La rivincita dei Neanderthal

Spesso considerati a torto inferiori a Homo sapiens, i nostri cugini Neanderthal in realtà avevano capacità intellettive, sociali e artistiche non da meno.

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La rivincita dei Neanderthal

Spesso considerati a torto inferiori a Homo sapiens, i nostri cugini Neanderthal in realtà avevano capacità intellettive, sociali e artistiche non da meno.

Hanno corporature robuste, teste grandi, allungate e appiattite, larghe narici e arcate sopracciliari marcate, il mento sfuggente, capelli rossi e castani. Un sole pallido rende ancora più chiara la loro pelle bianca, abituata al freddo. Sono uomini di Neanderthal che stanno per entrare nella grotta di Bruniquel, nei Pirenei francesi. Per farsi luce nel buio fitto hanno acceso lampade di pietra caricate con muschio e midollo preso dalle grandi ossa delle loro prede. Con quel carburante per illuminare, di origine animale, la luce sarà più omogenea e duratura rispetto a una semplice torcia di legno.

Davanti a loro si apre ora un altro mondo, misterioso e immobile, dove ha smesso di fischiare il vento e la temperatura è costante. Troneggiano stalattiti e stalagmiti, tendaggi di calcite, compaiono soffitti aghiformi e colori magnifici, dal giallo all’ocra rossa, dall’arancio al grigio argento. I neanderthaliani costeggiano piccoli laghi sotterranei, qualcuno si ferma a osservare le impronte o i graffi degli orsi che prima frequentavano la grotta per andare in letargo. Il rumore ovattato dei passi copre il tintinnio delle gocce d’acqua, creatrici nel corso di migliaia d’anni del tripudio di forme di calcite.
Gli uomini di Neanderthal, in piccola processione, arrivano in profondità nella grotta, fino a 350 metri, con un compito speciale. Proprio dove si apre una camera naturale lunga 35 metri e larga 25, loro hanno rotto, in altre giornate di attività nella grotta, quattro tonnellate di stalagmiti e con queste creato una sorta di lungo muretto a secco, per descrivere uno spazio circolare di 30 metri quadrati. Ora accendono vari punti luce intorno alla struttura e riprendono il lavoro. Per la costruzione utilizzano pezzi di stalagmiti «standardizzati», lunghi circa 30 centimetri, che vanno a prelevare in un’area vicina, dando un secco colpo in punta, perpendicolare al suolo, affinché si rompano trasversalmente, in modo netto. Elementi più lunghi e pesanti vengono appoggiati come contrafforti e alcuni molto più corti inseriti per riempire i vuoti nel muretto con un perfetto incastro.

Bruniquel
La grotta di Bruniquel, in Francia, dove sono state trovate tracce della presenza dei Neanderthal.

Questo accadeva 176 mila anni fa, quando l’unica specie del genere Homo ad abitare l’Europa e a circolare fra le gole selvagge dell’Aveyron, nei Pirenei francesi, era l’uomo di Neanderthal. Noi, Homo sapiens, eravamo ancora in Africa, culla della nostra e della sua evoluzione, e avevamo la pelle nera. Ma perché un pugno d’individui, così distanti da noi nel tempo (88 volte quello trascorso dalla nascita di Gesù Cristo a oggi), per di più di un’altra specie (Homo neanderthalensis), costruirono una struttura del genere spingendosi 350 metri dentro una caverna? È quello che si sono chiesti e continuano a domandarsi i ricercatori ai giorni nostri di fronte a quest’opera stupefacente, la prima costruzione umana che si conosca e nel contempo la più antica testimonianza dell’uso simbolico di uno spazio ipogeo. Perché una cosa è sicura: la struttura circolare non aveva alcuna utilità pratica. I ricercatori hanno accertato che non era abitativa, non era un’area di macellazione e di focolari domestici, e nemmeno artigianale, per la costruzione di utensili litici o lavorazione di pelli. Quindi la costruzione era molto probabilmente uno spazio rituale. Non sappiamo per quali riti. E probabilmente non lo sapremo mai. Ma se riconosciamo che anche l’uomo di Neanderthal era una specie culturale, come lo è Homo sapiens, l’etnografia ci suggerisce che il cerchio è universalmente lo spazio rituale dei cacciatori raccoglitori, in cui propiziare la caccia o celebrare riti di passaggio, per esempio dall’adolescenza all’età adulta. Se l’archeologia impone di stare ai fatti, la costruzione di stalagmiti di Bruniquel è comunque la prova provata che anche l’uomo di Neanderthal aveva un pensiero simbolico. E non è un fatto isolato.

