In difesa del merito e del talento 1. La classe dirigente

Che cosa serve davvero per risolvere le disuguaglianze di genere, la fuga dei cervelli, i salari bassi, la cattiva politica e gli altri innumerevoli mali del Paese. Prima parte.

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In difesa del merito e del talento 1. La classe dirigente

Che cosa serve davvero per risolvere le disuguaglianze di genere, la fuga dei cervelli, i salari bassi, la cattiva politica e gli altri innumerevoli mali del Paese. Prima parte.

A parole tutti elogiano le competenze, il merito, il talento. Nella realtà pochi li premiano e li coltivano. Perché la nostra società si basa di fatto su ben altri fattori, ai quali la classe dirigente e quella politica si conformano. 

Made in Italy

L’Italia è sempre stata ricca di talenti, e lo è ancora. In tempi non lontanissimi siamo stati pionieri nella fisica nucleare, con Enrico Fermi. Nell’informatica, con Adriano Olivetti. Nella chimica, con Giulio Natta. Ancora oggi abbiamo punte di eccellenza nella moda, nell’ingegneria, nell’automazione industriale e in innumerevoli piccole nicchie nascoste in ogni angolo del Paese. Ma se guardiamo i conti pubblici, gli sprechi, la qualità e la remunerazione del lavoro, il fallimento è evidente. Perché? Al di là della retorica, il punto vero è che la società in generale – e la classe politica e dirigente in particolare – non hanno mai premiato nei fatti le competenze, il merito e il talento. 

Lo dice la Costituzione

Se fosse rispettata la Costituzione, il problema nemmeno si porrebbe. L’articolo 3 recita infatti: ”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Un principio sacrosanto, che pone la piena realizzazione dell’individuo alla base della società e della democrazia.

Peccato solo che questo principio sia calpestato ogni giorno da una classe dirigente e politica che non ha alcun interesse ad agevolare “il pieno sviluppo della della persona umana” (riferito agli altri); ma al contrario a costruire barriere di ordine economico e sociale che tutelano poteri piccoli e grandi a scapito di una maggioranza relegata ai margini.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” 

Il potere è abile a perpetuarsi. Controlla l’informazione, premia il servilismo e la compiacenza, coltiva la burocrazia, si nutre dell’ipertrofia delle leggi, padroneggia la corruzione, distribuisce regali, ama assumere l’atteggiamento del buon padre verso il figliol prodigo. Così capita che i ruoli di responsabilità siano spesso ricoperti da persone che si ritengono insostituibili, in realtà sono mediocri. E il mediocre non incoraggia il talento, perché ne ha paura: teme che possa metterlo in cattiva luce o addirittura fargli le scarpe, perché lui, il mediocre, non sa far altro che le scarpe agli altri per progredire. Quello è il suo mestiere. Non si rende conto, invece, che il talento, se coltivato e stimolato, può restituire mille volte di più a lui, all’azienda, alla società. Il mediocre non premia il merito degli altri, piuttosto se ne appropria. Non riconosce le competenze, perché deve sempre dimostrare di essere lui il migliore, il più bravo, il più grandioso (il mediocre è spesso anche un po’ narcisista). Il mediocre elogia la cooperazione, ma pratica il divide et impera. Non valorizza, schiavizza. Nelle scuole di management si insegna che le aziende si devono muovere per perseguire obiettivi in linea con una strategia chiara e ben definita, agevolando lo scambio di informazioni su tutti i livelli dell’organizzazione, nell’interesse generale. Ma il mediocre nasconde gli obiettivi, perché non se ne vuole assumere la responsabilità; anzi, la sua abilità consiste nel cambiare gli obiettivi in corso d’opera, perché spesso non è in grado di raggiungerli. E nasconde le informazioni, perché su quella asimmetria si basa il suo potere. Non ha nemmeno una strategia, perché altrimenti la dovrebbe rispettare. L’unico vero interesse che ha è il suo, e in particolare quello di legittimarsi nel suo ruolo a scapito degli altri, salvo poi sostenere che si sacrifica per loro. La mediocrità ha tante facce; e la più pericolosa è quella che si nasconde in ciascuno di noi. Ma è proprio questa che il mediocre, invece di combattere, beatamente ignora.

In un Paese come l’Italia, il potere è sempre stato in grado di formare giovani di talento altamente competenti, salvo poi ostacolarli nell’accesso alle leve di comando. Se li avesse valorizzati, il costo della formazione sarebbe stato un investimento ad alto rendimento, e il Paese sarebbe cresciuto. Invece ha cercato di sfruttarli, con il risultato che chi ha potuto se n’è andato all’estero, mentre il resto è sotto gli occhi di tutti (continua).  

Link e approfondimenti

• Un articolo di Emma Gatti su Spacewatch.global, in occasione del congresso IAC2024, in cui l’autrice denuncia la retorica del genio italiano e molti altri difetti del nostro sistema. C’è da dire che, nonostante le critiche siano fondate, a parere di chi scrive l’evento nel complesso è riuscito bene.
• Il libro Why Do So Many Incompetent Men Become Leaders? (And How to Fix It) di Tomas Chamorro-Premuzic, ripreso da un articolo di McKinzey&Comany.
• Un altro di McKinzey&Comany sull’imporanza del talento per la crescita delle aziende: Achieving hypergrowth: it’s all about people.

 

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