Soglie
Arrivare a Croissy-Beaubourg, nell’atelier-laboratorio di Anselm Kiefer, significa entrare in un mondo che sembra obbedire a una scala diversa da quella ordinaria. Ad accogliere il visitatore è una delle imponenti figure alate dell’artista tedesco. Poco oltre, nelle grandi vasche d’acqua che costeggiano il viale d’ingresso, si ergono decine di girasoli altissimi dal capo chino, una presenza ricorrente nella sua poetica. Tutto appare amplificato: gli edifici, gli spazi, le opere, la materia stessa. Più che osservare le creazioni dell’artista, si ha l’impressione di attraversarle e il visitatore è chiamato a diventare parte di quel paesaggio. Mi raccontano che Kiefer, talvolta, si immerge proprio in quelle vasche, tra i suoi girasoli. Al di là dell’aneddoto, colpisce la continuità che si stabilisce tra l’artista, i materiali e lo spazio in cui lavora. Il suo atelier è infatti un ecosistema in cui arte e vita si fondono pienamente. La cucina industriale convive con le grandi tele; nelle aree di lavoro si accumulano strumenti per l’elettrolisi, materiali di recupero provenienti anche da precedenti installazioni, elementi naturali raccolti e catalogati minuziosamente nel suo Arsenal, un immenso archivio di materiali destinati, prima o poi, a essere riattivati nel processo creativo.
Quando sono arrivata a Croissy, assieme a Gabriella Belli (curatrice della mostra Le Alchimiste a Palazzo Reale, a Milano, ndr), pensavo di visitare l’atelier e di incontrare Anselm Kiefer per raccogliere il materiale necessario a redigere il saggio del catalogo della mostra Le Alchimiste. Solo in seguito ho compreso che quel percorso sarebbe diventato molto di più: un viaggio nel processo creativo di Kiefer, dalla materia alla storia, dalla ricerca all’opera, fino al modo in cui il presente continua a interrogare il passato.
All’interno dell’articolato complesso di strutture che costituisce l’atelier di Croissy-Beaubourg, raggiungiamo con un piccolo van l’edificio che accoglie le tele de Le Alchimiste. Dall’esterno appare come un vasto spazio di archeologia industriale; una volta varcata la soglia, si scopre che i volumi di quella struttura sono stati adattati alle dimensioni e proporzioni della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, per la quale quelle opere sono state concepite.
Le maestose tele dedicate a oltre trenta alchimiste della storia dominano lo spazio. È difficile sottrarsi alla loro presenza. C’è poi un elemento inatteso che si impone con altrettanta intensità: l’odore intenso della materia. Un odore penetrante, quasi corporeo, che diventerà parte integrante dell’esperienza della mostra e accompagnerà le opere anche una volta trasferite nelle sale di Palazzo Reale.
Prima di varcare l’ingresso ed entrare nel percorso pensato per l’installazione milanese, indugiamo in una sorta di vestibolo, che accoglie alcune opere appartenenti al ciclo dedicato alle Frauen der Revolution. Si tratta di un vero e proprio spazio di transizione: prima di accedere al mondo delle alchimiste, occorre attraversare un’altra genealogia di donne, anch’esse sottratte all’oblio della memoria.
Il pensiero corre inevitabilmente a Jules Michelet, uno degli autori più amati da Kiefer e il cui volume Les Femmes de la Révolution (1854) ha costituito la principale fonte di ispirazione per il ciclo Frauen der Revolution. Storico tra i più originali dell’Ottocento, Michelet scriveva con la passione di un romanziere e la sensibilità di un pittore, offrendo veri e propri ritratti delle protagoniste di quell’epoca. La sua scrittura possedeva una qualità quasi tattile, capace di trasformare il fatto storico in immagine e di restituire carne e vita a figure che la memoria collettiva aveva ormai relegato ai margini.

L’affinità profonda con il lavoro di Kiefer emerge con chiarezza. Anche nelle sue opere la storia è una materia viva da riportare alla luce. Le figure femminili non vengono celebrate come eroine monumentali, bensì sottratte a un lungo processo di cancellazione; l’arte diventa così uno strumento di riemersione dall’oblio, capace di rendere visibile sia ciò che è stato dimenticato, sia i meccanismi stessi della dimenticanza.
Non è un caso che Michelet sia anche l’autore de La Sorcière (1862). In quel libro la riflessione sulle donne si sposta dalla Rivoluzione al sapere, alla trasmissione della conoscenza e a tutto ciò che la storia ufficiale ha escluso, marginalizzato o condannato. Le streghe di Michelet anticipano, in qualche modo, le alchimiste di Kiefer: figure diverse tra loro, ma accomunate dall’essere depositarie di forme di conoscenza rimaste ai margini dei grandi racconti della modernità. Attraversare questo vestibolo significa allora percorrere un passaggio ideale: dalla memoria politica alla memoria del sapere che portò alla nascita della chimica; dall’epopea delle rivoluzionarie alle vicende delle donne che hanno cercato di comprendere e trasformare la natura.
Con la mente ancora a Michelet, mi fermo davanti alle grandi tele. Kiefer mi chiede: «Conosci altre alchimiste?». Non è una domanda di circostanza. Insiste: «Ne voglio aggiungere altre. Molte di più. E non solo nobildonne». La precisazione non è secondaria. Le donne dell’aristocrazia avevano occupato una posizione centrale in due cicli precedenti: Frauen der Revolution e Reines de France. Da quel momento il nostro dialogo si trasforma in uno scambio di ricerca. Gli segnalo nomi ulteriori e condivido anche alcune acquisizioni della storiografia sulle relazioni tra donne, alchimia e natura. Nei mesi successivi l’elenco delle figure femminili – che originariamente seguiva il volume 33 Alchemistinnen (2016) di Jette Anders – continua ad ampliarsi e la ricerca storica entra ancora una volta nel processo creativo (continua).
Link e approfondimenti
• L’intera serie di questi tre articoli di Natacha Fabbri.
• La pagina web di Palazzo Reale, a Milano, dedicato alla mostra (visitabile fino al 27 settembre 2026).
• Il catalogo della mostra, edito da Marsilio Arte. A cura di Gabriella Belli, con un contributo di Natacha Fabbri.
• Viaggio nell’atelier “La Ribaute” di Anselm Kiefer a Barjac, in Francia.


