4 anni di Webb: l’intervista al Nobel prima del lancio

A 4 anni dal lancio del James Webb Space Telescope, riproponiamo una nostra intervista al premio Nobel John Mather che lo ha concepito.

-

4 anni di Webb: l’intervista al Nobel prima del lancio

A 4 anni dal lancio del James Webb Space Telescope, riproponiamo una nostra intervista al premio Nobel John Mather che lo ha concepito.

L’origine della vita, dei pianeti, delle stelle, delle galassie. E dell’universo intero. Sono questi gli obiettivi del più ambizioso tra gli osservatori di nuova generazione in orbita attorno alla Terra, il James Webb Space Telescope (Jwst) frutto della collaborazione tra la Nasa, l’Esa e l’Agenzia spaziale canadese.

Questo strumento ai limiti delle possibilità tecnologiche attuali – tanto che la sua messa in orbita è stata ritardata di quasi 15 anni rispetto ai piani iniziali – è a tutti gli effetti un degno successore di Hubble, il telescopio che ha cambiato la nostra concezione dell’universo con immagini di straordinaria bellezza e importanza scientifica. Con uno specchio principale quasi 3 volte più largo di quello del suo predecessore (6,5 metri contro 2,4) e con sensori di ultima generazione, il James Webb Space Telescope può scrutare con maggior dettaglio nell’universo lontano. In occasione del lancio di questo gioiello tecnologico, avvenuto il 25 dicembre 2021 e costato quasi 10 miliardi di dollari, avevamo intervistato il suo “papà”, il fisico John Mather della Nasa. Ecco che cosa ci aveva detto.

Dopo tanti anni di attesa, il James Webb Space Telescope sta per essere lanciato. Lei, che più di tutti ne è il padre, come si sente al riguardo?

Sono elettrizzato dal fatto che abbiamo quasi finito di costruirlo e siamo quasi pronti per inviarlo nel punto di osservazione.

Questo nuovo telescopio è considerato il successore di Hubble. In che senso?

È un successore nel senso che estende il campo di indagine a distanze e a lunghezze d’onda maggiori, che ci permetteranno di osservare oggetti più freddi e più antichi di quelli che Hubble poteva rilevare. In tal modo, speriamo di vedere i segni dell’intera storia dell’universo, dalla formazione delle prime stelle e galassie ai pianeti del Sistema solare. Jwst proseguirà le ricerche che Hubble ha già iniziato, e potrà osservare lunghezze d’onda fino a 0,6 micron (millesimi di mm), che sono visibili all’occhio umano. Quindi avrà una certa capacità di osservare le lunghezze d’onda visibili, ma la sua forza è molto maggiore nell’infrarosso.

Quali sfide tecnologiche avete dovuto affrontare per costruire uno strumento del genere?

Il numero di sfide che abbiamo dovuto affrontare è stato enorme. Innanzitutto, il telescopio in sé è molto più grande del razzo che lo lancerà, quindi deve essere ripiegato per il lancio, aperto nello spazio e infine messo a fuoco. Tutto questo ha richiesto un enorme investimento in termini di tempo di progettazione. Abbiamo anche dovuto imparare a realizzare specchi estremamente leggeri, perché l’intera massa del telescopio è circa la metà di quella di Hubble, anche se la superficie di raccolta è 7 volte maggiore.

Per questo il lancio, inizialmente previsto per il 2007, è stato rinviato di tanti anni?

L’intero progetto è stato più difficile di quanto era stato stimato. Avevamo una grande ambizione, all’inizio, in quanto i vertici della Nasa volevano fare le cose meglio di prima, più velocemente, e anche a un costo inferiore. Ma non è stato possibile, in questo caso. Il telescopio Webb è stato costruito con tecnologie che inizialmente non erano disponibili, perché non erano ancora state inventate quando abbiamo iniziato la missione.

James_Webb_Space_Telescope
Lo specchio del James Webb Space Telescope (Nasa).

Quali sono gli obiettivi del telescopio?

Abbiamo diversi obiettivi. Innanzitutto, vogliamo vedere la formazione delle primissime stelle, delle galassie e dei buchi neri, e lo faremo guardando oggetti molto lontani. Guardiamo lontano nello spazio per vedere indietro nel tempo. Questo perché la luce viaggia molto velocemente ma non a velocità infinita, quindi vediamo i corpi celesti come erano (al momento dell’emissione della luce, nda) piuttosto che come sono ora. Così possiamo guardare indietro nel tempo, per vedere le primissime cose che sono nate dal materiale del Big Bang.

Vogliamo anche vedere come crescono le galassie. Non possiamo osservare direttamente come cambia una singola galassia, perché è un processo troppo lento; ma possiamo vedere come erano diverse le galassie, molto tempo fa, rispetto a come sono ora. Sappiamo che le galassie hanno raggiunto un picco di attività quando l’universo aveva 2 o 3 miliardi di anni: in quel periodo le stelle nascevano continuamente e i buchi neri crescevano, inghiottendo il materiale disponibile nelle vicinanze. Tutta questa attività ora è diminuita.

