una o l’altra
Una cosa della quale non tutti sono consapevoli è che le due modalità non possono coesistere e quindi devono alternarsi: in altre parole lo sguardo non può essere allo stesso tempo rivolto all’interno e all’esterno. Possiamo però saltare dall’una condizione all’altra e riusciamo a farlo anche piuttosto agevolmente. Anzi, in certe situazioni è quasi impossibile non farlo.
Cancellare sé stessi
Pensiamo a quando ci troviamo in contesti sociali con persone conosciute da poco: in questi casi, la fluidità delle nostre azioni è spesso interrotta da pensieri relativi all’immagine che gli altri potrebbero farsi di noi. Quando parliamo in pubblico, per esempio, l’esposizione sociale e la preoccupazione che ne deriva sono tali che lo sguardo autoreferenziale quasi si impone. Introdotto con l’obiettivo di migliorare la prestazione e renderla più “sicura”, in realtà, lo sguardo interno finisce spesso per essere d’intralcio e interrompere la fluidità delle nostre azioni o delle nostre parole. Una strategia che viene spesso suggerita per evitare l’intrusione di pensieri rivolti a sé stessi è quella di parlare esclusivamente per il pubblico, senza minimamente pensare alla performance. Il metodo Stanislavskij insegna per esempio agli attori a porsi dal punto di vista del personaggio che si interpreta, a pensare come lui, a sentire come lui. In sostanza a cancellare sé stessi, cosicché la recitazione cessi di essere tale e possa diventare realtà sentita, sia per chi recita, sia per lo spettatore.
Immersione completa
In tutti i casi nei quali il sé fa la sua comparsa, insomma, la continuità dell’esperienza si frammenta. Il flusso si interrompe. Le attività nel flusso, invece, non ammettono discontinuità e ci vedono totalmente immersi. Generano dopamina (il neurotrasmettitore che induce le dipendenze) e sono autoremunerative: significa che proviamo soddisfazione per il fatto stesso di svolgerle e non per il vantaggio che otterremo. I grandi poeti, scrittori, artisti e scienziati hanno sempre dichiarato di svolgere il loro lavoro come guidati da una musa ispiratrice, traendo tutta la forza e la dedizione necessarie da un interesse intrinseco che avevano nell’attività stessa, piuttosto che dalla fama o da un interesse materiale.

Le basi biologiche
Sono stati identificati due meccanismi neuronali in grado di rendere possibile e supportare nel tempo l’esperienza di flow. Il primo meccanismo spiega come il flow venga attivato, il secondo in che modo e perché venga presa, dal cervello, la decisione di attivarlo.
Come si attiva
A rendere possibile uno stato di flow è la riduzione dell’attività della rete neuronale di default, detta in inglese Default Mode Network (DMN). Questa rete è alla base dei pensieri su noi stessi, quelli interni e autoreferenziali. Quando è attiva, è stata registrata in particolare una significativa diminuzione dell’influenza dei lobi frontali e prefrontali (parte del DMN) sulle aree cerebrali gerarchicamente sottostanti. Queste aree cerebrali che si trovano sotto la nostra fronte sono le ultime ad essersi sviluppate nell’evoluzione umana e hanno il compito di coordinare il nostro comportamento ponendo limiti, regole e organizzando l’attività degli altri settori del cervello. Quando però la loro “presa” è troppo intensa, il risultato è la perdita di slancio creativo. Inoltre, poiché la DMN è il circuito cerebrale maggiormente coinvolto nella produzione del senso del Sé, il suo silenziamento durante le attività più coinvolgenti e autoremunerative spiega le conseguenze dell’offuscamento del senso del Sé, come il fatto di dimenticarci delle nostre esigenze fisiologiche e la perdita del senso del tempo.
Lasciarsi andare
Il secondo meccanismo corrisponde all’interruttore che decide se attivare o spegnere lo stato di flusso; la base fisiologica si trova nella cosiddetta “rete di salienza” che, come si può dedurre dal nome, “decide” a cosa dare maggiore peso. Disattivare il senso del Sé per concentrarsi su una singola attività può essere pericoloso, perché si è meno attenti ai potenziali pericoli. La scelta dipende quindi essenzialmente da una preventiva valutazione del rapporto tra costi e benefici presunti associati alla decisione. Solo se il cervello valuta che la situazione è sicura e prevede che i benefici supereranno ampiamente i costi, il sistema della ricompensa si attiva, silenziando la DMN e quindi sopprimendo le distrazioni, cioè gli elementi ritenuti irrilevanti per il compito, comprese le esigenze dell’organismo (mangiare, dormire, andare in bagno). Ma basta davvero poco per disattivare il flusso: se per esempio ci si sente in pericolo o eccessivamente sotto pressione o giudicati, l’interruttore del flow viene rapidamente posto in modalità off.
Contro la ruminazione
Viceversa, un volume molto alto del circuito neuronale di default corrisponde a una tendenza soggettiva alla ruminazione, alla pianificazione oculata di ogni passo e in alcuni casi pure alla creazione di scenari apocalittici che poco hanno a che fare con la realtà oggettiva. L’esercitazione dello stato di flow associato a una certa attività che sia per noi piacevole aiuta quindi ad abbassare il volume del DMN e a evitare di cadere in loop di pensieri ricorrenti, oltre a migliorare in alcuni casi la performance.
Efficace
Forza, costanza e impegno possono insomma emergere – paradossalmente – da una diminuzione della volontà, intesa come una riduzione del coinvolgimento del Sé. L’intuizione dello psicologo ungherese è stata quella di comprendere che il ruolo del Sé nell’arte, nella scienza, nello sport e in moltissime altre attività autoremunerative è il fatto di non essere presente. Quando il Sé si mette da parte si ottiene non solo una prestazione che risulta più fluida agli occhi degli altri, ma anche più soddisfacente per chi la esegue nonché connessa a sentimenti di gioia e di piacere. Se poi a compierla è un artista come Pollock o un campione come el Pibe de oro, la gioia non è solo per l’autore del gesto, ma per l’umanità intera.
(Ha collaborato Andrea Parlangeli)


