I dilemmi della bioetica

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I dilemmi della bioetica

Dalla clonazione all’editing genetico, la crescita tumultuosa di scienza e tecnologia rende oggi praticabili cose un tempo neppure immaginabili. Parallelamente, si moltiplicano le domande sulla liceità delle scelte e chi abbia titolo per operarle: al punto che, già solo per quanto riguarda la medicina e la stessa biologia, si è reso necessario elaborare un pensiero etico con una propria identità rispetto all’etica tout court e anche una propria denominazione – bioetica – con un vero e proprio atto di nascita: il saggio dell’oncologo Van Rensselaer Potter II (1911-2001) Bioethics. Bridge to the Future, dove si sottolinea l’importanza di un ponte tra il terreno della filosofia – al quale l’etica appartiene – e quello della scienza, particolarmente quella della vita, che sempre più ha bisogno, per il suo agire, di una guida anche di carattere morale.

La bioetica è un termine che andrebbe declinato al plurale, fa osservare il filosofo Hugo Tristram Engelhardt (1941-2018), dipendente com’è dalla concezione filosofica di cui è parte: si pensi, per esempio, all’aborto volontario o all’eutanasia visti da credenti di fedi diverse o da atei. Senza contare i casi, ancora più complessi, dove la scelta non è guidata da princìpi già definiti, ma affidata pressoché interamente a valutazioni soggettive.

Per uscire dall’astrazione ecco, tra i molti, un caso concreto. Esistono oggi possibilità diagnostiche assai precoci, addirittura prenatali. Immaginiamo allora che una donna abbia il fondato sospetto che suo figlio possa essere affetto da córea di Huntington e ne richieda l’accertamento mediante la ricerca dei segni genetici: si tratta infatti di una forma patologica ereditaria che viene trasmessa ai figli con una probabilità del 50%.

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Neuroni affetti da corea di Huntington.

Questa malattia si caratterizza per una degenerazione neurologica che comporta violente scosse muscolari incontrollabili, gravi alterazioni della sfera cognitiva e un decesso precoce. Però si manifesta tardivamente, a 40-50 anni, mentre fino a quel momento il paziente gode di perfetto benessere. Se la risposta agli accertamenti diagnostici è positiva, alla madre si presenta un dilemma: rivelare o no al figlio – quando abbia raggiunto l’età adulta – la sua condizione? Un sì equivale a condannarlo a qualche decennio di un’inutile angosciosa, disperante attesa di drammatiche sofferenze che si concludono solo con la morte. Il no però espone al rischio che lui, nella fase asintomatica, generi a sua volta una prole la quale, nella metà dei casi, sarebbe affetta dalla stessa gravissima condizione patologica. Una terza via – quella di convincerlo a rinunciare alla paternità senza giustificarne il motivo – appare incerta e poco praticabile. Qual è allora il criterio per una scelta? Quello del male minore? E chi, se non colui che vi è esposto, può giudicare dell’entità di un male? Chi ne è esente (anche la madre) non può – al netto degli aspetti emozionali – far altro che decidere in base a criteri razionali: ma esistono, come per il calore o l’elettricità, unità di misura della sofferenza che rendano comparabili tra loro diverse fattispecie di dolore?  

Fino a qualche decennio fa, la cultura prevalente nel nostro mondo mediterraneo era quella di tacere pietosamente la verità ai pazienti affetti da forme morbose gravi ad esito infausto: attualmente, però, anche da noi prevale la considerazione del diritto del malato a conoscere la sua condizione. Ma qui non si tratta di informare un malato bensì una persona che, del tutto asintomatica com’è, è assimilabile a un sano. Ciò che va posto a confronto è una certezza – quella della sicura devastazione dell’esistenza di un individuo ignaro e ancora in perfette condizioni – contro due incertezze, quantunque gravissime se si realizzano: la prima è che quella che costui voglia o possa diventare genitore oppure no e la seconda che, in caso affermativo, il figlio erediti o non la malattia. Tutto questo conferma che di bioetiche, e non di bioetica, si dovrebbe parlare, e non soltanto a causa dei tanti codici morali elaborati dalle diverse culture, ma anche perché nessuno di essi può prevedere gli infiniti dettagli possibili di ogni circostanza, lasciandoci comunque soli di fronte alla decisione finale. Ma la solitudine è il prezzo della libertà.

Francesco Piscitello

Francesco Piscitello è stato durante l’intera vita professionale cardiologo ospedaliero, e nel corso della sua attività ha maturato l’interesse per i temi bioetici. È autore di numerose raccolte poetiche e ha svolto attività pubblicistica per le riviste Eos e Odissea.

Per saperne di più

V. R. Potter: Bioethics. Bridge to the Future. Prentice Hall (1971).

H. T. Engelhardt Jr., The Fundations of Bioethics. Oxford University Press (1986).

Francesco Piscitello
Francesco Piscitello è stato durante l’intera vita professionale cardiologo ospedaliero, e nel corso della sua attività ha maturato l’interesse per i temi bioetici. È autore di numerose raccolte poetiche e ha svolto attività pubblicistica per le riviste Eos e Odissea.

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