Psychotria viridis è una pianta che cresce nelle foreste dell’Amazzonia. Parente dell’albero del caffè, può raggiungere un’altezza di cinque metri e il suo aspetto generale non è di quelli che richiamano l’attenzione: le foglie hanno una classica forma lanceolata, sono di colore verde (come suggerisce il nome viridis) e i fiori sono piccoli, bianchi e riuniti in mazzetti. Il nome del genere, Psychotria, è invece bizzarro, con un evidente ed esplicito riferimento alla dimensione interiore animale e umana. In effetti le foglie di questa specie contengono sostanze psicoattive, tra cui una molecola dotata di forti effetti psichedelici: la dimetiltriptamina (DMT). Questo alcaloide triptaminico prodotto dalla pianta, però, una volta ingerito, viene rapidamente inattivato da un enzima presente nell’intestino, chiamato monoamino ossidasi. La conseguenza è che la Psychotria, a dispetto del nome, è ben poco psicoattiva.

Pozioni diaboliche
Per chiarire l’origine del nome Psychotria dobbiamo fare un passo indietro. Le relazioni dei primi esploratori e missionari spagnoli del 16° secolo riportano di pozioni “diaboliche e pericolose”, chiamate ayahuasca, preparate dai popoli indigeni e usate nei riti sciamanici. Approfondimenti successivi hanno consentito di determinare come il principale componente di questo decotto fosse la corteccia di una liana sudamericana, che nel 1850 venne battezzata Banisteriopsis caapi: una specie rampicante che utilizza il supporto di altre piante per estendersi fino a raggiungere i 30 metri di lunghezza. Il suo scopritore, il botanico inglese Richard Spruce, notò che le popolazioni native del Venezuela ne masticavano la corteccia, ma era all’oscuro del fatto che la pianta venisse utilizzata anche in altre preparazioni. Quando ne venne determinato il complesso fitochimico, si scoprì che conteneva una serie di alcaloidi, tra cui armina e armalina, in grado di inibire l’azione dell’enzima monoamino ossidasi, cioè quello che impediva alla Psychotria di esercitare i suoi effetti sulla psiche umana. Divenne a quanto punto chiaro come fosse l’unione della corteccia della liana amazzonica con le foglie di Psychotria in un unico preparato – l’ayahuasca appunto – a consentire alla molecola DMT di esercitare i suoi effetti.
Uso antico
Studi più recenti hanno permesso di scoprire che l’ayahuasca, così come il peyote, era usata fin dall’antichità. Uno studio pubblicato sulla rivista internazionale PNAS, in particolare, ha trovato tracce dell’uso di questo composto risalenti a 1.000 anni fa. I ricercatori hanno infatti individuato all’interno di una grotta sulle Ande boliviane una tasca in pelle di volpe; le analisi effettuate sul materiale raschiato dal fondo della sacca hanno messo il luce come contenesse proprio i due ingredienti fondamentali dell’ayahuasca, quelli necessari per intraprendere un viaggio psichedelico.

Visioni straordinarie
Le esperienze con la dimetiltriptamina, anche se non sono state ancora studiate in modo approfondito, vengono descritte come molto diverse a seconda che l’assunzione avvenga per via orale o per inalazione.
Per bocca
Chi ingerisce l’ayahuasca sperimenta immagini visive ad occhi chiusi simili a quelle prodotte dagli altri psichedelici. Durante il trip, la memoria può portare all’emersione di immagini mentali attinte dai ricordi o dall’inconscio, e si prova una sensazione di amore e di connessione. Lo stato alterato dura 3-4 ore e include un aumento del senso di connessione con l’esterno associato a una progressiva perdita di un senso integro del Sé. Il vomito è una reazione fisica spesso riportata con l’ayahuasca, tanto che le popolazioni indigene gli attribuiscono il significato positivo di “purga”.
Per inalazione
Quando invece viene fumata, la dimetiltriptamina provoca un trip molto rapido, travolgente ma della durata di pochi minuti, intenso e immersivo. All’inizio del viaggio il tutto sembra accelerare a una velocità insostenibile. L’esperienza visiva a occhi chiusi viene descritta come scarna di immagini definite, ma ricca di pattern geometrici tridimensionali; nei report si fa spesso riferimento a una specie di matrice luminosa e colorata in movimento dalla quale si ha l’impressione di essere inglobati. Le sensazioni corporee vengono descritte come intense e di rapidissima insorgenza, molto pervasive: alcuni riferiscono di stati orgasmici che a un certo punto prendono il posto della sensazione di possedere un corpo fisico. Molti psiconauti concordano sul fatto che, una volta terminati gli effetti della DMT inalata, è difficile non solo riportare a parole quanto si è vissuto, ma anche ricordarlo nei dettagli.
A occhi chiusi
Chris Timmermann, ricercatore all’Imperial College di Londra, sottolinea come la DMT aumenti notevolmente la connettività delle aree più evolute del cervello, alterando il normale processamento degli stimoli. Da questo deriverebbe la sensazione di essere proiettati in “realtà parallele” fatte di luci e matrici in movimento; tali immagini sono create dal cervello che, quando stimolato dalla molecola, aumenta a dismisura l’interpolazione della realtà percepita, aggiungendo molti elementi a essa estranei, un effetto che risulta ancora più intenso a occhi chiusi.
Profonda ma impegnativa
Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha analizzato i resoconti di molti psiconauti così come da questi ultimi riportati nei forum su internet: i termini utilizzati per descrivere l’esperienza sono stati: “positiva”, “gratificante”, “profonda”, ma anche “difficile” e “impegnativa”.
Link e approfondimenti
• Una simulazione video degli effetti visivi che possono essere prodotti dall’assunzione di una dose elevata di DMT.
• Il libro Lettere dello Yage di Allen Ginsberg e William Burroughs.


