Nel 2004, poco dopo la sua scoperta, l’asteroide 99942 Apophis suscitò scalpore perché potenzialmente a rischio di impatto con la Terra. Il rischio calcolato arrivò a sfiorare il 3%, il massimo mai raggiunto, e sarebbe stata una catastrofe. Oggi sappiamo che il 13 aprile 2029, questo blocco di roccia largo circa 375 metri, come una nave da crociera, non si scontrerà la Terra, ma le si avvicinerà tanto da diventare visibile a occhio nudo. Si tratta di un fenomeno molto raro, che si stima si verifichi una volta ogni 5-10 mila anni. E per questo l’Esa ha deciso di dedicargli una missione, chiamata Ramses (Rapid Apophis Mission for Space Safety). Oggi è stato dato ufficialmente il via ai lavori di preparazione.
Dalla scoperta alle future missioni
Per saperne di più, e per ricordare la storia di questo corpo celeste che ha fatto molto parlare di sé nel bene e nel male, abbiamo sentito il suo scopritore, l’astronomo Fabrizio Bernardi, che dal 2008 si occupa del monitoraggio dei potenziali impatti con asteroidi per il servizio NEODyS, creato a Pisa da Andrea Milani (1948-2018, a lui è dedicata un’altra missione dell’Esa).
La scoperta di Apophis è attribuita a lei, a David Tholen e a Roy Tucker. Può raccontarci come è andata?

Abbiamo scoperto Apophis quando ero negli Stati Uniti e lavoravo con David Tholen. Io e lui, nelle notti precedenti, eravamo a Mauna Kea, alle Hawaii, e avevamo scoperto un candidato Near Earth Object (Neo, come si chiamano gli oggetti che passano vicino alla Terra e sono dunque anche potenzialmente pericolosi, ndr). Solo che la notte stava per finire e dovevamo andare all’osservatorio di Kitt Peak in Arizona nel giro di meno di 24 ore, perché avevamo lì un ciclo (run) di osservazioni. Quindi abbiamo fatto letteralmente una corsa; perché siamo andati a dormire alle 6:30-7:00, ci siamo riposati un’ora o due, abbiamo preso la macchina, poi l’aereo e siamo arrivati in Arizona che era già quasi sera. Lì c’era un nostro collega, Roy Tucker (1951-2021), che si era già preparato, in quanto volevamo cercare di riosservare lo stesso candidato per vedere se fosse un oggetto interessante oppure no. Non lo abbiamo più trovato; ma nello stesso campo visivo è apparso invece Apophis.

