Sono passati molti anni da quando è successo; ma è arrivato per me il momento di mettere giù i miei pensieri e di scrivere questa storia. Le vicende che narrerò mi hanno infatti profondamente colpito, rischiando di mettere in discussione alcune mie convinzioni molto radicate.
Tutto cominciò nel 1996. All’epoca lavoravo come psichiatra nel Centro di Salute Mentale di Chivasso, in provincia di Torino. Durante una mattinata di visite, mi capitò di avere un colloquio con una paziente di 45 anni che chiamerò Angela.
Tra alti e bassi
Angela era stata seguita in precedenza dal servizio psichiatrico di Collegno, un comune adiacente a Torino, e aveva con sé una documentazione che attestava una diagnosi di disturbo bipolare, una condizione che si può curare ma da cui purtroppo raramente si guarisce, caratterizzata grosso modo da un’alternanza di fasi depressive e di fasi maniacali di iperattività. Quando la vidi la prima volta, era in sovrappeso e camminava reggendosi con fatica a due stampelle. Si sedette di fronte a me e sorrise. Durante il colloquio fu gioviale, mi suscitò simpatia. E mi raccontò brevemente la sua storia clinica. Per non dilungarmi troppo, gli episodi più significativi erano stati due.
Nuda al mercato
Alcuni anni prima, durante una grave crisi depressiva, si era gettata dalla finestra e aveva riportato varie fratture, di cui alcune gravi al bacino. Il secondo episodio, meno drammatico e più recente, era accaduto nel corso di una crisi maniacale: si era spogliata, era uscita di casa ed era andata nuda a passeggiare tra le bancarelle del mercato di Collegno, in quella circostanza molto affollato. Qualcuno aveva chiamato la forza pubblica e in seguito il servizio psichiatrico. Ne era scaturito un ricovero coatto al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale di Rivoli.
Controllai la terapia che stava seguendo e gliela confermai. Assumeva Carbolithium, il principale stabilizzatore dell’umore, più altri farmaci che le erano stati prescritti dal neurologo. L’umore era stabile. Mi accennò brevemente alla sua famiglia e disse di avere un marito africano. Aveva avuto altre crisi ai tempi di Collegno e ne confessò il motivo: si autosospendeva regolarmente le terapie, facendo disperare i medici che la seguivano. Da qualche tempo non l’aveva più fatto, poi lei e il marito si erano trasferiti a Chivasso.

Dopo averle dato alcuni appuntamenti, ai quali si era sempre presentata da sola, venne infine con il marito per farmelo conoscere. Era un uomo un po’ più giovane di lei, vestito in doppiopetto e dall’aspetto deciso, con un fare pragmatico quasi manageriale. Lo chiamerò J.K.
“Con queste cose non si scherza”
J.K. mi disse che era di Cotonou, in Benin. Si stupì quando gli dissi che conoscevo la città e gli chiesi se fosse fon, un’etnia che pratica la religione vudù (v. approfondimento in fondo all’articolo). «Con queste cose non si scherza», mi avvertì immediatamente, percependo il mio interesse. «Io vivo qui e non ci penso più di tanto; ma là è diverso». Poi lasciò cadere l’argomento. Mi raccontò che aveva studiato e che si era laureato in ingegneria al Politecnico di Torino; ma che aveva trovato un’attività più redditizia. Essendo appassionato di musica, aveva prima lavorato come disc jockey nelle principali discoteche della città per pagarsi gli studi. Ma poi, accorgendosi che c’era la possibilità di ottimi affari, aveva messo su un commercio di compra-vendita di dischi che gli rendeva molto bene. Riforniva le principali discoteche e molti locali in città. Di certo non aveva problemi economici.
Qualche tempo dopo, J.K venne a trovarmi da solo. Era preoccupato per la moglie, che a suo parere stava nuovamente saltando le terapie. Lui gliele controllava; ma non era sempre presente. Era spesso via per lavoro e lei stava ricominciando a comportarsi in modo bizzarro. Mi disse anche che aveva intenzione di fare un viaggio in Africa, perché voleva portare sua moglie in Benin dai suoi familiari di lì a qualche mese. C’erano stati insieme in una sola occasione alcuni anni prima.
