“Cercando i funghi magici”. Con questo titolo di copertina, il 13 maggio del 1957, il settimanale statunitense Life porta all’attenzione del grande pubblico la storia di un uomo che, con la sua astuzia, è riuscito a svelare al mondo occidentale le sorprendenti proprietà dei funghi allucinogeni.
Con l’inganno
Quest’uomo è Robert Gordon Wasson (1898-1986), un banchiere con responsabilità importanti. È vicepresidente per le pubbliche relazioni della banca d’affari J.P. Morgan. Appassionato di botanica e antropologia, sta raccogliendo informazioni per un libro di etnomicologia che sta scrivendo assieme alla moglie, e ha quindi l’occasione di partecipare a rituali che prevedono l’utilizzo di funghi tenuti da una curandera messicana di nome María Sabina. Le popolazioni indigene sono notoriamente poco propense a condividere le loro conoscenze tradizionali con gli stranieri, soprattutto con gli occidentali. Ma Wasson riesce nel suo intento con un inganno. Venuto a conoscenza che una delle funzioni di questi rituali è quella di trovare persone scomparse, riferisce a María Sabina che suo figlio si è perduto nella foresta e ottiene così il permesso a partecipare al rito. La cronaca della spedizione, compresa una foto “rubata” di Wasson con María Sabina, fa la sua comparsa nello storico articolo del 1957. E il risultato è quello di rendere noti al mondo elementi fino a quel momento gelosamente custoditi della cultura mazateca, tra cui l’utilizzo dei funghi psichedelici.

Come l’LSD
Una decina di anni prima, il chimico Albert Hofmann aveva provato su sé stesso una nuova molecola da lui sintetizzata, in grado di produrre strane visioni e un profondo stato alterato di coscienza: l’LSD. In seguito a quella scoperta, l’LSD aveva cominciato a essere distribuito ai ricercatori in ambito psichiatrico con l’obiettivo di individuarne un possibile utilizzo: non era infatti del tutto chiaro quale fosse la sua funzione né a che cosa potesse servire.
Dopo aver colto il possibile collegamento tra quella molecola sintetizzata in Svizzera e i rituali ai quali ha assistito in Messico, Robert Wasson decide di contattare Hofmann e di organizzare con lui un nuovo viaggio nel villaggio di María Sabina. I due portano con sé l’LSD e riferiscono alla curandera di aver isolato lo spirito del fungo, proponendole quindi di provarlo. L’esperimento dimostra che gli effetti delle due molecole sono molto simili, fatto che viene poi confermato dallo studio del loro meccanismo d’azione.
Più di cento specie
Lo “spirito” contenuto nei funghi magici si chiama psilocibina e di funghi “psilocibinici” ne esistono più di 100 specie distribuite in tutto il mondo, Italia compresa. La molecola della psilocibina si lega in modo molto solido ai recettori della serotonina, producendo i suoi effetti psichedelici che derivano principalmente dalla stimolazione dei recettori del sottotipo “2A”, gli stessi stimolati dall’LSD. Dopo l’assunzione, l’organismo impiega un po’ di tempo a convertire la psilocibina nella sua forma attiva psilocina, e il ritardo di 20-45 minuti nella salita degli effetti sembra dipendere da questo necessario passaggio.
Connettività cerebrale potenziata
La psilocibina è in questo momento lo psichedelico più studiato. Il suo effetto sul cervello è noto nel dettaglio: una ricerca di una decina d’anni fa, divenuta famosa, mostra come la connettività complessiva delle diverse aree corticali del cervello venga profondamente alterata da questa molecola, con un aumento delle connessioni stesse e dunque dello scambio di informazioni anche tra aree funzionalmente distinte. Questo stato di entropia transitorio è considerato di estremo interesse nella pratica clinica e in particolare psicoterapeutica, nel tentativo di trarre vantaggio dalla flessibilità così generata.

Racconti di viaggio
I “racconti di viaggio” riferiti dagli psiconauti (quelli che scelgono di fare questa esperienza negli Stati nei quali è legalmente consentito) descrivono gli effetti dei funghi magici come molto variabili a seconda della dose e del contesto, oltre che della condizione del soggetto al momento dell’assunzione. Non è la stessa cosa assumerli con amici, con estranei o da soli, e lo stesso vale per tutta una serie di altre variabili, come trovarsi in un ambiente familiare o sconosciuto, sentire la musica in cuffia o essere esposti ai rumori dell’ambiente. Quella di avere effetti fortemente influenzabili dal contesto è una caratteristica di tutti gli psichedelici. Inoltre, a differenza di altre sostanze psicoattive, per le quali l’intensità dell’unico effetto previsto aumenta linearmente con la dose, gli psichedelici esibiscono un’attività molto più complessa, discontinua e quindi per certi versi sorprendente, la cui gestione, anche nell’utilizzo clinico attualmente oggetto di sperimentazione, può comportare alcune problematicità.
Piccole dosi: l’attenzione si focalizza
A dosaggi moderati, la psilocibina induce un iniziale senso di confusione. A questa fase ne segue una seconda, più lunga e per certi versi opposta, caratterizzata da rilassamento accompagnato da un aumento significativo della capacità di focalizzarsi su elementi specifici dell’ambiente esterno. Viene per esempio riportata un’aumentata sensibilità al gusto, ai rumori e la capacità di notare elementi prima non coperti dall’attenzione, per quanto di scarso significato: piccole macchie sui muri, la polvere sui mobili o il rumore del frigorifero. Il silenzio appare d’improvviso popolato di rumori e suoni ai quali non si era soliti prestare attenzione. Vi è in genere una insolita chiarezza anche sui propri ricordi passati, che vengono vissuti come piacevoli anche quando sono stati a lungo tempo controversi, come il rapporto con i genitori o altri familiari; i “nodi” si sciolgono, si avverte un senso generale di amabile coerenza entro sé stessi e di integrazione con l’ambiente attorno. Il futuro viene percepito come un percorso tracciato e privo di intralci. Le sensazioni corporee possono variare da un gradevole rilassamento a una sensazione estatica di estrema piacevolezza.
Durante il trip si rimane perfettamente coscienti, lucidi e in grado di rispondere agli stimoli, anche se il coordinamento motorio potrebbe essere leggermente influenzato, in modo simile all’assunzione di una moderata quantità di alcool.
Una simulazione, giudicata molto accurata dagli utenti che l’hanno commentata, degli elementi visivi che possono caratterizzare un viaggio con i funghi allucinogeni a dosi elevate.
Dosi più elevate: allucinazioni e dissoluzione
A dosaggi più elevati l’esperienza cambia qualitativamente. Oltre a quanto descritto, le allucinazioni fanno la loro comparsa nella forma di immagini geometriche, colorate e in movimento, visibili a occhi chiusi. Oppure, a occhi aperti, è possibile fare esperienza di un lento movimento di oggetti altrimenti fermi. Talvolta anche al tatto si può avere la sensazione che gli oggetti si muovano leggermente, sinuosamente. Con l’ulteriore aumento della dose si va incontro alla cosiddetta ego dissolution: a questo stato corrisponde la sensazione, difficile da descrivere in quanto molto lontana dall’esperienza quotidiana, di un Sé meno centrato sul corpo e anzi diffuso nell’ambiente circostante.
Le situazioni nelle quali ci si trova proiettati ad alti dosaggi possono essere piacevoli o spaventose, a seconda dello stato d’animo con il quale si affrontano queste alterazioni percettive, sensoriali e relative al Sé. Il consiglio che viene più spesso riportato è quello di lasciarsi andare all’esperienza senza tentare di ostacolarne il decorso.