Era il 19 giugno 2004, vent’anni fa. Abbiamo continuato le osservazioni anche la notte successiva, ma a quel punto in Arizona sono arrivati i venti alisei, quindi il cielo si è coperto e abbiamo dovuto interrompere le osservazioni. Casualmente il maltempo è arrivato anche a Manua Kea, poi Apophis si è spostato verso sud, dove c’erano pochi telescopi, quindi per alcuni mesi se ne sono perse le tracce. A dicembre, però, l’asteroide è stato riscoperto dai telescopi in Australia, a Siding Spring, e questo ha permesso – grazie ai due giorni di osservazioni iniziali – di ricostruire la sua orbita per un arco di 6 mesi. E ci si è accorti a quel punto che era un Neo, e che sarebbe passato molto vicino alla Terra il 13 aprile 2029.
Si è parlato perfino di pericolo di collisione con la Terra. I timori erano fondati?
A mano a mano che arrivavano le informazioni, la probabilità di collisione – invece di scendere come fa nel 99,99% dei casi – aumentava. Ed è aumentata fino ad arrivare quasi al 3%. Erano i giorni di Natale del 2004, e non se ne è parlato molto perché in quel periodo c’è stato lo tsunami in Indonesia, quindi i media erano focalizzati su quello. Nel frattempo, però, le ricerche andavano avanti. E così, guardando negli archivi di Spacewatch, una survey statunitense, gli astronomi hanno trovato tracce di Apophis che permettevano di determinare l’orbita con più precisione. A quel punto è stato possibile calcolare che, per fortuna, il 13 aprile 2029 Apophis passerà molto vicino alla Terra, ma non impatterà.
Una volta ho fatto una stima: se consideriamo due persone che sono distanti 15 metri l’una dall’altra, con una che rappresenta il Sole e l’altra la Terra, il passaggio di Apophis è come se una persona facesse una carezza all’altra a 2 mm dal suo volto. L’asteroide ci sfiorerà, arriverà a lambire le orbite dei satelliti geostazionari, ma senza toccarci.
Perché si chiama Apophis?
È stata un’idea del mio supervisore, David Tholen. Nella versione ufficiale dei fatti, i nomi degli asteroidi che passano vicino alla Terra devono seguire alcune regole. Quindi Apophis è il nome di una divinità egizia associata all’oscurità e al male. In realtà, Tholen seguiva con passione una serie televisiva che si chiamava Stargate. E nella serie c’è un personaggio malvagio che si chiama Apophis.
Come possiamo immaginarcelo? Che aspetto ha?
Esistono già delle rappresentazioni in 3D di come è fatto Apophis, proprio perchè nel tempo ci sono stati alcuni passaggi ravvicinati che hanno permesso di effettuare osservazioni radar precise. In pratica, possiamo immaginarlo come un sasso, dalla forma irregolare ma con un diametro di circa 370 metri. Le sue dimensioni, quindi, sono tali che se cadesse sulla Terra rilascerebbe più di 800 megatoni di energia, quanto basta per devastare totalmente un’area come il Nord Italia. Anche per questo è stato l’unico oggetto che per ora ha raggiunto il valore 4 della Scala Torino, una scala di valori che misura la pericolosità degli asteroidi.
Di che materiale è fatto?
Sono stati fatti studi di caratterizzazione fisica, dai quali risulta che Apophis è un oggetto di classe S. Quindi ci aspettiamo che sia un asteroide roccioso, sicuramente non è ferroso ed è più friabile di un oggetto metallico; ma è molto più solido di una cometa.

Perché è importante studiarlo?
Apophis è una grandissima opportunità che la natura ci ha dato, perché è grande e passerà molto vicino a noi. Questo permette, con costi relativamente bassi e tempi relativamente brevi, di poterci avvicinare e vedere come è fatto e come si comporta nel suo passaggio vicino alla Terra. Ci sono alcuni fenomeni che ancora non sono ben conosciuti, come gli effetti mareali (simili a quelli, appunto, che generano le maree) della Terra sull’asteroide. Gli effetti mareali tendono a deformare l’asteroide, creano sollecitazioni meccaniche che la missione Ramses cercherà di studiare; per capire se ci sono frane, terremoti, assestamenti. E questo è anche un altro modo per capire come l’asteroide è fatto internamente, qual è la sua struttura geologica.
Interessa anche l’aspetto di difesa planetaria?
No. Apophis non è pericoloso. Ne siamo sicuri, perché ormai conosciamo bene l’orbita. La conosciamo talmente bene da poter dire con estrema confidenza che di qui ai prossimi 100 anni, ma probabilmente anche i prossimi 2-300 anni, Apophis passerà di tanto in tanto vicino alla Terra; ma senza pericolo di collisione. E proprio per questo non è il caso di modificarne l’orbita. Però c’è da dire anche che Apophis è un tipo di asteroide molto comune: capire come si comportano questi oggetti anche internamente ci permetterà in futuro di valutare meglio anche cosa fare, quali azioni di mitigazione prendere, nel caso in cui uno di essi dovesse risultare in rotta di collisione con la Terra.
Sei un po’ orgoglioso di averlo scoperto?
Sì. Ed è per me un po’ strano pensare che tra qualche anno – ormai ne mancano pochissimi, quando lo scoprimmo sembrava così lontano – avremo l’opportunità di vederlo non solo al telescopio ma anche a occhio nudo. E questo è un evento unico, che io sappia, di asteroidi che possono essere visti anche a occhio nudo.
Link e approfondimenti
• Il sito dell’Esa dedicato ad Apophis e alla missione Ramses.
• La nuova missione Hera dell’Esa, con il satellite (cubesat) dedicato ad Andrea Milani.
• Il sito della Nasa dedicato alla difesa planetaria.