Viaggio in Africa
Non più di due mesi dopo quel colloquio, Angela mi informò che sarebbero partiti. Fu in quell’occasione che mi parlò per la prima volta della famiglia del marito. Il padre, disse, era un gran sacerdote vudù conosciuto in tutta Cotonou. Mentre la madre e sua sorella praticavano riti di magia bianca. J.K. aveva intenzione di far curare Angela dai suoi familiari.

I due andarono in Benin e si fermarono più del tempo stabilito, circa tre mesi. Al ritorno, Angela mi telefonò subito chiedendomi un appuntamento. Ero preoccupato per lei.
Scacciare il male
Quando la vidi era di buon umore, sembrava perfino divertita. Mi raccontò che era stata bene, nonostante le “stranezze”. Alla mia richiesta di chiarimenti, rispose che era stata sottoposta dalla madre e dalla sorella del marito a riti propiziatori per scacciare il male dentro di lei.
Il primo di questi riti, divertente e gioioso, si era svolto su una spiaggia assolata. Un gruppo di giovani donne – alcune a seno nudo, altre con lunghi vestiti bianchi a guisa di vestaglie virginali – le giravano intorno cantando e ballando. Gridavano “Cazzo! Cazzo! Cazzo!” e contemporaneamente le spruzzavano acqua addosso, credo con intento purificatorio. Mi venne in mente il rito cristiano dell’aspersione con l’acqua santa, con l’aggiunta di un pizzico di sensualità.
Il secondo rito – molto più cupo, oscuro, raccapricciante – si svolse di notte alcuni giorni dopo. La sorella del marito la condusse a un crocevia deserto di campagna. Aveva con sé una pala e un sacco con qualcosa che si muoveva dentro. Quel qualcosa si lamentava. Angela, emozionata e anche un po’ spaventata, non capì inizialmente di che cosa si trattasse. La donna le ordinò di rimanere ferma in piedi senza voltarsi, si mise dietro di lei e iniziò a scavare. Seppellì vivo un gatto, pronunciando contemporaneamente frasi in lingua fon a lei incomprensibili. Angela sentì i miagolii che a mano a mano si affievolivano e in quel momento capì che cosa stava succedendo.
Una strana emorragia
Dopo quel colloquio, per qualche tempo non sentii ne vidi più nessuno, finché J.K. non venne a trovarmi. Era successo un evento drammatico: Angela aveva avuto un’emorragia cerebrale. «Per fortuna non ho perso tempo», mi disse il marito. «L’ho fatta subito portare in una clinica neurochirurgica in Lombardia, dove la conoscevano perché era stata seguita anni prima per il tentato suicidio. Lì è stata operata d’urgenza, sono intervenuti sul lobo temporale dove c’era l’emorragia».
Guarita
Fortunatamente l’intervento riuscì e la degenza proseguì bene. Ma in seguito non ebbi più notizie da parte loro per molto tempo, finché Angela rispose a una mia telefonata e venne in ambulatorio per parlarmi. La vidi serena. Mi disse che da tempo aveva sospeso tutte le terapie, perché non aveva più avuto crisi né oscillazioni dell’umore in un senso o nell’altro. Rimasi stupito. Di tempo ne era passato tanto; e pensai subito che, da quello che sapevo, per rimuovere l’emorragia i chirurghi erano intervenuti proprio nel lobo temporale sul sistema limbico, che gioca appunto un ruolo importante nella regolazione della risposta emozionale e comportamentale. Ma non potevo avere certezze: da un disturbo bipolare di quella gravità non si guarisce veramente se non in rarissimi casi, e in nessun caso è previsto l’intervento chirurgico. Angela invece sembrava guarita del tutto. E senza prendere più alcun farmaco. Tutto era accaduto subito dopo il viaggio in Benin. C’era forse un nesso di casualità con i riti vudù? O no? Queste domande mi tormentavano.

