Guido Keller, “l’ardente disperato”

Ritratto di Guido Keller, aviatore anticonformista che come e più di d'Annunzio trasformò la sua vita in arte. Fu con lui a Fiume e con lui riposa al Vittoriale degli Italiani sul Lago di Garda.

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Guido Keller, “l’ardente disperato”

Ritratto di Guido Keller, aviatore anticonformista che come e più di d'Annunzio trasformò la sua vita in arte. Fu con lui a Fiume e con lui riposa al Vittoriale degli Italiani sul Lago di Garda.

Moschettiere dell’aria, temerario, eroe di guerra, folle, corsaro, dandy, burlone, nudista, testa calda, ardito, anarchico, patriota… si potrebbe continuare fino a sommergerla di etichette, e sempre l’anima scandalosa, inquieta, scellerata, anticonformista di Guido Keller, l’uomo che come e più di D’Annunzio trasformò la vita in arte, rimarrebbe un insondabile enigma: refrattario agli schemi, e più di tutto alle ideologie.

Asso di cuori

Straordinaria e inclassificabile è infatti la vicenda umana di questo rivoluzionario dal sangue blu, rampollo nell’aristocratica schiatta dei Keller von Kellerer, facoltosi industriali elvetici della seta trapiantati a Milano. Carattere insofferente e febbrile, nell’esclusivo collegio svizzero dove da ragazzo lo parcheggia la famiglia resiste solo due anni. Talento naturale e fenomenale di pilota, il brevetto preso a tempi di record, allo scoppio della Grande Guerra Guido si arruola nella Regia Aeronautica. Il leggendario Francesco Baracca lo vuole nella sua squadriglia dove diventa subito uno degli assi: quello di cuori, come la carta da gioco che il nobiluomo si fa orgogliosamente dipingere sulla carlinga del suo biplano, a mo’ d’insegna araldica. A terra è l’eremita bizzarro che dorme in una grotta; in aria, lo spericolato e imprevedibile predatore dei cieli. Coraggioso al limite dell’incoscienza, disdegna la disciplina formale e spesso vola in pigiama, con un fez da bersagliere e babbucce orientali ai piedi. Con signorile sprezzatura delle convenzioni, talvolta in volo si distrae prendendo il tè con un servizio di porcellana, oppure leggendo Ariosto, Leopardi, Petrarca, Shakesperare; ma questo non gli impedisce di vincere duelli a ripetizione con gli aerei nemici. Sette abbattuti, a decine messi in fuga o ridicolizzati. A fine conflitto ha tre medaglie d’argento, che ovviamente non indosserà mai.

Piloti_91ª_squadriglia
Atlantico Ferrari, L’Asso di cuori. Guido Keller, AGA editrice, 1933.

L’incontro con il Vate

Singolare il suo aspetto: piccolo di statura, sorriso da fanciullo, occhi malinconici, neri come la barba selvaggia e la zazzera di capelli perennemente incolti. Trasandato nel vestire, ma con l’eleganza innata del gran signore. A conflitto concluso, reduce irrequieto di fronte all’orrore della vita di tutti i giorni, il suo cammino intercetta l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio, conosciuto durante il conflitto. L’uno per altro sono gli uomini del destino. Si presenta al Vate con le autoblindo trafugate in un deposito, e con gli altri volontari si getta a capofitto nell’esperienza dionisiaca dell’autoproclamata Reggenza del Carnaro, che come un magnete attira a sé artisti, intellettuali, eccentrici, militari ribelli, visionari e dissidenti di ogni ordine e grado: un’utopia libertaria fuori dagli schemi con quella sua Costituzione, redatta dal  sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, che inneggia al primato della  bellezza, prevede il divorzio (ne approfitta anche Guglielmo Marconi) e l’uguaglianza tra i sessi.