Vogliamo poi studiare la formazione delle stelle. Tutti possono individuare, anche a occhio nudo, la nebulosa nella zona centrale della spada nella costellazione di Orione: lì ci sono stelle nate da poco, ed è una cosa molto bella da vedere al telescopio. Ma gli astronomi vogliono andare oltre. Vorrebbero guardare all’interno delle nubi di gas e polveri – vere e proprie incubatrici – per spiare come effettivamente cresce una stella e come si formano i pianeti. D’altra parte, negli ultimi anni abbiamo appreso che i pianeti sono comuni nell’universo, la maggior parte delle stelle li ha. E tuttavia non ne abbiamo ancora trovato nessuno, tra le migliaia osservate, che sia simile alla Terra. Quindi vorremmo conoscere meglio la nostra storia attraverso l’osservazione di pianeti intorno ad altre stelle, e anche attraverso lo studio dei pianeti e dei piccoli corpi celesti del Sistema solare.

In quali di questi campi si aspetta più sorprese?

Ci sono un paio di aree, di cui finora non sappiamo quasi nulla, nelle quali penso che le sorprese siano possibili. I primissimi oggetti che sono cresciuti dal materiale del Big Bang avrebbero potuto essere molto diversi da quelli che vediamo oggi. C’è la possibilità che siano cresciuti rapidamente e si siano distrutti, o che siano stati inghiottiti da qualcos’altro, così che non se ne troverebbero più le tracce nel materiale che si è formato più di recente; ma forse potremmo vederli direttamente guardando abbastanza indietro nel tempo. Un’altra possibilità riguarda i pianeti. Sappiamo che ce ne sono tanti… ma perché nessuno è come la Terra? Forse perché è difficile trovarli: penso che i pianeti come la Terra ci siano, ma non possiamo ancora vederli. Il James Webb potrebbe riservare sorprese anche in questo campo.

Uno degli argomenti più dibattuti è la materia oscura, che è invisibile anche se ne osserviamo gli effetti gravitazionali. È possibile che le prime galassie si siano aggregate attorno a nuclei di materia oscura?

Ci piacerebbe vedere com’è andata davvero. Sappiamo che la materia oscura esiste, e abbiamo simulazioni che mostrano come pensiamo che si siano accresciute le prime galassie. Adesso dobbiamo vedere, però, se le simulazioni corrispondono al vero.

Oltre a questo, quali sono gli altri obiettivi strategici della Nasa e, più in generale, dell’esplorazione spaziale?

La Nasa è molto interessata a tutti i tipi di scienza. Abbiamo l’eliofisica, che è lo studio del Sole e del plasma che produce (la Terra è costantemente bombardata dal plasma del Sole). Finora abbiamo esplorato i pianeti con i robot e abbiamo raggiunto anche asteroidi, comete e il pianeta nano Plutone: siamo interessati a tutti questi oggetti. Siamo interessati all’astrofisica, che è la mia specialità. Ma anche allo studio della Terra: la osserviamo di continuo, e continuiamo a costruire strumenti nuovi e migliori per capire il meteo, il clima, l’atmosfera, la circolazione degli oceani. Abbiamo perfino missioni che misurano il cambiamento della forma della Terra, dovuto al moto dell’acqua, e possiamo arrivare a misurare la gravità dell’acqua in movimento dallo spazio: è importante, perché l’acqua influenza la vita umana in modo molto diretto.

A quali altri progetti sta lavorando?

Ad alcune guide satellitari per l’osservazione delle stelle (star guides) e a sistemi per oscurare le stelle (star shades). Il primo progetto riguarda il fatto che i telescopi terrestri sono limitati nella qualità dell’immagine dalle turbolenze dell’atmosfera. Gli astronomi hanno inventato sistemi di ottica adattiva per compensare questi effetti, ma questa tecnica non funziona ancora abbastanza bene: per migliorarla, si potrebbe utilizzare un raggio laser prodotto da un satellite per creare un punto luminoso nel cielo, che serva da riferimento per gli strumenti. Il progetto Starshade è molto più ambizioso: consiste nell’inserire in orbita un satellite capace di proiettare la sua ombra su un telescopio posto sulla Terra, in modo da oscurare una specifica stella, consentendoci di osservare i piccoli pianeti che le orbitano attorno.

Secondo lei, sulla base delle osservazioni effettuate finora, l’universo che cosa ci sta “dicendo”? Che storia ci sta raccontando?

Innanzitutto, che siamo molto lontani dai nostri “vicini di casa”, perché lo spazio è molto grande e molto vuoto. Quindi eccoci qui, nel nostro piccolo pianetino, in un grande Sistema solare. E i sistemi planetari sono molto lontani gli uni dagli altri. Il più vicino è a circa 40 mila miliardi di chilometri di distanza, e non possiamo arrivarci nel corso della nostra vita. Perfino con mille vite non potremmo raggiungere un posto del genere. Quindi siamo soli, ed è affascinante imparare la nostra storia passata e pensare al nostro futuro.

Andrea Parlangeli
Andrea Parlangeli
Andrea Parlangeli è fisico (PhD) e giornalista, caporedattore del mensile Focus. Appassionato di scienza, tecnologia e innovazione, nel 2019 ha conseguito un Executive MBA presso il MIP/Politecnico di Milano. Ha scritto diversi libri, tra cui Uno spirito puro. Ennio De Giorgi, genio della matematica (Milella 2015, Springer 2019) e Viaggio all’interno di un buco nero (StreetLib, 2019). È stato curatore di La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli 2016) di Guido Tonelli, sulla scoperta del Bosone di Higgs; La musica nascosta dell’universo (Einaudi 2018) di Adalberto Giazotto, sulla scoperta delle onde gravitazionali ; Benvenuti nell'Antropocene (Mondadori, 2005) del premio Nobel Paul Crutzen, padre del termine "antropocene" .

Il viaggio più estremo

CoverI Buco Nero

Primo piano

Categorie più popolari

Recent comments