Quando ero bambino, la mamma mi cantava Papaveri e papere. E io, non so perché, avevo paura. Quella canzone mi inquietava. Un giorno però sognai di laurearmi con il massimo dei voti nella migliore università, poi di andare all’estero, qualificarmi ulteriormente e tornare per entrare nella più grande azienda del mio settore.
Sognai di vivere momenti bellissimi, di crescere negli anni e di imparare un sacco di cose belle e utili. Salvo poi accorgermi che gli anni passavano e altri facevano carriera, io no. I papaveri imparai a riconoscerli al volo, erano i figli dei figli, gli amici degli amici, gli adepti della casta, i fanfaroni calati dall’alto, per non parlare dei cavalieri del lavoro, nati e forgiati apposta per diventarlo. Noi paperi eravamo altro, e i papaveri insistevano che eravamo tutti uguali: noi tutti paperi, loro i papaveri. E così cancellavano i nostri meriti, dimenticavano i successi, si appropriavano delle idee e delle proposte per distribuirle in giro come benefattori. Loro mangiavano la torta, a noi lasciavano le briciole. Qualcosa ci davano, e dovevamo esserne ben contenti, perché alla fine eravamo sempre lì, incapaci di andarcene sbattendo la porta in un mondo che premiava solo loro. Ma non c’è papavero senza uno stuolo di paperi che lo sostenga. Il fatto è che le nostre pance erano piene, mentre fuori c’era la fame vera. I papaveri erano sempre meno, mentre i paperi crescevano a dismisura.
”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Costituzione italiana)
Vidi allora la mia azienda come un moloch con la testa di piombo e i piedi di argilla. La testa non sapeva quello che facevano i piedi. La bestia era divisa in compartimenti stagni in cui ogni livello della gerarchia ignorava quello che c’era sopra e quello che c’era sotto, limitandosi a raggiungere gli obiettivi che gli erano calati dall’alto, spadroneggiando nell’ambito del suo potere senza freni di carattere morale. La morale era annunciata dall’alto secondo i massimi principi di correttezza, nella pratica in ogni livello ogni Cerbero era libero di scatenare il suo inferno. I capi erano distribuiti dall’alto, per emanazione. I vertici erano gli eletti, i nominati. Non c’era da domandarsi che merito avessero o da dove venissero. Erano eletti e basta, erano papaveri.
Ora, la cosa più angosciante era che un mostro così sconnesso e dinoccolato sarebbe morto presto, crollando sui suoi piedi e schiantandosi con la sua grande testa, sostituita da creature del mercato più snelle e dinamiche. Ma il mondo era pieno di moloch come lui, che cambiavano le regole del gioco e si sostenevano l’un l’altro, divorando ogni altra creatura papera comparisse sul mercato. Così i moloch restavano i moloch, i papaveri restavano papaveri. E anche i paperi paperi (continua).
Link e approfondimenti
• Un articolo di Emma Gatti su Spacewatch.global, in occasione della conferenza IAC2024, in cui l’autrice denuncia la retorica del genio italiano e molti altri difetti del nostro sistema. C’è da dire che, nonostante le critiche siano fondate, a parere di chi scrive la conferenza nel complesso è riuscita bene.
• Il libro Why Do So Many Incompetent Men Become Leaders? (And How to Fix It) di Tomas Chamorro-Premuzic, ripreso da un articolo di McKinzey&Comany.
• Un altro di McKinzey&Comany sull’imporanza del talento per la crescita delle aziende: Achieving hypergrowth: it’s all about people.


