Le stranezze della meccanica quantistica sono tali che, per tentare di risolverle, c’è chi è arrivato a conclusioni ancora più bizzarre. È questo il caso del fisico statunitense Hugh Everett III, che nel 1957 ha sviluppato un’interpretazione della meccanica quantistica passata alla storia come l’interpretazione “dei molti mondi”, poi ripresa dal fisico britannico David Deutsch. Un’idea radicale, già esaminata però nel mondo letterario dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges.
Vivo o morto?
L’ipotesi dei molti mondi nasce per spiegare il fatto che, in meccanica quantistica, quando si osserva un qualsiasi oggetto, necessariamente lo si perturba. In particolare, ricordiamo che per la meccanica quantistica un oggetto si può trovare in una sovrapposizione di stati, cioè può essere contemporaneamente in due o più stati. Se lo si osserva, lo si forza ad essere solo in uno degli stati possibili. Immaginiamo un gatto, che può essere in due stati possibili: vivo o morto. Si può pensare una situazione (detta Paradosso del gatto di Schroedinger) in cui il gatto è chiuso in una scatola, ed è vivo e morto contemporaneamente. Se si apre la scatola per osservarlo, però, il gatto può essere solo o vivo o morto.
Tutti i destini possibili
Può sembrare una questione di lana caprina, ma nel mondo degli atomi e delle particelle elementari questi fenomeni si possono misurare e sono molto concreti. Per la teoria dei molti mondi, ogni volta che si osserva un oggetto che era in una sovrapposizione di stati, l’universo si sdoppia. Pensiamo al gatto: in un universo il gatto è vivo, nell’altro è morto. Nel multiverso di Hugh Everett III, tutti i possibili destini si realizzano, ciascuno in un mondo diverso.

Sentieri che si biforcano
Qualcosa del genere era stato immaginato dallo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges (1899-1986), nel suo racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano scritto nel 1941 e pubblicato nella raccolta Finzioni. Si tratta di una storia che ha l’aspetto di un racconto poliziesco o di spionaggio, però vengono seguite tutte le possibili linee temporali che portano a diversi possibili svolgimenti delle vicende future e anche passate – visto che spesso nei romanzi polizieschi le indagini vengono svolte a ritroso, perché si va a scavare in quello che è già accaduto per capire il presente. In questo racconto, però, ci sono tanti presenti possibili, ciascuno dei quali deriva da una particolare sequenza di eventi.
Una vittima a caso
Il protagonista è un sicario che riceve l’incarico di uccidere un saggio sinologo inglese, Stephen Albert, per un motivo non ben precisato. L’io narrante racconta al lettore la vicenda a omicidio già compiuto, parlando in termini di “terribile esecuzione”. Borges parte dalla fine per ritornare indietro nel tempo e cominciare a raccontare le cose dal principio. L’io narrante, che è una spia di origine cinese al servizio dei tedeschi durante la Prima guerra mondiale, anticipa al lettore che è stato l’elenco telefonico a fornirgli il nome della persona da uccidere. Il suo delitto sembra quindi dettato dal caso, e decide di portare a termine la sua missione recandosi a casa della vittima per sparargli. Il giardino dei sentieri che si biforcano a cui allude il titolo non è che un libro-labirinto che comprende ogni passato e ogni futuro possibile.
In tutte le opere narrative, ogni volta che s’è di fronte a diverse alternative ci si decide per una e si eliminano le altre. In quella del quasi inestricabile Ts’ui Pên, ci si decide – simultaneamente – per tutte. Si creano, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. Di qui le contraddizioni del romanzo. Fang, diciamo, ha un segreto; uno sconosciuto batte alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente vi sono vari scioglimenti possibili: Fang può uccidere l’intruso, l’intruso può uccidere Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono restare uccisi eccetera. Nell’opera di Ts’ui Pên, questi scioglimenti vi sono tutti; e ognuno è il punto di partenza di altre biforcazioni. Talvolta i sentieri di questo labirinto convergono: per esempio lei arriva in questa casa ma in uno dei passati possibili lei è mio amico, in un altro è mio nemico. (Borges, 1941. Corsivo nel testo)

Innumervoli futuri
Per Borges questa è una metafora della nostra vita, che è unica tra le tante che avremmo potuto vivere, percorrendo diverse strade, effettuando diverse scelte, trovando diverse coincidenze. Nelle usuali narrazioni le storie vengono in genere seguite una per volta. Invece il libro di cui ci parla Borges ci offre contemporaneamente tutti i mondi possibili e paralleli, nei quali si dipanano le trame di tutte le possibili vite, ciascuna caratterizzata da una data sequenza di scelte. In corrispondenza di ciascuna di queste scelte avviene una biforcazione temporale da cui si diramano più futuri a seconda delle possibili scelte che il soggetto avrebbe potuto compiere. Borges, quindi, propone uno schema in cui il tempo non è uniforme, assoluto, bensì plurimo e ramificato, in cui ogni presente si biforca in innumerevoli futuri.
Discolparsi
Borges porta questa idea alle estreme conseguenze per quanto riguarda il delitto. L’idea di infiniti universi simultanei in cui tutte le possibilità si realizzano in tutte le combinazioni possibili non è una digressione del racconto principale di spionaggio, ma la condizione stessa perché il protagonista si senta autorizzato a compiere il delitto di Stephen Albert, sicuro che ciò avverrà solo in uno degli universi possibili, ma non negli altri, e che anzi compiendolo qui ed ora, egli e la sua vittima potranno riconoscersi amici in altri universi. È ironico sottolineare come Albert in un certo senso faciliti il compito al proprio sicario proponendo una teoria nella quale la responsabilità viene mutata (e persino messa in discussione) dall’esistenza di realtà multiple. Il protagonista non ha più dubbi: si sente autorizzato a compiere il suo crimine poiché la sua vittima gli ha appena rivelato che “Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di essi io sono suo nemico”. Ma non in tutti.
In onore di Einstein
Non è un caso che il nome del sinologo che riesce a scoprire il mistero del labirinto testuale di Ts’ui Pên sia Albert, che è anche il nome di Einstein. Furono proprio alcuni degli sviluppi della teoria della relatività di Einstein a condurre Borges a riflettere sulla natura del tempo e le sue possibili biforcazioni. In altre parole, se Copernico aveva detronizzato l’uomo dalla sua posizione privilegiata al centro del creato, relegandolo su uno dei tanti pianeti che orbitano attorno ad una fra miliardi di stelle (il romanzo Il fu Mattia Pascal di Pirandello comincia proprio con il ritornello ripetuto dal protagonista “Maledetto sia Copernico”), le teorie di Einstein e della meccanica quantistica hanno portato l’uomo all’idea che quello in cui vive non è neppure l’unico universo possibile. Borges nel suo racconto ribadisce il concetto che l’uomo novecentesco non abita più in un universo, ma in un “multiverso”. Che curiosamente non sembra essere molto diverso da quello immaginato da Hugh Everett III.
(Ha collaborato Andrea Parlangeli)


