L’orgoglio di Codera

Nei dintorni di questo piccolo borgo raggiungibile solo a piedi si estraeva il granito per le città padane. Ora i pochi abitanti rimasti lottano perché il paese continui a vivere.

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L’orgoglio di Codera

Nei dintorni di questo piccolo borgo raggiungibile solo a piedi si estraeva il granito per le città padane. Ora i pochi abitanti rimasti lottano perché il paese continui a vivere.

Esplorare la Val Codera è un atto di fede. Giunti nella bassa Valchiavenna, oltre l’estremo Nord del Lago di Como, ci si trova di fronte ad altissimi bastioni, coperti di boschi e solcati da un impetuoso torrente. Da lì, non si vede nessuna valle. Le uniche due opzioni sembrerebbero quella di tornare indietro, oppure aspettare che, come per incanto, la montagna apra le sue braccia e ci lasci entrare. Alcuni gradini mimetizzati portano a un casolare antico di cui è impossibile dire se sia l’ultima casa del paese di Novate Mezzola (So) o se al contrario si tratti della prima casa, rotolata giù come un dado, del borgo di Codera.

Val Codera
(C. Vanadia)

Il sentiero entra in una fessura della roccia come un foglio sottile. Esiste un modo di dire secondo cui la valle sarebbe stata fatta da Dio solo alla fine della creazione, con i sassi rimasti dalle altre montagne… o forse addirittura all’inizio, quando ancora non aveva preso la mano nella costruzione delle valli. In realtà, a dare ordine a quello che sembra il regno del caos è proprio la linea del sentiero, che attraversa le prime balze coltivate a castagni per poi tagliare, con una serrata sequenza di gradoni in granito, una grande parete. A ricordare la natura caotica della valle c’è però il fragore continuo del torrente che accompagna il viandante per quasi tutte le due ore di cammino. Pur senza mai apparire, la sua voce porta con sé tutta l’energia che si scarica dalla montagna.

Codera comincia a raccontarsi molto prima che il borgo appaia agli occhi. Il primo indizio è il silenzio. Fino alla metà del secolo scorso, passando da qui, la salita sarebbe stata cadenzata dal picchiettio dei picapedra, i cavatori del granito sanfedelino. L’estrazione della pietra non era l’attività principale di chi abitava da queste parti. Non da sempre. La storia dei pica-pedra (tagliatori, scalpellini e rifinitori) è legata infatti allo sviluppo delle città e all’infittirsi della rete ferroviaria. Le lastre di granito sanfedelino venivano usate soprattutto per la pavimentazione di strade e cordoli di marciapiede. Il nome viene dal tempietto romanico dedicato a San Fedele, nei cui dintorni fu avviata la prima attività di estrazione nel Settecento. Le cave aumentarono di pari passo alla crescita delle città della Pianura Padana, arrivando fino dentro alla Val Codera. Sui gradoni sono evidenti i buchi scavati dallo scalpello per far leva e spaccare il granito lungo le sue venature. L’enorme parete grigia, ancora oggi che non si estrae più niente, restituisce la sensazione di un lavoro rischiosissimo, esposto alle intemperie e alle frane, alle esplosioni e alle dita pestate, alla malsana polvere minerale. Il rumore dei colpi che ripetutamente battevano sulla pietra non c’è più, oggi si sente gocciolare l’acqua dalla parete. Una strada invisibile di roccia e umanità collega la pianura a queste cime. Un impasto di granito, lavoro, tecnica e sofferenza tiene insieme la montagna e i marciapiedi di Como, Milano, Pavia e Bologna.

Val Codera
(C. Vanadia)

Il sentiero prosegue. Quasi in ogni punto in cui si fa più panoramico, più stretto o più impervio si trova una cappelletta o un’edicola votiva, cadenzando il percorso fino all’arrivo al paese. Questi luoghi ci dicono tantissimo: del bisogno di protezione di fronte alla natura selvaggia; della necessità di dichiarare la propria identità collettiva in un’area di confine tra cattolicesimo, calvinismo, eresie e antiche tradizioni pagane legate al bosco e alla montagna; infine anche dell’ordine sociale in cui i più possidenti rendevano visibile il proprio ruolo erigendo le edicole.

Codera appare quando si è circa a metà del cammino, come un nido di granito ai piedi di monti aspri e svettanti. Si vedono i terrazzamenti, il campanile, l’oratorio, la scuola (oggi una locanda) e l’osteria. La valle è esposta a sud e le case, come a Savogno, sono sistemate in modo da prendere più sole possibile. Ci si sente protetti tra questi vicoli, e sembra che le case vicine tra loro vogliano scaldarsi a vicenda. Ci restituiscono il senso simbiotico, a volte confortante altre asfissiante, delle comunità che abitavano qui, tutte insieme, tutte aggrappate alla stessa cengia come se vivere fosse possibile come specie più che come individui.

Codera
(C. Vanadia)

Codera non è mai del tutto disabitata e le case abbandonate sono poche. Di certo il paese (come tanti altri) si è spopolato a partire dal secondo dopoguerra, quando l’Italia ha deciso di puntare all’industrializzazione. Si potrebbe dire che oggi è un paese abitato “a staffetta”. A turno ci sono sempre famiglie che si stabiliscono qui anche per lunghi periodi. Pochissimi, però, sono quelli che vivono e lavorano a Codera. Oltre ai gestori della locanda e dell’osteria alpina, c’è un pastore di capre che vive tra queste montagne dal 2008. A mantenere il fragile tessuto di una comunità montana ancora produttiva c’è un’associazione che da anni intraprende attività di recupero e cura di orti e terrazzi coltivando fagioli, patate e granturco. Piccoli musei etnografici diffusi per i vicoli del borgo raccontano il modo in cui si viveva qui e le diverse attività che si conducevano fino agli anni Sessanta. Ci sono corsi per imparare a costruire i muretti a secco. C’è la festa del Bu Marz, in cui con i campanacci si svegliano simbolicamente i prati dopo l’inverno… Fino a oggi tutto questo, unito all’amore dei camminatori, degli scout che qui si rifugiarono durante il fascismo, degli abitanti dei paesi di fondo valle, ha mantenuto una certa magia accesa. Ma oggi il paese è in bilico, rischia da un lato l’abbandono, dall’altro di trasformarsi in museo.

Il pastore, nei pascoli appena fuori dall’abitato, si confida delle sue paure. Circondato dalle sue capre, dice che la montagna ha prima di tutto bisogno di pastori, di animali, di nuove idee per l’economia di montagna e di braccia che raccolgano il fieno e curino i boschi. La sua paura più grande è diventare una cartolina. Non gli importa affatto di abitare in un “paese incantato in cui il tempo si è fermato”, e sente il peso di essere pensato come l’ultimo pastore. Vorrebbe sentirsi parte di una comunità attiva anche quando a Codera i turisti non ci sono, nei pomeriggi feriali quando gli escursionisti non sono saliti; la sera, quando cala il buio e le persone con i loro animali si accucciano in cerca di protezione sotto le piode.

Carmelo Vanadia
Carmelo Vanadia è un interprete ambientale e guida escursionistica. Laureato in Scienza della comunicazione, si è specializzato nell’interpretazione del paesaggio e nella progettazione di attività esplorative, didattiche e formative in natura. Ha seguito percorsi di studio nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nel parco dell’Adamello Brenta e nelle Dolomiti Bellunesi. È stato il responsabile del settore scuola per l’associazione Trekking Italia. Oggi è un libero professionista, impegnato nella diffusione dell’idea che l’escursionismo, l’esplorazione e la scoperta siano strumenti indispensabili nella crescita individuale e sociale.

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