L’avventura di Fiume

Da legionario Keller è l’abitante perfetto della Fiume dannunziana: poeta dell’azione, bisessuale, sfrontato, ardimentoso. “Tu hai l’aria di cercarmi, eppure sono io che cerco te”, gli scrive D’Annunzio estasiato, che lo nomina Segretario d’Azione e comandante della sua guardia personale, ribattezzata “La Disperata”. Ma quando a Fiume i viveri iniziano a scarseggiare, Keller s’inventa anche l’Ufficio Colpi di Mano, per saccheggiare vettovaglie qua e là nel territorio circostante; e i suoi fedelissimi li chiama Uscocchi, come gli antichi pirati serbocroati del Cinquecento. A Fiume Keller trova la vera sua dimensione: con un imberbe Giovanni Comisso, futuro scrittore, fonda la rivista Yoga, sodalizio di creativi nemici delle convenzioni borghesi. Intanto si costruisce una casa su un albero, e da cultore del naturismo passeggia nudo sulla spiaggia, divertendosi a scandalizzare i benpensanti. Nello zaino ha un teschio, a fargli compagnia sulla spalla un’aquila, che ha addomesticato e che ribattezza col suo nome.

Rose sul Quirinale, un pitale su Montecitorio

Keller,_Guido_(1894-1929)
Guido Keller su un pitale.

Intanto però nella Città di Vita si insinua il germe della morte. Il Trattato di Rapallo impone al Vate di lasciare Fiume: col Natale di Sangue, il fuoco amico dell’esercito italiano assediante manderà il sogno dannunziano in pezzi. Prima però Keller compie un gesto di protesta degno di lui, in puro stile dadaista: vola su Roma, gettando rose sul Vaticano e sul Quirinale, in omaggio rispettivamente a San Francesco e alla Regina Margherita, mentre su Montecitorio lancia un pitale pieno di rape e carote, cibo per conigli. A Parlamento e governo, ecco un dono che – scrive in un messaggio mordace – è “la tangibilità allegorica del loro valore”.

In giro nel mondo

La fine mesta e luttuosa dei 15 mesi del baccanale fiumano, con quel Natale di Sangue che negli scontri col Regio Esercito provocherà qualche decina di vittime tra i legionari e il loro ritiro dalla città, per il pilota Keller è un volo verso il basso dal quale non riprenderà più quota. In Turchia tenta di aprire una scuola di pilotaggio, a Berlino sarà improbabile attaché diplomatico in frac e sandali, a Bengasi ufficiale pilota. E ancora, come un Corto Maltese in carne e ossa, vagabonda inquieto per il globo: Brasile, Cile, Perù, Venezuela, sempre col vecchio vizio della cocaina, tipico dei piloti dell’epoca, a tenergli cattiva compagnia. Risale il Rio delle Amazzoni e si improvviserà anche cercatore d’oro, sebbene con maggiordomo al seguito: noblesse oblige. Tornato in patria nel ’28, si avvicina al Futurismo e annusa anche il Fascismo, ma la scintilla non scocca: troppo outsider, troppo ingovernabile e sardonico, soprattutto troppo critico verso le ombre e le piccinerie del regime. Come D’Annunzio, Keller è il simbolo scomodo di un’era da archiviare.

Al Vittoriale, con D’Annunzio

Finisce a svernare in una misera pensioncina di Ostia; e poco tempo dopo muore, a soli 37 anni, il 9 novembre 1929, per un banale incidente d’auto con altri due amici nei pressi di Otricoli, in Umbria. L’eroe pluridecorato finisce sui giornali per l’ultima volta mentre l’inconsolabile D’Annunzio lo vuole con sé al Vittoriale, dove lo veglia una notte intera e lo fa seppellire tra gli amici più intimi sul Colle delle Arche, in quel mausoleo dove pochi anni più tardi lo raggiungerà. Don Chisciotte fuori tempo massimo, ma capace di guardare dentro il proprio abisso personale senza tentennamenti, Keller volle definirsi “L’ardente disperato”. Forse il miglior epitaffio possibile per la beffarda, romanzesca dissipazione di quella sua esistenza meravigliosamente sciagurata.

 

Adriano Monti Buzzetti Colella
Giornalista Rai, saggista e scrittore

 

Link e approfondimenti

• Il libro di Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino (2002).
• Il libro storico di Atlantico Ferrari, L’Asso di cuori. Guido Keller, AGA editrice (1933).

 

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