Alcuni anni dopo, nonostante lavorassi ormai in un’altra città, decisi con una collega di andare a trovare J.K. nel suo negozio di Torino. Mi ero messo in testa di scrivere la storia, di indagare sulla cura delle malattie mentali in Benin e in Togo attraverso il vudù e compararla con le nostre cure occidentali. Quello di J.K. più che un negozio era in realtà un piccolo fortino in cui lui stava asserragliato con i suoi dischi e i suoi impianti stereo come un signorotto medievale. Lo trovai stranamente invecchiato. Chissà? Che gli affari non gli andassero più così bene? Tutto intorno c’era un gran disordine; ma forse era questo il suo modo creativo di lavorare. Parlammo per un po’, mi raccontò che suo fratello era entrato all’interno di un tronco e si era ritrovato in un’altra dimensione. Per lui esistevano altri mondi, mondi paralleli. “Aveva assunto allucinogeni?”, gli domandai sorridendo. Non mi rispose, mi disse solo che Angela stava bene. Quando ci salutammo, si avvicinò poggiandomi una mano sulla spalla e si rivolse a me sulla soglia del negozio. La sua ultima frase fu: “Te lo farò scrivere il tuo libro!”
Ma a causa degli imprevisti della vita non lo scrissi, né sono più andato in Togo o in Benin.
Roberto Masutti
Due parole sul vudù
Parlando di vudù bisogna innanzitutto dissipare gli equivoci, e ce ne sono tanti: il vudù è una religione africana, con tanto di divinità e di sacerdoti officianti. Ed è una religione esoterica, i cui segreti sono riservati agli iniziati. Viene praticata dai fon del Benin e dagli ewe del Togo e del Ghana fin dall’antichità. Ed è stata successivamente esportata, attraverso la tratta degli schiavi, dall’Africa all’America Latina, dove come in un gran minestrone si è mischiata con altri culti: quelli dei kongo del Congo, degli yoruba della Nigeria, degli ouarchi del Ghana. E perfino con il cristianesimo. Tutto questo ha prodotto in un incredibile sincretismo religioso il vudù caraibico diffusosi con modalità differenti ad Haiti (vudù), a Cuba (santeria e palo mayombe), in Brasile (macumba e candomblé) e in Louisiana.
Possessione
Tralasciando il vudù caraibico e tornando all’Africa, in tutte le religioni africane esiste un dio supremo, sommo creatore, che a sua volta ha dato vita ad altre divinità secondarie a lui subordinate. Il dio creatore è un dio lontano; sono le divinità secondarie che si occupano degli uomini. Esse sono forze della natura, immateriali, potenti, che non possono essere percepite dagli uomini se non quando si impossessano di loro. Ciò avviene attraverso la trance, per mezzo di riti e danze. Durante la possessione, la presenza del dio è rivelata da convulsioni, da scosse in tutto il corpo, da gesti selvaggi e da sguardi eccitati, tutte cose che non vengono riferite all’uomo ma allo spirito che è entrato in lui.
Ciascun dio ha la sua propria estasi, intesa come l’uscita da sé dell’anima che, sciolto il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce temporaneamente un intenso contatto con il divino. Ci sarà dunque un’esperienza mistica del fulmine, della tempesta, del vento, dell’acqua, dell’oceano, dell’erba magica eccetera, in base a quale divinità appartengono quegli iniziati.
Magia bianca e magia nera
I sacerdoti vudù si avvalgono abitualmente di rituali magici di magia bianca. Alcuni stregoni, però, praticano la magia nera. Entrambi si avvalgono di statuette (i feticci) da loro preparate che sono nella maggior parte dei casi protettive; ma che possono essere anche aggressive trasmettendo la malattia, le disgrazie e la morte. In tutta l’Africa vengono praticate la magia bianca e la magia nera; ma i Paesi in cui è più diffusa quest’ultima sono il Congo, il Gabon, il Benin, il Togo e il Ghana.
Divinità principali
Alcune importanti divinità vudù sono:
• Hevioso (Shango per gli yoruba), dio del tuono e del fulmine.
• Legba (Eshu per gli yoruba), guardiano protettore.
• Ayzan, antica divinità protettrice identificata con la crosta terrestre.
• Loko, dio della fecondità che risiede nell’omonimo albero sacro.
• Sakpata (Shapanan-Omolou per gli yoruba) temuto dio della peste e delle malattie contagiose.
• Dan (Oshoumarè per gli yoruba) il serpente simbolo della continuità e del rinnovamento.
• Goun (Ogoun per gli yoruba), dio del ferro

Link e approfondimenti
• L’arte dei gemelli yoruba su Josway.


