Il Libro Rosso di Jung, un viaggio nella mente umana

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Pochi mesi prima che scoppiasse la prima guerra mondiale, lo psichiatra svizzero Carl Jung attraversò una crisi profonda. Aveva appena litigato con Sigmund Freud, rinunciando di fatto a diventarne il successore designato, e in più (ma questo lo capirà dopo) avvertiva le tensioni della guerra incipiente. Una notte si era anche svegliato turbato da una visione: in sogno gli era comparsa l’Europa travolta da una devastante marea di sangue. Il disagio e la confusione da cui si sentiva sopraffatto erano talmente intensi che temeva una psicosi: era convinto, lo dichiarò poi egli stesso, che stesse diventando pazzo.

Jung - Libro Rosso
Il serpente, che ondeggia da una parte all’altra, simboleggia per Jung la capacità della mente di tenere insieme gli opposti, e quindi la saggezza (© 2010 Bollati Boringhieri editore, Torino).

Senza filtri. Non sapendo bene come gestire una tale inquietudine, decise di intraprendere un viaggio nella propria mente. Si procurò un grande quaderno rilegato in pelle rossa e cominciò a riempirlo, ma in modo molto diverso dai testi da lui fino ad allora redatti e destinati alla pubblicazione. Lo affrontò piuttosto come una sorta di diario, facendo ricorso a uno stile più letterario che scientifico, e a una grafica che ricordava i codici miniati medioevali, con il testo in caratteri gotici e numerose illustrazioni. Il metodo che utilizzò fu quello dell’immaginazione attiva, da lui teorizzato (e ancora oggi usato da molti analisti junghiani): focalizzava l’attenzione sui propri “mostri interni”, lasciandoli sviluppare liberamente, senza il filtro della coscienza, e interagendo con loro. Una tecnica mutuata dalla “scrittura automatica” utilizzata dai medium in trance (Jung si era laureato con una tesi sullo spiritismo e fu uno dei sostenitori della Society for Psychical Research, fondata a Londra a fine ’800 – e ancora oggi esistente – allo scopo di studiare i fenomeni medianici e paranormali).
Alla stesura di questo diario Jung dedicò oltre 16 anni della propria vita e non lo pubblicò mai. Forse lo riteneva troppo personale, troppo criptico, troppo poco adatto a essere condiviso. Così, dopo la sua morte, il prezioso volume rimase custodito in un caveau svizzero per volontà degli eredi, fino a che nel 2009 ne venne autorizzata la pubblicazione. Oggi il Libro Rosso è stato dato in pasto al mondo: è in vendita in tutte le librerie (l’edizione italiana è stata curata da Bollati Boringhieri) ed è disponibile su Amazon anche nella versione ebook.
Ma di che cosa parla?

Un esperimento scientifico. L’obiettivo di Jung era molto ambizioso: attraverso l’esplorazione della propria mente, mirava in realtà a esplorare la mente umana, a comprenderne struttura, funzionamento e scopi. Il viaggio nel suo inconscio voleva essere anche e soprattutto un viaggio in quello che lui chiamerà “inconscio collettivo”, quel “mondo interno” condiviso da tutti, e proprio per questo attinse a immagini provenienti dalle grandi narrazioni del passato, come le mitologie e le religioni di ogni parte del mondo (il cristianesimo in particolare, ma anche i culti misterici, le tradizioni gnostiche, cabalistiche, mitraiche, buddiste e induiste), non disdegnando di “parlare con i morti”. Jung non è stato certo il primo ad avventurarsi in un simile territorio: il suo viaggio non è concettualmente dissimile dalla discesa agli inferi di Dante, o dalle esplorazioni compiute da Nietzsche in Così parlò Zarathustra o da Goethe nel Faust. Ma il viaggio di Jung è molto più destrutturato, ambiguo, enigmatico, “folle”, come a voler rispettare la natura inafferrabile della psiche.

“Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori”  (C.G. Jung, 1961)

Fu indubbiamente un viaggio pericoloso, che ricorda da vicino le esperienze psicotiche o quelle conseguenti a un uso massiccio di droghe. Jung non si risparmiò nulla, esponendosi volutamente all’angoscia e alla confusione che si sperimentano quando ci si sottrae ai propri naturali appigli difensivi (in primis la “razionalità”). Voleva entrare in contatto con la propria “ombra”, che è anche l’ombra di tutti.

Lo spirito del profondo. Jung distingueva due “personalità”, che albergano in ciascuno di noi: quella che appartiene allo “spirito del proprio tempo” (che permette di integrarsi e adattarsi alla realtà del proprio luogo e periodo storico) e quella che appartiene allo “spirito del profondo” (senza tempo e senza luogo, e in larga misura inconscia). Nel caso dello psichiatra svizzero, la prima era lo scienziato affermato che lavorava alla clinica Burgholzli di Zurigo, la seconda aveva più a che fare con la sua dimensione “mistica”, dedita allo studio delle religioni e della storia, quella appassionata di archeologia, di arte, di spiritismo, di esoterismo.
Il Libro Rosso nasce dal voler dare spazio a questa seconda dimensione, che affonda le sue radici nella cultura e nella storia dell’uomo, quella a cui ci si può avvicinare solo “girandoci intorno”, e che è richiamata simbolicamente dal cerchio del mandala (immagine ricorrente nel manoscritto). Nel suo viaggio Jung incontra e dialoga con parti di sé che evocano parti universali, essendo ispirate ad archetipi presenti nei miti e nella letteratura di ogni tempo (il diavolo, l’eremita, il pezzente, il mago, il folle…) e infine si rivolge ai “morti”, portatori di un passato non elaborato che continua a influenzare e tormentare le vite dei vivi.

