I pellerossa d’Africa

L'incontro con il popolo degli Himba, che vive ai margini del deserto e si tinge il corpo di rosso con polvere di ocra.

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I pellerossa d’Africa

L'incontro con il popolo degli Himba, che vive ai margini del deserto e si tinge il corpo di rosso con polvere di ocra.

È mezzogiorno del 23 gennaio; nel Kaokoland la temperatura supera già i 40 gradi. Il sole, quasi allo zenith, appiattisce tutte le ombre e rende ancora più abbagliante la sabbia chiara del letto asciutto del fiume.

Primo incontro

In questo violento chiarore ecco apparire la sagoma longilinea di una donna che si reca al pozzo. Sul capo, con un’eleganza degna di un’indossatrice parigina, porta un contenitore cilindrico in legno. Attraversa il terreno sabbioso fino ai margini di una grande buca dove scopro con sorpresa altre due giovani donne intente a raccogliere, con piccole zucche, l’acqua melmosa che filtra dalla sabbia.

Mi soffermo a guardarle presso il margine del pozzo, e una delle donne, come gesto di ospitalità mi offre, con un sorriso, dell’acqua. Con una certa riluttanza, che cerco di non far trasparire nella mia espressione, ne assaggio un sorso. In questo arido territorio, l’offerta di una tazza d’acqua è un dono veramente prezioso. Ritorno alla mia 4×4 e cerco qualche oggetto per ricambiare il loro atto di gentilezza; una saponetta profumata che si passano di mano in mano e viene lungamente annusata, le rende felici.

Il mio soggiorno fra gli Himba nacque così, da un incontro casuale e spontaneo come sanno essere i momenti con queste popolazioni.

Kaokoland - paesaggio
Paesaggio del Kaokoland (M. Levi).

Nel villaggio

Dopo pochi minuti, portandosi sempre sul capo i contenitori per l’acqua, le donne mi fanno segno di seguirle. Ci addentriamo lungo uno stretto sentiero fra la vegetazione spinosa che si sviluppa ai margini del fiume. Camminiamo poi ancora per qualche centinaio di metri su di una pietraia arida e dietro ad una collinetta ecco apparire 5 o 6 capanne a forma di igloo costruite con rami e fango. Alcuni bambini e delle donne siedono davanti all’ingresso delle                     capanne, poco più lontano alcuni uomini fumano all’ombra di sparute acacie. Subito mi si fanno intorno numerosi Himba chiedendomi, per mezzo di gesti, le medicine per curare i più strani malanni. Chi si comprime il capo fra le mani come per indicare dolori lancinanti alla testa, chi si sfrega lo stomaco facendo smorfie di dolore, chi si scopre qualche ferita non ancora cicatrizzata,chi mostra una deformazione probabilmente congenita. La medicina dell’uomo bianco è senza dubbio ancora interpretata da queste popolazioni primitive come una forma di magia in grado di risolvere qualsiasi problema.Qualche aspirina e qualche compressa di vitamine portano un attimo di felicità.

Un po’ di storia

Le prime notizie sugli Himba risalgono ai primi anni del 1600, quando il navigatore portoghese Cerveiro Pereira, stabilì un presidio nel sud dell’attuale Angola. Egli entrò in contatto con questo popolo di allevatori nomadi che chiamò “il popolo dei leoni” forse per le pelli di leone che alcuni capi villaggio utilizzavano come abbigliamento. Fu probabilmente per traslitterazione che questo soprannome (lingua Swahili leone = simba) divenne Himba.

Solo poche notizie pervennero quindi attraverso i marinai portoghesi concentrati lungo le più ospitali coste dell’Angola. Non si hanno invece notizie di alcun marinaio che sia penetrato nel Kaokoland, la terra che abitano. Gli unici riferimenti riguardano la costa della Namibia, ora chiamata Costa degli Scheletri, che separa il territorio del Kaokoland dal mare.

Conquista recente

Il Namib, il più antico deserto del mondo, risultò una barriera impenetrabile agli Europei per circa 250 anni e fu solo dopo il 1860 (quindi solo 160 anni fa) che la prima spedizione europea raggiunse il Kaokoland.

Oggi ovviamente non è più così difficile raggiungere questa zona, anche se per percorrere le disastrate piste di questa regione bisogna disporre di un automezzo fuoristrada perfettamente equipaggiato, di una buona esperienza sia di navigazione con il Gps sia di meccanica e… molto tempo a disposizione.

Gente Himba
Una famiglia davanti alla sua capanna (M. Levi).

Problemi di lingua

Komiho, così era chiamato il capo, mi rivolge uno stentato “welcome” e mi fa capire di rimanere presso di loro per la notte. Mi spiega anche di aver imparato qualche parola di africaans (la lingua locale, simile all’olandese) e di inglese facendo da guida per le truppe sudafricane che fino una trentina di anni fa pattugliavano il deserto allo scopo di prevenire le infiltrazioni dei guerriglieri della Swapo, dalle loro basi in Angola.

Il crepuscolo avvolge il villaggio e davanti alle capanne si alzano la fiamme dei fuochi alimentati con i rami spinosi delle acacie. Il fuoco non dovrà mai spegnersi, perché è associato alla presenza degli antenati della comunità. La conversazione non decolla per la carenza di vocaboli inglesi del capo; penso che il suo vocabolario non comprenda più di una decina di parole.