Abbondanza di prove

Nella grotta spagnola de Los Aviones, presso Cartagena, conchiglie forate e colorate con ocra, e lo stesso ritrovamento nella grotta di coloranti pronti all’uso, dimostra che, 115 mila anni fa, l’uomo di Neanderthal utilizzava collane e pendenti colorati per comunicare lo status degli individui o come marcatori tribali. (…) L’uso dell’ocra, colorante rituale utilizzabile anche a livello corporale, è stato documentato nel Neanderthal sin dal suo esordio, 400 mila anni fa, a Terra Amata (Francia). Oppure a Maastricht-Belvedere, nei Paesi Bassi, fra i neanderthaliani di 200 mila anni fa. Sempre in un sito francese, invece dell’ocra essi utilizzavano pigmenti neri di ossido di manganese. L’uso ornamentale e simbolico di artigli di rapaci, che venivano appesi al collo con cordicelle, è stato documentato nel sito di Crapina (Croazia) di 130 mila anni fa. Nella grotta di Fumane, in provincia di Verona, segni di taglio sulle ossa di uccelli indicano che i neanderthaliani si procuravano le penne remiganti di rapaci e corvidi probabilmente per fare copricapi, come gli indiani d’America. Le incisioni su un osso di iena trovato a Les Pradelles (Francia) e risalenti a 60 mila anni fa, rivelano invece una probabile volontà numerica, persino prima che nei Sapiens. Andando avanti nell’elenco della produzione simbolica dei neanderthaliani, a Gorham Cave, Gibilterra, le incisioni astratte furono indubbiamente intenzionali, poiché a livello di analisi e sperimentale si è stabilito che per farle occorreva passare come minimo 180 volte uno strumento appuntito nella roccia, una dolomia piuttosto dura. (…) Anche nel campo dei disegni in grotta, il Neanderthal sembra avere stabilito un primato temporale. È avvenuto in alcune caverne spagnole in un periodo che va da 66,7 a 64,8 mila anni fa: a La Pasiega, linee rosse formano un disegno astratto che ricorda una scala; a Maltravieso, orme di mani su parete furono realizzate soffiando dell’ocra rossa sul loro dorso; ad Ardales, il pigmento rosso è stato usato su una stalagmite.

Davanti a queste evidenze e a molte altre, si deve concludere che la capacità simbolica, a lungo considerata un’esclusiva della nostra specie, non è giunta in Europa dall’Africa, con l’arrivo di Homo sapiens, ma si è sviluppata parallelamente in Europa e in Africa nelle due specie sorelle (Sapiens e Neanderthal) separate dal Mar Mediterraneo.

Testo tratto dal Libro Neanderthal, l’altra umanità (Espress) di Franco Capone. 

Libro CaponeNel libro si trasferisce per la prima volta all’Uomo di Neanderthal il principio dell’antropopoiesi, secondo cui il comportamento veniva determinato non tanto dalla specie in sé, quanto dalle varie culture di appartenenza, proprio come nell’Homo sapiens, in pratica da diverse comunità etnolinguistiche.

Franco Capone
Franco Capone
Franco Capone è un giornalista specializzato in antropologia, storia, etologia e paleontologia. Ha curato la comunicazione del Museo di Storia Naturale di Milano ed è stato inviato per la rivista "Natura Oggi" e vice caporedattore di "Focus". È stato sulle orme dei dinosauri in Brasile, poi in Tanzania con Donald Johanson, lo scopritore di Lucy, nella campagna segnata dal ritrovamento dell’Homo habilis OH62. Si è addentrato nel mondo dei cacciatori-raccoglitori (aborigeni, pigmei, hadzabe) e delle scimmie antropomorfe. È particolarmente orgoglioso delle sue interviste a uno scimpanzé e a un pappagallo cenerino.

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