Libro Rosso di Jung
Il Libro Rosso di Jung, nell’edizione italiana (Bollati Boringhieri).

La follia necessaria. Secondo Jung, per entrare in contatto con la nostra parte più profonda, bisogna essere “folli”, allentare cioè le difese e le certezze e avvicinarsi alla paura, al dubbio, alla delusione, all’assurdo, rinunciando al senso di potere e controllo sulla realtà. Si tratta di esporsi volontariamente al caos della psiche, entrando in contatto con quelle parti da cui ci difendiamo negandole o “proiettandole” negli altri (la “proiezione” è quel meccanismo psichico che consiste nell’attribuire caratteristiche o sentimenti propri ad altre persone: proiettare il “male” al di fuori di sé sta alla base di ogni guerra, ma anche degli attualissimi fenomeni di hating alimentati dai social).
Questa forma di follia consapevole non viene facilmente compresa: in una scena del Libro Rosso, Jung immagina di entrare in contatto con due psichiatri che etichettano il suo viaggio mentale come “paranoia religiosa” (“Io non sento le voci, io cerco le voci!” reagisce lui), come a sottolineare i limiti della psichiatria nel distinguere le derive psicopatologiche dai genuini tentativi di avvicinarsi alla comprensione di sé. Le stesse critiche molto probabilmente Jung le rivolgerebbe alla psichiatria contemporanea, e le estenderebbe anche a una certa editoria commerciale che promuove percorsi di “crescita personale” di tutt’altro stampo rispetto al suo; percorsi che, più che lo “spirito del profondo”, rincorrono le derive narcisistiche del nostro tempo, che ci vuole individui performanti e di successo.

Alla ricerca di dio. In definitiva, il Libro Rosso di Jung è la storia di un viaggio alla ricerca di quel tesoro nascosto dentro di noi che Jung chiama “Sé” ma che è stato chiamato anche “Dio”. Un dio che non è fuori di noi, come ci dice la religione cristiana, ma dentro di noi. E non è unicamente buono, bensì “spaventosamente ambiguo”: è contemporaneamente buono e cattivo, bello e ripugnante, ingenuo e saggio, senso e mancanza di senso. È un dio che ha le sembianze di un bambino che deve ancora nascere, essendo un “dio che deve ancora venire”. La psiche, mentre cerca di raggiungerlo, si muove tra un opposto e l’altro, ondeggiando continuamente tra destra e sinistra, sopra e sotto, come farebbe un serpente (altro simbolo ricorrente). Questo processo di natura paradossale, che cerca di avvicinare e integrare gli opposti, è molto diverso da quello della scienza, che esclude, separa e categorizza. Secondo Jung esiste un conflitto insanabile fra la religione e la scienza, entrambe necessarie ma entrambe limitate: la prima è cieca, perché non vede la realtà fisica, ma la seconda è tossica, perché nega la realtà psichica del “sacro”.

Il Libro Rosso oggi. Colpisce, leggendo il Libro Rosso a un secolo di distanza dalla sua scrittura, la mole di intuizioni di cui Jung è stato pioniere. Il suo viaggio mentale fu una sorta di esperimento solitario per integrare e sviluppare le parti di sé, durante il quale Jung ha più volte rischiato di “perdersi”. Oggi è sconsigliabile intraprendere un percorso simile da soli, tanto più che disponiamo di molti strumenti in più – dai tempi di Jung la psicoterapia ha fatto parecchi passi avanti – e di un immaginario che si nutre di nuove fonti letterarie e artistiche (per esempio il cinema), utilissime all’esplorazione condivisa.
Secondo Jung (che aveva avviato la sua esplorazione durante la crisi europea che preludeva alla guerra mondiale) l’inconscio collettivo si attiva quando c’è un mutamento sociale significativo. La crisi dell’umanità contemporanea, esacerbata dalla pandemia, potrebbe essere uno di questi. Potrebbe essere oggi il momento buono per cimentarsi nel Libro Rosso, ma anche nei testi sapienziali degli antichi, in modo da prendere le distanze dallo “spirito del proprio tempo” e stabilire un rinnovato contatto con la dimensione più profonda della psiche, allo scopo di elaborare nuovi simboli, nuovi significati condivisi. Per continuare a cercare, come avrebbe detto Jung, quel “dio che deve ancora venire”.

 

Marta Erbahttp://martaerba.it
Marta Erba è psicoterapeuta e giornalista pubblicista. Laureata in medicina, si è formata nel giornalismo presso l’agenzia Zadig e le testate della casa editrice Mondadori Scienza, per le quali si è occupata soprattutto di psicologia, storia, neuroscienze e mental training. Si è formata come psicoterapeuta al Centro di psicologia e analisi transazionale di Milano. Ha collaborato con il Centro Medico Santagostino, avviando il magazine online "La finestra sulla mente". Dal 2015 esercita la libera professione a Milano.

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