Poche divinità dell’Olimpo incarnano un fascino così complesso e talvolta contraddittorio come quello di Artemide, Diana per i Romani. Dea vergine della caccia e degli animali selvatici, Artemide è al tempo stesso una figura temibile, capace di spietate vendette e di cruente punizioni.
Tra cani e ninfe
Figlia di Zeus e della titanide Leto, Artemide è gemella di Apollo ed è una delle dodici divinità dell’Olimpo. Dimora nei boschi con i suoi cani da caccia e con uno stuolo di ninfe. La sua origine risale ai tempi più antichi, addirittura si può riportare alla dea dei serpenti di epoca minoica, una divinità di cui sono state trovate testimonianze archeologiche a Creta e che probabilmente aveva un significato più ampio di “dea madre”, poi confluito differenziandosi in molteplici divinità successive.

Vergine come Atena ed Estia, Artemide è la dea della caccia, degli animali selvatici, delle foreste, del tiro con l’arco. Ed è anche la dea delle iniziazioni femminili e nel contempo la protettrice della verginità e della pudicizia. Incarna l’archetipo della donna indipendente, legata alla natura e capace di raggiungere i propri obiettivi senza il supporto di figure maschili. In epoca classica, fu anche associata alla luna crescente, completando la triade lunare con Selene che rappresentava la luna piena ed Ecate, la luna calante.
Nei boschi
Il suo legame con il mondo animale e il passaggio all’età adulta è testimoniato dal santuario di Braurone. Qui, le giovanissime fanciulle ateniesi tra i cinque e i dieci anni vivevano un periodo di iniziazione in cui venivano chiamate arktoi (“orsette”). Artemide trovava la sua dimora d’elezione nei boschi e nelle aree più selvagge, dove veniva venerata principalmente come signora della caccia. In quanto protettrice delle fanciulle e del parto, la sua figura presiedeva ai delicati rituali di passaggio verso l’età adulta; queste cerimonie prevedevano l’offerta di animali a lei sacri, come cervi e cinghiali, ma includevano anche riti più severi, come la flagellazione rituale praticata a Sparta.
Il grande tempio di Efeso
Il suo culto, diffuso in tutto il Mediterraneo, toccava quasi ogni angolo della Grecia, con centri di particolare importanza a Creta e nel Peloponneso. Tra i luoghi a lei più cari spiccavano l’isola natale di Delo, i santuari di Braurone e Munichia nei pressi dell’Attica, e la città di Sparta. Anche in Sicilia la sua influenza era radicata, specialmente nelle città di Siracusa, Selinunte e Segesta. Ma il suo tempio più spettacolare era a Efeso, vicino a Smirne, nella costa oggi turca dell’Egeo. Si chiamava in greco Artemision, ed era considerato una delle sette meraviglie del mondo antico, anche se oggi ne rimangono solo pochi resti. Qui Artemide era adorata soprattutto come dea della fertilità, in una forma simile a quella della dea frigia Cibele e molto diversa dall’originale greco. Invece dei tradizionali arco e frecce, infatti, le statue di questa zona la raffigurano con il busto ricoperto di protuberanze interpretate come seni o come testicoli di toro, in ogni caso simbolo di fertilità.

Desideri esauditi
Il poeta Callimaco, nel suo Inno ad Artemide, narra l’infanzia della dea. All’età di soli tre anni, mentre sedeva sulle ginocchia di Zeus, Artemide presentò al padre alcune richieste. Desiderava innanzitutto restare eternamente vergine e potersi fregiare di molti nomi, come suo fratello Apollo. Chiese inoltre un arco ricurvo forgiato dai Ciclopi e uno stuolo di compagne: sessanta Oceanine e venti ninfe del fiume Amnìso, affinché si prendessero cura dei suoi calzari e dei suoi cani durante i momenti di riposo. Infine espresse il desiderio di vivere sui monti, e di recarsi raramente in città.
Nelle fucine dei ciclopi
Ottenuto il consenso del padre, la dea si mise subito in viaggio, scegliendo le sue ninfe a Creta e nel fiume Oceano. Si recò poi a Lipari, nelle fucine dei Ciclopi, e con l’aiuto del dio del fuoco Efesto convinse questi ultimi a interrompere il lavoro che stavano svolgendo per Poseidone per fabbricarle un arco d’argento e un fascio di frecce d’oro.
Una volta armata e pronta all’azione, Artemide raggiunse quindi l’Arcadia, dove il dio Pan le donò tre cani dalle orecchie mozze e sette levrieri spartani. Così la dea catturò due coppie di splendide cerve dalle corna d’oro, le aggiogò a un cocchio dorato e sfrecciò verso il monte Emo, in Tracia, per poi tornare in Grecia. Qui le ninfe amnisie liberarono le cerve per strigliarle, nutrirle e abbeverarle in truogoli d’oro, suggellando così l’inizio del mito della grande cacciatrice.
Fratello e sorella
Nella tradizione, forte è il legame tra Artemide e il fratello Apollo. Entrambi sono armati di arco, faretra e frecce: mentre Apollo era causa di morte per gli uomini, Artemide lo era per le donne. E come Apollo aveva anche il potere di allontanare il male da lui inflitto, allo stesso modo Artemide sapeva portare sollievo: curò per esempio Enea. Apollo infine era identificato con il sole, Artemide – come abbiamo detto – con la luna.
Senza pietà
Tra gli innumerevoli episodi del mito che la riguardano, forse il più struggente è quello di Atteone. Nel corso di una battuta di caccia, l’eroe sorprese Artemide mentre faceva il bagno nuda insieme alle compagne, all’ombra della selva Gargafia. Atteone era un cacciatore che si muoveva con i suoi cani, Artemide lo trasformò in un cervo. E rese i suoi cani rabbiosi, in modo che lo sbranassero senza riconoscerlo. Dopo averlo fatto, i cani continuarono a cercare il loro padrone, riempendo la foresta di dolorosi lamenti. Quando le povere bestie giunsero nella caverna del centauro Chirone, questi si impietosì e diede loro un’immagine del padrone scomparso, per attenuare il loro dolore.

Per sempre nel cielo
Un altro episodio significativo riguarda la ninfa Callisto, devota seguace di Artemide. Callisto perse però la verginità per colpa di Zeus, che andò a trovarla nelle sembianze della stessa Artemide e prese ninfa con l’inganno. Infuriata per il fatto che Callisto avesse violato il suo voto di castità, la vera Artemide trasformò la ninfa in un’orsa. Un giorno, il figlio di Callisto, Arcade, incontrò accidentalmente la madre durante una battuta di caccia e, non riconoscendola, fu sul punto di ucciderla. Per evitare che il crimine avvenisse, intervenne Zeus, che proiettò entrambi nel cielo stellato. Fu così che Callisto divenne l’Orsa Maggiore e Arcade l’Orsa Minore, eterni testimoni di quanto siano spietati e irrimediabili gli interventi degli dei.
Roberto Masutti
Link e approfondimenti
• Il libro (in inglese) Greek religion (Harvard University press) di Walter Burkert.
• Il libro I miti greci (Longanesi) di Robert Graves.
• Il libro (in inglese) The Gods of the Greeks (Thames & Hudson) di Karl Kerényi.
• La Storia delle Credenze e delle Idee Religiose – Volume I (Sansoni Editore ) di Mircea Eliade.
• Il sito dove si può scaricare il calendario Epson, con la storia di come sono state realizzate le illustrazioni di Gloria Pizzilli utilizzate in questa serie.