Cena prelibata

Komiho però fa di tutto per essere gentile e ci fa portare quello che per gli Himba è il massimo della prelibatezza: la lingua e gli occhi bolliti di un capretto. Sarebbe un’offesa rifiutarne almeno a un assaggio e con grande sforzo sorrido e ne stacco dei pezzetti microscopici. Finalmente tutti vanno a dormire e anche noi ci sistemiamo con i nostri sacchi a pelo a fianco della Toyota.

Il risveglio

Alle prime luci dell’alba, il kraal si sveglia lentamente dal suo torpore e gli Himba si radunano attorno ai fuochi per riscaldarsi. Le notti, nonostante la calura delle giornate, sono piuttosto fresche.

La cerimonia del latte

Le donne, seguite dai bambini, si dirigono verso i recinti degli animali per la mungitura. Secondo il costume Himba, il capo villaggio deve presiedere la cerimonia del latte che, con la carne di capra, costituisce l’alimento essenziale. Ogni donna gli porge il recipiente contenente il prodotto dei propri animali. Dapprima Komiho ne beve qualche sorso, poi si accontenta di immergere un dito e quindi leccarlo. Dopo questa approvazione, le donne possono ritornare alle loro capanne per distribuire il latte alla famiglia. Questo rito evidenzia concretamente la supremazia del capo sul proprio clan, ma permette anche di creare un legame all’interno della comunità.

Gerarchia

Presso gli Himba il culto della gerarchia è una necessità vitale, poiché il loro status di pastori votati al nomadismo li espone a numerosi conflitti con le etnie concorrenti. Le decisioni sono quindi applicate con il massimo rigore e disciplina.

Donna Himba
Una giovane donna Himba, con al collo una conchiglia simbolo di fertilità (M. Levi).

Preziosa ematite

Passeggio per il campo soffermandomi a guardare le attività giornaliere di questa gente. Le donne, che nutrono un culto particolare per la bellezza del corpo, si spalmano tutti i giorni il corpo con un miscuglio di grasso animale colorato con polvere di ematite (ocra). Questa pietra rossa gioca un ruolo essenziale nella loro vita, e percorrono anche enormi distanze per procurarsela. In tutto il Kaokoland infatti esiste un solo giacimento, scavato con tecniche antiche quanto rudimentali.

I lineamenti fini, i corpi slanciati e alcune usanze degli Himba, ricordano molto da vicino le popolazioni nilotiche dell’Africa Orientale come quelle dei Masai, dei Dinka, dei Turkana. Ma è una falsa impressione, perché gli Himba sono di origine bantù e nulla li collega a quelle popolazioni.

La sacra conchiglia

Grandi quantità di gioielli di ferro e di cuoio ornano la pelle rossastra delle donne, ma è un cono bianco appeso al collo l’oggetto a cui danno più valore. Simbolo di fertilità strettamente riservato alle donne sposate, questa conchiglia sacra viene trasmessa di generazione in generazione. Questa tradizione, come molte altre, è parte integrante della vita di questo popolo del deserto.

Gli Himba non hanno bisogno di essere incoraggiati per rimanere “tradizionali”. Ciò di cui questa popolazione ha bisogno è continuare a mantenere i propri diritti sulla terra e sull’acqua, il diritto a controllare le proprie risorse e soprattutto la libertà di scegliere il proprio futuro.

 

 

Nota geografica

Cinquemila Himba vivono sui circa 50.000 chilometri quadrati del Kaokoland, che è esteso come Lombardia e Piemonte messi insieme. Altri duemila abitano sulle rive angolane del fiume Kunene. Come tutte le nazioni ereditate dall’epoca coloniale, quelle della Namibia (30.000 km quadrati con 2,5 milioni di abitanti) non rispettano le divisioni etniche. I popoli Herero, Ovambo e Boscimani sono suddivisi tra questa antica colonia tedesca (ex-Africa del Sud-Ovest) e gli Stati confinanti: Angola e Botswana. In seguito agli accordi siglati nel dicembre 1988, l’Africa del Sud, che occupava ancora il territorio della Namibia, si impegnò a evacuare le proprie truppe in cambio del ritiro delle forze cubane dall’Angola. Il 31 marzo 1990, dopo le elezioni che si sono svolte sotto il controllo dell’Onu, è stata dichiarata l’indipendenza della Namibia.

 

 

Maurizio Levi
Maurizio Levi
Maurizio Levi è milanese, laureato in chimica, esperto in geologia, appassionato viaggiatore fin dall’età di 18 anni. Dopo quindici anni in giro per il mondo, ha deciso di dedicarsi all'organizzazione di viaggi e spedizioni soprattutto in Africa, creando il Tour Operator I Viaggi di Maurizio Levi. Ha attraversato il deserto del Sahara un centinaio di volte e altrettante quelli dell’Arabia. Ha viaggiato in oltre 120 Paesi, ha partecipato e ha vinto il Camel Trophy nel 1984 (primo italiano). Nel corso della sua attività professionale, ha organizzato spedizioni esplorative e scientifiche (per musei e università) in aree del Sahara dove non era mai arrivato nessuno prima. È uno dei più qualificati esperti italiani del Sahara e della Penisola Arabica. Ha collaborato con varie riviste di viaggi ed è autore delle due guide della casa editrice Polaris “Sudan del Nord” e “Oman”, e di un libro sulla Penisola Arabica.

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Le vibrazioni di una ragnatela trasformate in suoni, progetto di sonificazione realizzato al MIT di Cambridge, Usa (Ian Hattwick, Isabelle Su, Christine Southworth, Evan Ziporyn, Tomás Saraceno e Markus Buehler).

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