“Come possiamo costruire meglio?”, si chiede l’architetto Michele De Lucchi nel film Architecton (2024) del regista russo Victor Kossakovsky. La domanda nasce dalla constatazione che tutta l’architettura contemporanea è basata su questo materiale dal forte impatto ambientale che dura relativamente poco, in media tra 100 e 150 anni. Curiosamente, però, il calcestruzzo degli antichi Romani poteva resistere per millenni. Uno studio recente svolto a Pompei e guidato dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, negli Stati Uniti, ha svelato i segreti dell’antica ricetta romana, ponendo le basi per lo sviluppo di nuove tipologie di cemento più durevoli e sostenibili di quello attuale.
“Il cemento moderno dura al massimo 100-150 anni, poi si sgretola e ne resta una polvere inerte che non può più essere riutilizzata” (Michele De Lucchi)
Autoriparante
Il calcestruzzo ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo della civiltà romana. Ha rivoluzionato la costruzione di edifici come il Pantheon, ponti e acquedotti, molti dei quali sono ancora in uso. Ma finora le nostre conoscenze su come veniva prodotto questo materiale erano piuttosto limitate. Gran parte di ciò che sappiamo su questo tema si basa infatti su resoconti scritti, in particolare sul De architectura scritto da Vitruvio nel I secolo a.C., in cui si afferma che i Romani aggiungevano acqua alla calce per creare un materiale simile a una pasta prima di mescolarlo con cenere vulcanica e altri ingredienti. Ora i ricercatori, guidati da Admir Masic del MIT, hanno potuto studiare un antico cantiere romano di Pompei rimasto abbandonato durante l’eruzione del 79 d.C. La ricerca ha fornito la prima prova archeologica di un processo noto come “miscelazione a caldo” (hot mixing), in cui la calce viva – calcare secco e riscaldato – viene miscelata con rocce e ceneri vulcaniche prima dell’aggiunta di acqua. Con l’acqua si attiva un processo che genera calore. A mano a mano che il calcestruzzo si solidifica, questo processo di “miscelazione a caldo” (hot-mixing) intrappola e preserva la calce altamente reattiva sotto forma di piccole inclusioni bianche (clasti), simili a ghiaia. Quando si forma una crepa nel calcestruzzo, l’acqua può riattivare la calce, che si dissolve, riempie la fessura e la ricementifica.
Il trailer del film Architecton (2024) del regista russo VictorKossakovsky.
Una lezione dal passato
Il team ha anche caratterizzato il materiale di origine vulcanica che i Romani mescolavano con la calce, trovando sostanze derivate dalla pomice che contribuiscono ulteriormente alla capacità del calcestruzzo di ripararsi da solo anche molti anni dopo. «C’è l’importanza storica di questo materiale, e poi c’è l’importanza scientifica e tecnologica di comprenderlo», ha commentato Masic. «Il calcestruzzo romano può ripararsi da solo nel corso di migliaia di anni, è reattivo ed è altamente dinamico. È sopravvissuto a terremoti e vulcani. Ha resistito sotto il mare ed è sopravvissuto alla degradazione degli elementi. Non vogliamo copiarne completamente la ricetta oggi. Vogliamo semplicemente applicare alcune di queste conoscenze alle pratiche costruttive moderne».
Link e approfondimenti
• La notizia nel sito del Massachusetts Institute of Technology (in inglese).
• L’articolo su Nature Communications (in inglese).
• L’azienda DMAT, lanciata da Admir Masic, che si ispira calcestruzzo romano per creare materiali moderni a lunga durata.


